La “Rete 21 Marzo” indica il percorso antirazzista alla città di Torino
Ayoub Moussaid insieme a Espérance Hakuzwimana e Mohamed Ba

In occasione della Giornata mondiale dei diritti umani, la Rete 21 Marzo, in collaborazione con l’associazione InMenteItaca, Panafricando e Orizzonti in libertà ODV, ha organizzato un evento dal titolo “Mi sento antirazzista, ma…”, presso il teatro del Cecchi Point. Come spiega il loro comunicato stampa, il progetto nasce nell’ambito del “Patto di collaborazione per Torino antirazzista”, al quale hanno lavorato e aderito oltre 50 realtà associative e culturali della città insieme al Comune di Torino. Attraverso tale comunicato, le associazioni affermano che il Patto riconosce il patrimonio di azioni e pratiche antirazziste quale bene comune cittadino, promuovendo iniziative attraverso 5 linee di azione: eventi e iniziative, spazi, empowerment, accesso ai servizi, educazione e cultura. Nonostante sia passato del tempo dalla realizzazione, abbiamo ritenuto opportuno intervistare Ayoub Moussaid, portavoce della Rete 21 Marzo, poiché questo evento è stato promosso come primo appuntamento di avvicinamento verso la Giornata mondiale per l’eliminazione della discriminazione razziale, che verrà celebrata il 21 marzo.

Partiamo dal titolo dell’evento “Mi sento antirazzista ma…”. Cosa avete voluto indicare voi della Rete 21 Marzo con questa intestazione?

«Ricordo una delle prime riunioni del Patto antirazzista della città di Torino in cui cercavo di ribadire un concetto importante per me: “Essere antirazzisti è un percorso che dobbiamo intraprendere tutte e tutti e che richiede impegno e consapevolezza”. Possiamo diventare antirazzisti lavorando quotidianamente, altrimenti pensiamo solo di esserlo. Diciamo cose tipo “io non sono razzista, però…”, oppure “io non odio nessuno, ma i Rom non li sopporto proprio”. Da questo concetto, ribaltando la frase, è venuto fuori il titolo».

In apertura dell’evento è stata realizzata una performance teatrale. Cosa avete voluto dimostrare e comunicare attraverso questo dialogo voi della Rete 21 Marzo?

«Ho avuto il piacere di fare il regista e di avere con me Luca Fancello, Hasti Naddafi e Suad Omar. Abbiamo pensato di rappresentare tre aspetti della città: la cittadinanza attraverso Suad, la politica attraverso Luca e la voce attivista e narrante che lotta attraverso Hasti. Spesso il lavoro dell’amministrazione si è fermato alle parole, trascurando e a volte calpestando alcune minoranze a Torino, creando sempre di più dei ghetti periferici, ignorando la voce di chi viene razzializzato e di chi cerca di ribellarsi. Questo per noi è razzismo istituzionale che va anch’esso combattuto».

Per la Rete 21 Marzo cosa significa essere antirazzisti in una città come quella di Torino?

«Torino è una città meravigliosa, ma nello stesso tempo ha moltissimo lavoro da fare per diventare antirazzista. In primis vanno capite alcune complessità che stanno dietro alle parole. Come per esempio essere non razzisti e essere antirazzisti. Una persona non razzista è contro il razzismo, però si limita a considerarlo qualcosa di negativo e anormale; una persona antirazzista è disposta a riconoscere quando si comporta in modo razzista, a combattere contro le ingiustizie e i problemi razziali della nostra società, ad impegnarsi in prima persona. Non è sufficiente, dunque, non essere razzisti: bisogna essere antirazzisti, smascherare i presupposti alla base del razzismo e cercare in tutti i modi di combatterlo. L’antirazzismo è una scelta attiva e partecipata che nasce dal riconoscimento dell’esistenza di diritti universali e dal concetto di uguaglianza e parità, e si prefigge di eliminare tutti i tipi di razzismo attraverso azioni pratiche e inclusive. Proprio per questa ragione diventa importante lavorare su possibili azioni da svolgere nel quotidiano per combattere il razzismo».

Secondo la Rete 21 Marzo, da dove bisogna partire per rimuovere i fattori di discriminazione razziale che caratterizzano la nostra società?

