
I raid aerei hanno raggiunto le zone sensibili della capitale venezuelana — basi militari e centrali elettriche — provocando 40 morti tra civili e militari. Nel cuore della notte tra il 2 e il 3 gennaio, il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato rapito insieme a sua moglie e deportato fuori dal Paese, è in attesa di processo a New York; su di lui pendono presunte accuse di narcotraffico. Lo spazio aereo venezuelano è stato chiuso per tutta la giornata del 3 gennaio e riabilitato il giorno seguente, mentre la Corte Suprema venezuelana ha nominato Delcy Rodríguez presidente ad interim, in quanto Maduro rimane ancora formalmente in carica. Siamo davanti al compimento di una strategia che, seppur lasciata sottotraccia dai canali di informazione, ha preparato per settimane quanto accaduto a Caracas. Un’operazione tutt’altro che segreta di Donald Trump, ormai non più interessato a indossare una maschera democratica.
Donroe, il giardino di casa
Il presidente Trump, durante la conferenza stampa di questo 3 gennaio, ha giustificato l’operazione come applicazione di una politica estera USA vecchia di oltre 200 anni ma mai realmente abbandonata: la Dottrina Monroe, che considera i Paesi latinoamericani come sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti.«Il Venezuela lo abbiamo costruito noi», ha dichiarato alla stampa con un tono sfacciato e provocatorio, suo marchio di fabbrica. Sul Mar dei Caraibi, fino a poche ore fa, si affacciava un Paese con floridi rapporti economici e politici con Cina, Russia e Iran, nonché il territorio con la maggiore disponibilità di risorse petrolifere al mondo, oggetto di accordi preferenziali con Pechino, Mosca e Teheran: un blocco economico e politico nettamente contrapposto alle spinte imperialiste americane. Il Venezuela è stato, da un lato, un argine scomodo, dall’altro una grande opportunità coloniale.
Il nobel per le guerre
L’assetto geopolitico USA si è ristabilito intorno ai cardini della guerra economica e militare. La strategia imperialista ha bisogno di una rete di alleanze geografiche, politiche e culturali che vanno costruite con la coercizione, lì dove non sono immediatamente disponibili. È qui che si svela il ruolo politico del premio Nobel per la pace assegnato nel 2025 a María Corina Machado, esponente dell’opposizione a Maduro e fedelmente trumpiana, tanto da aver dedicato il riconoscimento «al popolo venezuelano e a Donald Trump per il suo decisivo supporto». Machado esprime una posizione improntata sul riconoscimento di Edmundo Urrutia come presidente, considerato vincitore legittimo delle elezioni del 2024. Seppur gli sviluppi della vicenda non siano terminati, Trump non sembra volere un’immediata elezione della sua sostenitrice, in quanto «non ha l’appoggio necessario», preferendo Rodríguez, chavista di ferro, come interlocutrice: testimonianza di un opportunismo tattico senza arte né parte, ma che porta egregiamente il risultato a casa. Ciò che sul piano formale non ha ancora i tratti di un golpe sembra effettivamente mostrare l’esito di un colpo di Stato legalizzato, disciplinato e violento allo stesso modo.
Lo spettro dei narcos
Tra gennaio e febbraio 2025 il presidente USA aveva inserito i cartelli venezuelani Tren de Aragua e Cartel de los Soles (e altri sei cartelli provenienti da altri Paesi) nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere, allargando la categoria di terrorismo anche al narcotraffico, che utilizzerebbe il commercio di droga per minacciare l’establishment statunitense. Oltre al dato politico della decisione, c’è quello legale, che di fatto ha consentito lo scavalcamento del Congresso, il quale avrebbe dovuto autorizzare l’operazione e mediare la decisione unilaterale del presidente Trump. La guerra ai narcos, però, resta un pretesto: i due cartelli venezuelani non compaiono nella lista delle prime cinque organizzazioni di trafficanti di narcotici verso gli Stati Uniti. Quello che abbiamo davanti è dunque un attacco presentato come difensivo, un formalismo bugiardo che permette ai governi occidentali di giustificare l’ingerenza di Washington e di non riconoscere l’aperta violazione del diritto internazionale compiuta secondo chiare intenzioni coloniali.
Quanto accaduto in Venezuela non rappresenta un’eccezione, bensì l’ennesima conferma di un modello di intervento che gli Stati Uniti applicano ciclicamente quando un Paese si sottrae alla loro egemonia politica ed economica. Bisogna evitare confusioni, il merito della politica venezuelana interna, il presunto rapporto tra Maduro e il cartello, le politiche economiche e la repressione nei confronti degli oppositori non legittimano l’intervento armato offensivo di una potenza straniera. Dietro la retorica della sicurezza, della democrazia e della lotta al narcotraffico si cela una pratica consolidata di dominio, che riduce l’autodeterminazione dei popoli a una variabile subordinata agli interessi di Washington. Il caso venezuelano dimostra come il diritto internazionale venga piegato, reinterpretato o apertamente violato quando ostacola i piani imperiali, mentre premi, istituzioni e narrazioni mediatiche vengono mobilitati per legittimare l’uso della forza. In questo quadro, la destabilizzazione non è una conseguenza indesiderata, ma uno strumento deliberato.
Giovanni D’Andrea
















































