Il suicidio di Israele e Mai più sono le ultime due pubblicazioni della storica e saggista italiana Anna Foa, che già dai titoli anticipano al lettore il tipo di problematica con cui avrà a che fare leggendo i due libri, scritti rispettivamente nel 2024 e nel 2026.
In entrambi l’autrice affronta una tematica tristemente attuale, che ha attraversato e continua ad attraversare il dibattito storico e geopolitico, e che riguarda principalmente la delicata posizione che ha assunto, dopo i recenti avvenimenti, lo Stato d’Israele. Come lei stessa afferma, «l’emozione suscitata dagli eventi degli ultimi anni in Israele e Palestina rischia di scatenare un’ondata difficilmente controllabile di antisemitismo». D’altronde, i titoli dei suoi libri parlano chiaro: il primo sembra quasi presagire una constatazione che richiama direttamente l’altro titolo, che però suona come un monito per evitare il rischio della disumanizzazione in direzione della quale tutti gli abitanti della terra viaggiano ad una pericolosa velocità.
Durante la lettura, sorgono spontanee delle domande: la lezione del Novecento non è servita a niente? Le guerre, i razzismi, le tragedie e i dolori della gente non hanno insegnato niente? A queste l’autrice cerca di dare un senso e una risposta, scavando nella complessità dei fatti, superando le narrazioni semplicistiche, che di volta in volta assumono posizioni a favore di questa o quella parte. In altre parole, Anna Foa applica un metodo di interpretazione del presente e non solo, indagando e sviscerando tutti gli aspetti possibili per offrire al lettore la capacità di una più lucida interpretazione dei fatti, delle posture assunte da parte dell’opinione pubblica, e per chiarire meglio un percorso storico che ha determinato parte della situazione attuale. Nel compiere questa operazione l’autrice non si limita dunque a parlare dell’attualità, ma snoda una revisione storiografica e critica di tutto un patrimonio di valori tramandati da lontano e che sono arrivati fino a noi parzialmente distorti, se non addirittura fuorvianti.
Nei due volumi vengono affrontati vari nodi cruciali: la storia del sionismo per darne una più esatta definizione, le declinazioni del concetto d’identità ebraica, la quale non coincide affatto con l’identità israeliana o con l’appartenenza allo Stato d’Israele, i fraintendimenti su questi termini, quando ci si interroga su che significa essere o sentirsi ebrei oggi, ma anche ieri. Provando a scardinare tutte le implicazioni identitarie e religiose all’interno del sistema di valori stratificato dalla storia ebraica, si può risalire a ritroso nei flussi ininterrotti degli eventi storici e arrivando fino agli albori delle vicende ripetutamente narrate ma poco comprese.
Contestualmente a questi suggerimenti, la scrittrice affronta il controverso tema dell’antisemitismo, sul quale si indugia e si dibatte nei “salotti buoni” e tra la gente comune, nelle proposte dei politici di turno e nelle reazioni che ne seguono, ma senza arrivarne a capo. Un percorso che prosegue nell’esplorazione di una panoramica sempre più profonda e complessa, entro la quale il sistema di valori consolidati nel tempo comincia a vacillare e a perdere sostanza: ad esempio possiamo cercare di capire, secondo l’autrice, che senso possa avere parlare ancora di pace, di vera pace, e quanta intenzionalità viene oggi dedicata ad un cambiamento di rotta per fermare o quanto meno arginare questa corsa verso il male che non sta risparmiando quasi nessuna comunità nel mondo.
Una pace tanto anelata ma così difficile da raggiungere in assenza di una consapevolezza partecipata, e con un atteggiamento possibilmente depurato dai preconcetti, che dovrebbe essere capace di veicolare un diverso corso della storia.
Riuscire a comprendere o per lo meno addentrarsi nelle tappe di un tragitto dalle tante sfaccettature, tenendosi alla larga dai luoghi comuni, significa saper ascoltare non solo la lezione della Storia, ma fare uno o più passi indietro per capire anche come uno Stato sia arrivato a considerarsi «l’erede delle vittime per eccellenza, diffondendo l’idea di una eterna persecuzione» le cui origini si perdono nel tempo. L’invito ai lettori è anche a considerare come questa vistosa spina nel fianco passi da una generazione all’altra, rischiando di compromettere una visione lucida e forse risolutiva di una questione emotivamente sempre più dolorosa e lacerante.
Un ulteriore questione affrontata all’interno di questi due scritti consente di fare una necessaria riflessione su ciò che ha significato l’Olocausto, che cosa ha rappresentato per la Storia, se ha avuto delle conseguenze ed effetti inquinanti sull’attuale posizione di Israele, e se una migliore comprensione di quella tragedia avrebbe invece insegnato qualcosa a tutti. Un nodo ambiguo e non facile da sciogliere, che alteratosi, ne ha determinato un cattivo uso da parte di uno Stato chiuso in «un nazionalismo bieco, lo Stato più odiato del mondo, arrivato a sdoganare l’antisemitismo a livello mondiale: per la prima volta dagli anni ’40 non ci si vergogna a odiare gli ebrei». In questa amara constatazione l’autrice però non denuncia una sconfitta definitiva verso la possibilità di modificare e trasformare del tutto la percezione collettiva che si sta consegnando alla storia recente.
Al contrario, tenta di fornire al lettore gli strumenti per una conoscenza delle cose che conduca ad un’interpretazione più obiettiva e sgombra da qualsiasi pregiudizio, e lo fa recuperando l’esatta definizione di alcune categorie fin troppo abusate, oltre che restituendo una ricostruzione sistematica dei fatti attraverso un’analisi esaustiva, puntuale e inedita. Solo la conoscenza può determinare un cambiamento di prospettiva in una cornice concettuale libera dalle ombre di ogni riduttiva banalità di giudizio, ma soprattutto può scongiurare il «rischio di annullamento del patrimonio di valori costruiti attorno alla memoria della Shoah».
Anna Foa non indugia nemmeno davanti alla sfida di far luce su un altro termine scottante, i cui margini risultano così sfumati da scoraggiare chiunque non ne abbia una precisa cognizione di causa a plasmarlo nelle sue sfaccettature più controverse. Si tratta dell’ahimè troppo altisonante termine di genocidio, che qui l’autrice dissotterra dalle dolorose esperienze del passato affermando che anche questo è stato giustamente e precisamente definito da autorevoli studiosi che non ne hanno fatto alcun mistero, con buona pace di tutti gli arbitrari equivoci o peggio ancora di tutti i gratuiti pressappochismi.
Il lettore può e deve raccogliere la sfida proposta nei due libri: lo sforzo di pensiero vale bene un percorso su un doppio binario senza preconcetti. Da un lato considerare lo Stato d’Israele che, così come si configura attualmente, sta andando verso il proprio suicidio, «esaltato dalla propria identità negata che lo ha portato a negare l’identità dell’altro», e ancora, accecato «dall’esaltazione della forza come unica arma di difesa, delegittimando ogni critica, strumentalizzando l’uso dell’antisemitismo»; dall’altro lato il Mai più tanto ripetuto che dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dal credo religioso o dall’identità di un popolo.
Un mai più che «non può essere solo per gli ebrei, ma deve necessariamente riguardare il destino di tutti, solo così si può salvare la memoria della Shoah, insieme a quella di tutti gli altri genocidi». La memoria quindi «deve avere valore di monito universalistico, non più come una commemorazione, un risarcimento, ma uno strumento volto ad aiutare a comprendere cosa sia la buona cittadinanza, la democrazia, l’uguaglianza umana», ad aiutare finalmente tutti gli uomini ad approdare a valori universali.
Eirene Campagna















































