
Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano ha confermato, rivolgendosi al Comitato Parlamentare per la Sicurezza, che alcuni attivisti dell’ONG Mediterranea Saving Humans, tra cui Luca Casarini e don Mattia Ferrari, sono stati spiati dai servizi segreti italiani tramite il software Graphite della Paragon Solutions, un’azienda israeliana. Graphite è una tecnologia cosiddetta spyware zero click, ovvero un software in grado di accedere a tutte le informazioni presenti sui dispositivi elettronici – comprese quelle criptate, come le chat di WhatsApp – senza che la vittima debba interagire con link o programmi potenzialmente infetti (come avviene invece nei comuni attacchi informatici).
Nonostante la società non riveli dettagli sulla proprietà e sulla struttura societaria, è noto che Paragon fornisca il proprio software esclusivamente a governi democratici. Questo metodo di spionaggio sembrerebbe non lasciare alcuna traccia. Tuttavia, in alcuni casi, Meta ha informato gli utenti dell’accaduto tramite WhatsApp. Questo il messaggio ricevuto il 31 dicembre 2024 e successivamente ricondiviso da Cesarini: A dicembre sono state interrotte le attività di una società di spyware che riteniamo abbia attaccato il tuo dispositivo.
Sarebbero novanta i soggetti coinvolti nell’attività di spionaggio di Paragon, che ha colpito almeno sette cittadini italiani, tra attivisti e giornalisti. Tra questi figurano i già citati attivisti di Mediterranea e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Su quest’ultimo, però, il governo nega l’esistenza di un’operazione di sorveglianza: un’ammissione di colpa analoga a quella riguardante Mediterranea desterebbe infatti troppo scalpore, oltre a rappresentare una possibile violazione della Costituzione, negli articoli 3, 15 e 21.
Il caso Paragon e lo spionaggio ai danni di Cancellato coincide temporalmente con la pubblicazione di un’inchiesta di Fanpage su Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, sollevando sospetti di una possibile ritorsione politica. Un’inviata sotto copertura, ha partecipato attivamente alla militanza in Gioventù Nazionale, documentandone le derive nazionalsocialiste (i militanti inneggiavano al Terzo Reich) e facendo emergere controversie legate ai fondi del servizio civile. La premier Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa convocata in risposta all’inchiesta, ha replicato a un giornalista, proprio inviato di Fanpage, con queste parole sibilline: «Prendo atto che l’infiltrazione [n.d.R.] è una nuova frontiera dello scontro politico che si potrà usare a 360 gradi».
Se è vero che l’infiltrazione giornalistica all’interno di organizzazioni politiche può suscitare dibattiti accesi, soprattutto riguardo alle modalità con cui viene condotta, resta comunque inviolabile il diritto al giornalismo d’inchiesta. Diverso, e ben più grave, è l’utilizzo di un software come Paragon e dei servizi segreti da parte di un governo democratico contro i propri oppositori: una pratica che configura uno scontro iniquo e illegittimo. Un simile comportamento solleva profonde preoccupazioni sullo stato della libertà di stampa e sulla solidità del nostro Stato di diritto. Cos’è, dunque, quest’operazione di spionaggio, se non una forma di vendetta? Un attacco esemplare al dissenso, alla libertà di stampa e al diritto di associazione.
La maggioranza ha comunque deciso di rinviare la questione al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR). Appare evidente il tentativo di sottrarre l’accaduto alla gestione politica — e quindi anche pubblica — riducendolo a una questione tecnica, della quale nulla è dato sapere, dal momento che le relazioni prodotte a Palazzo San Macuto sono secretate per legge. Il COPASIR, per statuto, è incaricato di vigilare sul corretto operato dei servizi segreti. Formalmente, dunque, il caso ricade sotto la sua competenza. Tuttavia, la vicenda rappresenta un attacco diretto alla libertà di stampa e all’attivismo civile: dovrebbe quindi essere affrontata con urgenza in Parlamento, in piena trasparenza.
È ciò che chiedono le opposizioni, a partire da Marco Grimaldi, vicepresidente di AVS — l’unico partito di opposizione a non essere rappresentato nel Comitato — che dichiara: «Palazzo Chigi aveva escluso il coinvolgimento del Governo, ma ora si apprende che gli attivisti sono stati spiati per ordine del sottosegretario Mantovano». Dello stesso tono le parole del senatore Giuseppe De Cristofaro: «È intollerabile che il Governo continui a nascondersi dietro il segreto del COPASIR, dove peraltro non abbiamo rappresentanti». Tuona anche la leader dell’opposizione Elly Schlein, che incalza la premier sui casi Al Masri, Cutro e adesso Paragon: «Giorgia Meloni sta scappando. Venga in Parlamento a dire la verità al Paese».
Restano, tuttavia, alcuni interrogativi inquietanti: dove sono finiti i dati raccolti tramite lo spyware? Potrebbero essere finiti nelle mani dei torturatori libici, a quanto pare alleati del Governo italiano? E l’utilizzo di un software sviluppato all’estero esclude davvero ogni rischio di fuga di informazioni sensibili? Anche ammesso che la gestione formale del caso si muova entro i limiti della legalità, essa travalica di gran lunga quelli della democrazia. L’intera vicenda sembra rientrare in una più ampia operazione politica e propagandistica, volta a costruire una falsa emergenza legata alla sicurezza nazionale e alla tenuta dei confini. Una narrazione utile a giustificare l’aumento dei controlli e delle restrizioni, in particolare contro chi salva vite in mare e difende i diritti umani, e contro chi racconta queste realtà senza piegarsi a filtri propagandistici e razzisti.
In questo contesto, il concetto di “sicurezza” viene strumentalizzato per condizionare i processi democratici, invocando l’urgenza di combattere nemici inesistenti come è accaduto nei peggiori regimi che la storia abbia conosciuto. Oggi più che mai, è necessario tracciare un confine tra la difesa della sicurezza nazionale e lo stato di polizia, tra la protezione dei confini e l’attacco allo stato di diritto, per non avere più dubbi su che cosa sia la Democrazia ma soprattutto su che aspetto abbia chi attenta ad essa.
Lorenza Franzese e Giovanni D’Andrea
















































