Torino
La sede del centro sociale Askatasuna a Torino. Fonte immagine, wikimedia commons

A Torino, nulla di nuovo.

C’è una mobilitazione, l’ennesima, contro i provvedimenti e le politiche di questo Governo.
C’è un gruppo folto di manifestanti che sfila pacificamente, esercitando un sacrosanto diritto previsto dalla Costituzione.
Sfilano per un motivo ragionevole: lo sgombero dell’Askatasuna, uno storico centro sociale, simbolo della cultura antagonista, che negli anni è stato luogo di partecipazione collettiva e inclusione sociale, ospitando assemblee, concerti e dibattiti ed esponendosi in prima linea su vari temi a sfondo sociale.
Sfilano perché lo sgombero è avvenuto per motivi che ancora nessuno ha ben capito, specie perché attuato nel mezzo di un processo di rivalutazione e regolarizzazione del centro, avviato già nel 2024 in accordo col Comune di Torino.

Sono in tanti, forse in 20.000, forse di più. Poco importa, quel che conta è che sono tutti accomunati da una sola parola, e la stanno gridando, tutti insieme, a gran voce: Libertà.
In basco, “Astakasuna”.
La libertà a cui alludono e inneggiano non è solo quella di poter continuare a ritrovarsi pacificamente in un centro di dialogo e integrazione, ma anche – e soprattutto – quella che un nuovo provvedimento detto “Decreto Sicurezza” sta lentamente uccidendo.
Ed è una libertà che presenta diverse sfumature, e a sua volta comprende altre libertà.
La libertà di poter manifestare liberamente, la libertà di poter esprimere pubblicamente il proprio dissenso, la libertà di poter protestare in maniera non violenta, la libertà di non temere la galera per atti di mera disobbedienza.

Astakasuna è continuare a essere liberi nel rispetto della legge.
Astakasuna è tutto questo.



A Torino, nulla di nuovo

C’è un gruppetto di teppisti, di violenti attaccabrighe, che si coprono il volto e si infiltrano nel corteo pacifico.
Sono in pochi, forse un centinaio, forse anche di meno. Poco importa, perché il loro intento è di trasformare la manifestazione da innocua in violenta.
Non protestano, forse non condividono nemmeno il pensiero del 99% delle persone presenti alla manifestazione.
Non marciano, ma lanciano petardi, bombe carta, fumogeni contro la polizia, incendiano e rompono tutto quello che si trovano davanti.
Sono probabilmente parte di una rete di gruppi organizzati, e in alcuni casi vengono da altri paesi europei.
Si fanno chiamare gli “antagonisti” ma in realtà, per tattica e metodo, li abbiamo già conosciuti con altri nomi: black blocs, blocchi neri, no-global, insurrezionalisti, che dir si voglia. Insomma, li abbiamo già visti.
Sono noti a tutti, anche al Governo e alle forze dell’ordine, probabilmente.

C’è un corpo di polizia, si trova lì per proteggere i cittadini nel caso in cui la manifestazione dovesse degenerare e assumere una connotazione violenta.
È un corpo numeroso, schierato in tenuta antisommossa. Si trova lì per garantire l’ordine pubblico, che vuol dire tutto e niente.
C’è un corpo di polizia che, da un lato, risponde in maniera legittima alle provocazioni e agli attacchi del gruppetto di infiltrati.
Un video mostra un agente che, dopo aver apparentemente cercato di inseguire e manganellare due manifestanti, si ritrova accerchiato da un gruppetto di violenti e viene colpito a calci, pugni e colpi di martello, pur essendo totalmente indifeso.
C’è un corpo di polizia che, dall’altro lato, carica i manifestanti, anche quelli non violenti. Ne ferisce alcuni. Usa manganelli, lacrimogeni e idranti.
Un video mostra un giornalista che, dopo aver scattato una foto ad un agente, viene circondato e pestato, senza motivo, pur avendo urlato di essere un giornalista.

La risposta della politica

C’è un Governo.
Le sue politiche e i suoi provvedimenti, specie quelli ritenutamente a tutela della “sicurezza”, incluso lo sgombero, costituiscono il motivo alla base del corteo.

C’è un Governo che, all’indomani del corteo, esprime sdegno per le violenze, punta il dito contro la manifestazione e scarica la responsabilità sui manifestanti, violenti e non, osanna la polizia, associa la sinistra italiana alle brigate rosse, la accusa di fomentare la violenza, accosta i teppisti violenti a coloro che voteranno No al referendum sulla giustizia.

C’è un Governo che utilizza in maniera totalizzante e strumentale gli episodi di guerriglia. Allude alla necessità di usare il pugno duro, di rafforzare le misure repressive già in vigore per evitare che episodi come quello del poliziotto picchiato non si verifichino più. Utilizza espressioni e termini difficili da conciliare con una Repubblica democratica nella quale l’esercizio dei diritti costituzionali è garantito: parole come fermo preventivo per i sospettati, cauzione per i cortei, scudo penale per gli agenti.

C’è un Governo che finge di tendere la mano all’opposizione, auspicando un’intesa che in realtà sa benissimo non si raggiungerà.
Ma poco importa, perché potrà essere usata per sostenere la tesi che, in fondo, se ci sono i violenti e se ci saranno in futuro, la colpa è e sarà solo della sinistra.

C’è un Governo che invoca, senza esserne assolutamente legittimato, un intervento severo della magistratura, chiedendo condanne per tentato omicidio e scaricando di fatto sugli uffici giudiziari la responsabilità di garantire un lieto fine a seguito di tutto quanto avvenuto. Lascia intendere che, se i giudici non condanneranno i violenti, allora non sono bravi giudici, e quindi c’è bisogno di riformare la giustizia.
C’è un Governo che dimentica che la responsabilità penale è personale, che la magistratura esercita il proprio potere indipendentemente, che nessuno può essere privato della libertà personale sulla base di un mero sospetto, che manifestare è un diritto costituzionale.

C’è un Governo che dimentica che la tutela dell’ordine pubblico spetta allo Stato, alla Polizia, non ai manifestanti, e che questa tutela può e deve essere messa in atto anche prima delle manifestazioni, attraverso attività investigative volte a identificare in anticipo i gruppi violenti organizzati.

C’è un Governo che, tuttavia, è ben cosciente del fatto che se dovesse attuare questa strategia preventiva, non avrebbe poi modo per giustificare l’approvazione delle misure repressive e gli attacchi alla magistratura.
Più facile quindi dare la colpa, a posteriori, a chi ha sostenuto quella manifestazione e a chi ha fatto sì che quella manifestazione avesse luogo.

Ma non veniteci a dire che è colpa di chi ha manifestato. Non veniteci a dire che è colpa di chi protesta. Non veniteci a dire che è colpa di chi si resiste.
Non veniteci a dire che è colpa nostra.

Amedeo Polichetti

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