Lisey King, in: https://www.ilcineocchio.it/tv/la-storia-di-lisey-serie-apple-tv-la-recensione-degli-8-episodi/
Lisey King, in: https://www.ilcineocchio.it/tv/la-storia-di-lisey-serie-apple-tv-la-recensione-degli-8-episodi/

Nel 1999 Stephen King venne travolto da un minivan nei pressi della sua abitazione, tra le campagne del Maine. Subì gravi traumi fisici e psicologici. Basti pensare che per avere l’illusione di riprendere il controllo della sua vita, sebbene Bryan Smith (il camionista che lo investì) morì, l’autore comprò la sua automobile col fine di distruggerla di persona. Questo terribile episodio e la lunghissima convalescenza che ne seguì, costrinse Stephen King a una lunga pausa dalla scrittura. Il romanzo Cell lo aiutò a rompere il ghiaccio, ma apparve alla critica come una narrazione piatta e poco ispirata; fu con La storia di Lisey che King ritornò in carreggiata.

Si tratta di un romanzo che il Re dell’horror dedicò alla moglie Tabitha, a tutto l’aiuto che ha saputo dargli e all’amore che li unisce. La trama, intima e intrisa di dolcezza, ha infatti come scheletro la vita di Scott (ennesimo alter-ego di King), un famosissimo scrittore di best-seller con un passato oscuro, che viene improvvisamente a mancare lasciando sola la moglie Lisey Landon. Sono passati due anni, ma la vedova sta ancora facendo i conti con il suo lutto e, mentre sistema a fatica lo studio di Scott, si ritrova a combattere contro antichi e nuovi mostri. Il romanzo sfocia in un contenuto soprannaturale, con cupe sfumature da thriller psicologico: Lisey scopre che Boo’ya Moon, il mondo fittizio in cui il marito si rifugiava sin da piccolo per fuggire dalle brutture del mondo, esiste davvero. Questa “realtà alternativa” è descritta come se fosse fatta con acquerelli, diluiti da quell’acqua (forte della sua valenza di purificazione) che ha anche il compito di fare da portale tra la realtà e l’illusione. La bellezza di queste immagini e i complessi temi affrontati dal romanzo, hanno spinto King a firmare la sceneggiatura dell’adattamento televisivo, interamente disponibile su Apple Tv+. La miniserie, suddivisa in 8 episodi, è stata prodotta dalla Bad Robot Productions di J.J. Abrams e diretta da Pablo Larraìn.

King con la sua scrittura sembra costantemente sfogarsi, facendo al contempo sensibilizzazione. Lisey è da sempre appellata da tutti come “la moglie di”, quasi come se non avesse un’identità, del tutto persa da quando impersona l’ombra di un autore famoso: è colei che lo accompagna alle cerimonie, che gli siede accanto, che intrattiene gli ospiti, che svolge le mansioni più noiose per dare spazio alla creatività del maschio di casa. Ma per Scott (nella serie Clive Owen) non è per nulla così: Lisey gli permette di respirare, è la sua boccata di ossigeno, l’unica con cui è riuscito davvero ad aprirsi e con cui vede un futuro degno di questo nome.
Dal suo canto la Landon (interpretata dalla meravigliosa Julianne Moore) è una donna che ha il peso del mondo sulle spalle, che si affanna ogni giorno a tenere a galla prima il marito, poi la sorella, nel mare dei disturbi psichici in cui costantemente rischiano di affogare.
In questo affresco, Boo’ya Moon appare con connotazioni sinistre. È pura calma, un rifugio per chi non riesce a trovare un proprio posto nella società, metafora della forza creativa infantile e della nostalgia per un’innocenza perduta. La doppia lettura di questo mondo rende variegata anche la sua platea: vi si reca infatti chi cerca pace, coloro che quindi hanno bisogno di una confort zone per staccare la spina poiché vittime dei mostri della propria mente o del mondo esterno, e chi cerca l’ispirazione creativa e artistica, chi lavora con le parole ma chissà come non ne ha più. Ma Boo’ya Moon è affascinante quanto straniante, perché il rifugio, se mal dosato, può facilmente diventare una trappola: chi lo abita si tinge di malinconia e di oscurità, solo in lontananza è ravvisabile la luce della speranza di chi tenta di tirarsene fuori.

Ma come si fugge dalle trappole della propria mente? Come si può capire quando il piacere seduttivo dell’isolamento smette di far del bene e inizia a tagliare del tutto i ponti con il mondo esterno? Come si chiede aiuto e come si può mai lasciare entrare qualcun altro nella propria zona d’ombra? Stephen King con la sua lucida penna crea un mostro che è sempre in agguato e che costringe tutti gli intrappolati in Boo’ya Moon a fare silenzio, terrorizzati di attirare la sua attenzione. Sono i demoni dell’inconscio: se li guardi in faccia rischi di farli straripare fino a soffocarti e così Lisey, dopo aver affrontato il mostro, ne avvertirà per sempre la presenza e il suo gelido respiro.

Stephen King riesce a toccare ogni grado di intimità. Scava nel dolore psichico e in quello dettato dalla mancanza della persona amata e, attingendo dalla sua quotidianità con Tabitha, racconta le fasi di adattamento di Lisey tramite, anche, il doversi abituare a non poter più condividere con nessuno il loro personalissimo lessico famigliare (come direbbe Natalia Ginzburg). Nel romanzo, molto più che nella serie tv, vengono presentati al lettore, passo passo, i termini che Lisey e Scott utilizzavano, quel linguaggio intimo e segreto che nessun altro poteva intendere, nato da esperienze, scherzi, giochi, episodi traumatici, domestici, ricordi che appartenevano solo a marito e moglie. Questo aspetto rende la narrazione e il punto di vista della protagonista sorprendentemente realistici poiché i personaggi sembrano prendere vita nutrendosi di un vissuto e di una routine che all’improvviso è stata spezzata e ora si sta inesorabilmente dissolvendo sotto gli occhi di noi lettori\spettatori.

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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