Pietro Verri Il Caffè
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Pietro Verri e “Il Caffè” illuminista: cinque parole che riecheggiano all’unisono, come se fossero unite da un legame storico di simbiosi, mai superato e dimenticato, almeno dai più,che hanno dovuto, con diletto o meno, cimentarsi nello studio della storia della letteratura.

Pietro Verri da una parte e il suo Caffè illuminista dall’altra, con uno stile poco accademico e brillante, hanno saputo rivoluzionare il concetto stesso di cultura e di divulgazione dell’informazione. Un’informazione dal sapore non più elitario, ma al servizio di tutti, secondo quel precetto tipicamente illuminista di utilizzare la conoscenza in modo intelligente ai fini di creare giovamento per il miglioramento della società.

Pietro Verri e la sua storia

Pietro Verri nasce a Milano il 12 dicembre del 1728, dal conte Gabriele Verri, politico conservatore e magistrato, e dalla nobile lombarda Barbara Dati della Somaglia. Fratello di Giovanni, Carlo e Alessandro, inizia a studiare nel Collegio gesuita per poi frequentare l’Accademia dei Trasformati negli anni Cinquanta, dove ha la possibilità di conoscere personalmente Giuseppe Parini.

Nel 1761 rientra nella città natale dove fonda “l’Accademia dei Pugni”, insieme al fratello Alessandro e agli amici Luigi Lambertenghi, Giambattista Biffi, Pietro Secchi, Alfonso Longo e Cesare Beccaria. Sono questi gli anni d’oro dell’Accademia, diventata un luogo di riferimento per la discussione pubblica e nella quale iniziano a porsi le basi per la creazione de “Il Caffè”. “Il Caffè” di Pietro Verri acquisisce in poco tempo le sembianze di un foglio periodico all’avanguardia, volto a collocarsi in una posizione dominante nell’allora momento riformistico italiano.

Nel frattempo intrattiene rapporti epistolari con alcuni enciclopedisti francesi, tra i quali Diderot e d’Holbach, ed instaura una conoscenza professionale con il filosofo D’Alambert, sceso a Milano appositamente per entrare in contatto con il circolo de “Il Caffè”. A fianco della carriera intellettuale, sviluppa anche quella politica fino ad entrare a far parte del Supremo Consiglio dell’Economia, a capo del quale c’è Gian Rinaldo Carli, collaboratore di spicco della rivista.

Nel 1771 Pietro Verri compone le “Meditazioni sull’economia politica“, due anni più tardi il “Discorso sull’indole del piacere e del dolore“, anticipando temi tipici del pensiero di Leopardi. Con il suo consueto stile vigoroso e asciutto, scrive anche “Ricordi a mia figlia” e “Osservazioni sulla tortura“. Intanto sul fronte politico si assiste ad una progressiva riduzione degli spazi per i riformisti milanesi, fino a giungere all’anno 1786, nel quale Verri abbandona tutti gli incarichi pubblici. Morirà nella città natale il 28 giugno del 1797

Il Caffè, una rivista che esce dagli schemi classici

“Il Caffè” fu una rivista letteraria concepita in 74 numeri, uno ogni dieci giorni, editi dal giugno del 1764 al maggio del 1766. Ideata non solo dalla volontà di un singolo, bensì di un intero gruppo dall’animo ambizioso e moderno: con questi presupposti, “Il Caffè” divenne in poco tempo il fulcro portante d’ispirazione per i maggiori intellettuali dell’Illuminismo milanese. Attorno a sé riuscì a raccogliere le firme più prestigiose del momento: dal fratello di Pietro, Alessandro Verri, a Cesare Beccaria, Pietro Secchi e Paolo Frisi, distinguendosi fin da subito per temi e stile fuori dai canoni tradizionali, che di classico avevano ben poco.

Innanzitutto il nome “Il Caffè” è già di per sé molto esplicativo: pensato e ragionato in chiave metaforica, anticipa quelli che saranno i temi e le modalità di intrattenimento. La denominazione allude infatti ad un fenomeno molto diffuso ai tempi dell’Illuminismo: i caffè erano al tempo quei luoghi privilegiati nei quali era possibile instaurare discussioni, dibattiti sociali, culturali, economici e politici; in modo libero ed incontrastato. Senza essere in possesso di un titolo accademico, tutti potevano intervenire nei discorsi e dire la loro. Una tendenza che trova la sua realizzazione concreta tra le pagine de “Il Caffè”, dove Pietro Verri e i colleghi letterati proposero un nuovo modo di comunicare la cultura.

La redazione della rivista era infatti interessata a cogliere ed interpellare nuovi interlocutori. Non più solo eruditi e letterari, bensì anche gente comune, piccoli professionisti, artigiani e donne, con cui rivolgersi senza bisogno di filtri. L’atto rivoluzionario dalla portata storica creato da Verri e i colleghi era proprio questo: concepire il sapere non più come qualcosa di immobile, ma come un flusso di nozioni in divenire, bisognose di evadere da quella torre d’avorio che per troppo le ha tenute intrappolate.

Sul “Il Caffè” la gente comune poteva interfacciarsi con svariati temi: dall’economia all’agricoltura, dalla medicina alla politica, diventando parte attiva di un dibattito su più fronti. Il forte interesse per la ‘cosa pubblica’ che portò lo stesso Pietro Verri al servizio del riformismo illuminato, doveva tangere anche il pubblico più modesto. Il vivere la società e volgere l’attenzione sui suoi punti più nodali era un atto eversivo, reso possibile dalla lettura di un foglio dai connotati informativi nuovi e rivoluzionari. Il sapere e la conoscenza erano stati trasformati da beni di lusso a comunitari, da condividere insieme.

Un retaggio culturale che va ancora di moda

Ancora oggi “Il Caffè”, così come venne concepito per la prima volta da Pietro Verri e i colleghi letterati, non è scomparso. In tutta Italia riscontriamo la presenza di molti salotti letterari, nei quali l’abitudine di raccogliersi insieme, leggere, discutere e confrontarsi su svariati temi d’attualità e non solo, è ancora molto viva. 

Concepiti come luogo di ritrovo, ma anche di arricchimento, donano quel qualcosa in più alla città, isolandola in luoghi in cui la frenesia non conosce nome. “Il Caffè” non più come rivista, ma dietro al suo significato d’origine, torna così in vita di fronte ad una domanda, a volte troppo sottovalutata, di interlocuzione. 

Marta Barbera

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