«Nella nostra società rimuovere le discriminazioni razziali è un sogno difficile da renderlo realtà, ma sognare ci permette di non mollare e continuare a crederci davanti alle tante ondate di razzismo che vive il nostro Paese. Quindi possiamo pensare ad alcuni fattori, a partire da un’adeguata formazione del personale degli enti pubblici e, perché no, anche privati sull’antirazzismo. Aumentare l’impegno formativo per i giovani, tra i banchi e nei luoghi di aggregazione. Garantire un vero e concreto aiuto alle vittime di razzismo, a partire dal riconoscimento dell’atto razzista, alla punizione severa di chi l’ha commesso, al sostegno forte alla persona che subisce il trauma dell’atto razzista».

Attenendoci all’esperienza accumulata dalla Rete 21 Marzo, quale è il ruolo che i bianchi italiani possono svolgere per contribuire a creare una società antirazzista?

«Per una società antirazzista servono cittadini antirazzisti pronti a lottare in primis per abbattere i propri pregiudizi per poi aiutare anche altri a consapevolizzarsi sul tema. La parte difficile invece è essere disposti ad ascoltare veramente le vittime senza dover sempre pensare di saperne di più. Perché, come dice la scrittrice Esperance Hakuzwima, dire: “io non vedo nessun colore/siamo tutti uguali” non fa di voi degli antirazzisti. Semmai delle persone che hanno bisogno di un salto dall’oculista. Oppure, se una persona di origine straniera cerca di spiegarvi cosa ne pensa del razzismo in Italia e voi che non siete di origine straniera rispondete “sì, magari hai ragione, però…” non siete antirazzisti. State solo ignorando qualcuno che ne sa più di voi su una realtà che non vi riguarda. Essere potenzialmente vittima di razzismo non fa di voi degli antirazzisti. Queste sono solo alcune delle precisazioni che la scrittrice riporta nel suo libro “E poi Basta. Manifesto di una Donna Nera italiana“. E questo vale per qualunque discriminazione che sia razziale, omofoba oppure islamofoba, ecc».

Qual è il messaggio che la Rete 21 Marzo ha voluto trasmettere attraverso questo evento alla città di Torino?

«Prima del messaggio abbiamo pensato di creare uno spazio di ritrovo e di condivisione in cui ci si potesse confrontare, e lo abbiamo reso reale grazie alla folta partecipazione. Ci ha colpito la marcata partecipazione di persone con background migratorio: questo ci ha resi ancora più consapevoli di quanto sia importante che a prendere la parola siano coloro che vivono sulla propria pelle il tema, e non qualcuno che parla di loro e per loro. Quindi se di messaggi parliamo allora ne cito alcuni: il razzismo esiste ed è esteso ovunque, quindi bisogna combatterlo e noi ci siamo; a parlare di razzismo devono essere le persone razzializzate, altrimenti non ci siamo. L’antirazzismo è un percorso lungo e faticoso da non banalizzare. Che gli slogan non ci sono mai piaciuti, che siamo attenti e in attesa di azioni concrete. Infine, che ci siamo sempre stati e ci saremo fino a rendere questa città per davvero antirazzista».

Con l’organizzazione di questo evento, prima, e attraverso l’intervista rilasciata, in seguito, è possibile sostenere che la comunità nera ha voluto manifestare tutta la propria insofferenza verso la società torinese. Troppo spesso capita che i cittadini bianchi si proclamino antirazzisti, senza confrontarsi con chi invece il razzismo lo subisce quotidianamente. Questo atteggiamento porta tali cittadini ad essere superficiali nei confronti del razzismo, definendolo come un comportamento estraneo rispetto al proprio modo di vivere. In questo modo, essi non fanno altro che finire per praticare attivamente lo stesso comportamento razzista che hanno frettolosamente negato, anche se spesso in modo inconsapevole.

Il razzismo fa parte infatti della nostra identità italiana, costruita per contrapposizione con quella nera: dopo aver giustificato in passato le conquiste coloniali, nel presente il privilegio bianco struttura in modo gerarchico la società multiculturale in cui viviamo. Per questo motivo, non è possibile sottrarci dal compiere razzismo, se non incominciando a metterci seriamente in discussione in quanto cittadini bianchi. Per iniziare a farlo, è necessario entrare in contatto con la comunità nera presente sul territorio e capire il loro punto di vista rispetto alla nostra società, senza lasciare spazio alcuno all’immaginazione. Solamente istaurando pratiche condivise insieme alle soggettività nere, potremmo così diventare consapevoli del razzismo che pervade la nostra identità bianca italiana e di conseguenza creare una società antirazzista, non a parole ma nei fatti. Per chi volesse perciò incominciare questo percorso, il consiglio è quello di non perdervi Black History Month, ulteriore evento da poco approdato a Torino per proseguire l’avvicinamento verso la data del 21 marzo.

Gabriele Caruso

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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