#Unite, violenza contro le donne
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In Italia nel 2023 le donne che sono state uccise dai loro compagni, ex partner, familiari sono state 113 (fonte: Non Una di Meno). Ma i femminicidi sono solo la punta dell’Iceberg di un sistema di sopraffazione e violenza che ancora riguarda in maniera diffusa le donne italiane. […] Spesso le donne che sono vittime della violenza sono colpevolizzate e rivittimizzate attraverso un linguaggio inappropriato, nonostante decenni di battaglie, di protagonismo femminile e di una cultura che da almeno 150 anni prova a ridare parola e voce alle donne.” Inizia così il comunicato di Giulia Caminito e Annalisa Camilli, organizzatrici della campagna #Unite contro la violenza di genere.


All’indomani del femminicidio di Giulia Cecchettin, l’animo delle organizzatrici è stato mosso dal desiderio di creare qualcosa che potesse contrastare il fenomeno, fin troppo diffuso, della violenza di genere. L’incontro prevedeva la lettura del romanzo “L’invincibile estate di Liliana” (edito Sur) di Cristina Rivera Garza, che racconta del femminicidio di Liliana, sorella della scrittrice, avvenuto più di 30 anni fa a Città del Messico. Camilli e Caminito notano fin da subito troppe similitudini con il caso di Cecchettin: età, anni universitari, lei che lo lascia e lui che diventa possessivo e manipolatore, il senso di colpa di lei. Decidono allora che qualcosa di più vada fatto e scelgono la scrittura per creare un gruppo, una rete di protezione in cui tutte possano sentirsi capite ed ascoltate. Nasce così la campagna “Unite.Azione Letteraria“.

Un lessico nuovo che spodesti un vecchio sistema

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di mantenere vivo e presente il discorso sulla violenza di genere e non ridursi a trattare l’argomento solo quando è coinvolta una vittima. Il progetto #Unite vuole cercare anche di proporre un approccio diverso al tema, basato sull’utilizzo di un lessico nuovo che non tenti di giustificare il carnefice e colpevolizzare la vittima, gonfiando pagine, titoli e servizi giornalistici con parole come “raptus”, “amore” o “gelosia”. Annalisa Camilli racconta durante un incontro avvenuto lo scorso 28 febbraio: “Ci sembrava importante tenere alta l’attenzione su questo tema ma, anche, far vincere un lessico nuovo, un modo di parlare di violenza di genere corretto”. E continua: “Però ogni volta che accade un fatto di cronaca efferato che riguarda una donna, un femminicidio, vince un vecchio dispositivo per cui viene chiamato “amore o “malamore” quello che in realtà è un rapporto di violenza e sopraffazione”.

In che cosa consiste la campagna #Unite?

Guidate dal principio per cui la scelta e l’uso di determinate parole per raccontare la violenza di genere sono fondamentali per combatterla, le organizzatrici della campagna #Unite hanno chiesto a scrittrici e giornaliste, chiunque lavori con le parole, di occupare qualsiasi spazio a loro accessibile per parlare di violenza contro le donne. Durante il periodo in cui l’iniziativa ha avuto luogo, dal 3 gennaio al 3 marzo, più di cento scrittrici e giornaliste hanno risposto a questa chiamata. Da Daria Bignardi a Donatella di Pietrantonio, più di cento donne si sono servite di qualsiasi spazio a loro disposizione, scrivendo ognuna un articolo per non smettere di parlare di violenza di genere.

È importante non smettere di parlare di violenza di genere

Le scrittrici che hanno aderito alla campagna #Unite hanno creato un “noi”, una rete in cui chiunque si senta vittima o sia stata vittima di violenza possa trovare quel sostegno e quella protezione che non riescono a trovare da parte degli organi competenti. Inoltre, lo strumento con il quale hanno scelto di creare questa rete di protezione rappresenta l’arma più potente che possiamo utilizzare contro la violenza di genere, la parola. Parlarne, condividere, informare ed informarsi, comunicare, ma anche discutere sono tutte azioni necessarie affinché questo fenomeno venga riconosciuto in ogni situazione e sconfitto. E per ultimo, ma non per importanza, la parola e il racconto delle storie di chi purtroppo non è sopravvissutə a questa mattanza sono fondamentali per far sì che il sacrificio di tutte quelle donne uccise da chi diceva di amarle sia utile per evitare ulteriori vittime.

Benedetta Gravina

Sono Benedetta, ho 26 anni (ma solo all'anagrafe, nell'animo sono ancora adolescente) e sono laureata in Lingue all'università di Roma "La Sapienza". Amo la musica, la lettura, l'antifascismo, i viaggi organizzati all'ultimo momento ma, prima di tutto, il mare: per me il suono delle onde rappresenta la più bella canzone mai composta.

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