
Donald Trump ha trasformato la politica estera degli Stati Uniti in uno strumento di comunicazione strategica. Attraverso un uso calcolato di dichiarazioni provocatorie, gesti simbolici e atti unilaterali, ha sostituito i codici tradizionali della diplomazia – discrezione, negoziato multilaterale, coerenza strategica – con una forma di leadership spettacolarizzata. Questo approccio, definito diplomazia performativa, non mira solo al risultato politico, ma alla massimizzazione dell’impatto mediatico e alla modellazione della percezione globale del potere americano.
Le recenti tensioni con Venezuela e Colombia rappresentano un caso esemplare. L’intervento militare simbolico contro Caracas e le sanzioni dirette a Gustavo Petro si inseriscono in una narrazione che richiama apertamente la dottrina Monroe. Non più una dottrina operativa in senso stretto, ma una messa in scena geopolitica: Trump rilegge l’idea di supremazia statunitense nell’Emisfero Occidentale come forma di deterrenza visiva, proiettando forza più attraverso l’immagine che attraverso la diplomazia tradizionale.
Una strategia che rianima logiche novecentesche in un contesto multipolare, dove la presenza crescente di Cina e Russia in America Latina riaccende la competizione per l’influenza regionale.
Trump e Venezuela: ritorno alla dottrina Monroe
La postura degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, negli ultimi mesi, mostra un netto cambio di passo che riecheggia i principi classici della Dottrina Monroe, ma in chiave adattata allo stile e agli strumenti della diplomazia performativa. Al centro non ci sono solo le dinamiche geopolitiche regionali, ma anche una precisa strategia comunicativa: costruire un’immagine di forza attraverso azioni ad alto valore simbolico e una narrazione muscolare, diretta tanto agli alleati quanto agli avversari.
L’autorizzazione a operazioni clandestine della CIA sul territorio venezuelano, con l’obiettivo dichiarato di colpire le reti del narcotraffico, si intreccia con un’escalation militare dalla portata inedita nel contesto latinoamericano degli ultimi decenni. Il fulcro visivo e strategico di questo dispiegamento è la USS Gerald R. Ford, la più avanzata portaerei al mondo, dirottata nel Mar dei Caraibi nel corso di ottobre 2025. Ufficialmente, la missione è di natura anti-narcos, ma il contesto e i segnali lanciati dal Pentagono ne svelano la vera essenza: si tratta di una proiezione di potenza, una dimostrazione tattica e simbolica della volontà statunitense di riaffermare la propria centralità nell’emisfero occidentale.
Le portaerei, del resto, non sono semplici piattaforme militari: rappresentano da sempre strumenti mobili di egemonia, capaci di lanciare messaggi politici prima ancora che missili. Lo spostamento improvviso della Ford — che stava concludendo una missione nel Mediterraneo — è stato accompagnato da dichiarazioni informali di Trump e da post del Dipartimento della Difesa, tutti calibrati per massimizzare l’effetto scenico. Con una forza aerea imbarcata che include F-35, F/A-18 Super Hornet e droni MQ-25, oltre a 5.000 marinai a bordo, la sola presenza della portaerei è un gesto performativo che eleva lo scontro con Maduro a dimensione geopolitica globale.
A rendere ancora più evidente la dimensione di forza esibita, è il dispositivo militare di contesto: oltre 10.000 truppe statunitensi sono attualmente dispiegate nell’area, tra cui 4.500 Marines del gruppo anfibio Iwo Jima, 8 navi da guerra, un sottomarino nucleare, droni MQ-9 Reaper, aerei da sorveglianza P-8 Poseidon e una squadriglia di F-35 basati a Puerto Rico, trasformata in hub operativo permanente. Non si tratta di un’esercitazione, ma di una presenza pronta all’impiego, con capacità effettiva di colpire obiettivi terrestri come rotte del narcotraffico, raffinerie clandestine e infrastrutture sensibili del regime venezuelano.
Questo insieme di elementi – retorica incendiaria, mosse militari, minacce a Maduro – è stato ironicamente ribattezzato dalla stampa statunitense come “Donroe Doctrine”, fusione tra il nome di Trump e la dottrina Monroe ottocentesca. Ma l’ironia non ne indebolisce l’effetto: al contrario, questa etichetta funziona come frame comunicativo, condensando il senso di una postura imperiale rinnovata, in stile trumpiano. Non più solo il rifiuto di ingerenze esterne nelle Americhe, ma un’affermazione unilaterale del dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale, senza vincoli multilaterali, né autorizzazioni internazionali.
Questa strategia si avvale della logica dell’intermittenza trumpiana: nessuna escalation lineare, ma colpi di scena, dichiarazioni shock, spostamenti improvvisi. Trump non persegue una coerenza diplomatica classica, bensì costruisce una forma di deterrenza teatrale, dove ogni azione serve a rinforzare una narrazione di superiorità americana. L’obiettivo non è (solo) Maduro, ma anche Pechino e Mosca, che negli ultimi anni hanno rafforzato il proprio legame con Caracas, investendo in settori energetici e militari strategici. In questo senso, la “questione Venezuela” non è locale, ma si inscrive in una più ampia contesa tra potenze sul controllo del Sud globale.
Il linguaggio usato dall’amministrazione è coerente con questa impostazione: Trump ha parlato di “narcobarche da affondare” e ha lanciato minacce dirette a Maduro in conferenze stampa informali, mentre il portavoce del Pentagono ha dichiarato che la presenza della Ford serve a “disarticolare attori illeciti nell’emisfero occidentale”. Non si tratta di dichiarazioni isolate, ma di atti linguistici performativi, destinati a costruire il consenso interno e la credibilità internazionale attraverso l’immagine di un’America nuovamente padrona del proprio “cortile di casa”.
Il parallelo con la dottrina Monroe è immediato, ma non meccanico. Se nel XIX e XX secolo l’enunciato monroista giustificava interventi militari in nome dell’antieuropeismo e della sicurezza regionale, oggi esso si trasfigura in una postura anti-multipolare, dove la minaccia non viene più solo da potenze continentali, ma anche da attori regionali ritenuti destabilizzanti o troppo legati a rivali strategici. Il Venezuela, in questo scenario, diventa il simbolo di una penetrazione straniera da contenere, giustificando l’uso della forza come estensione della sovranità statunitense sulle Americhe.
La risposta di Maduro, che ha denunciato la “fabbricazione di una guerra” da parte di Washington, non ha fatto altro che rinforzare la narrativa trumpiana. Il leader venezuelano ha esibito la propria capacità di difesa – dai missili Igla-S di fabbricazione russa ai battaglioni costieri – ma il gap di potenza resta abissale. Il punto, tuttavia, non è la possibilità di uno scontro simmetrico, quanto la visibilità del gesto americano: in un mondo in cui la comunicazione strategica è parte integrante del conflitto, ogni movimento navale, ogni dichiarazione e ogni post contribuiscono a ridefinire la posizione degli attori sulla scacchiera globale.
In ultima analisi, l’operazione in corso contro il Venezuela è meno guerra e più spettacolo di forza. Ma proprio per questo, ha un potenziale destabilizzante elevatissimo. La diplomazia performativa consente a Trump di riaffermare il primato statunitense con costi contenuti, ma espone l’intero continente al rischio di escalation incontrollate. In assenza di una dottrina organica, la forza proiettata diventa narrazione incarnata, e la politica estera si trasforma in sceneggiatura strategica.
Il caso Colombia: l’egemonia performativa di Trump
L’azione trumpiana in Venezuela – e, per estensione, contro la Colombia di Gustavo Petro – non è solo una scelta tattica. È la reincarnazione mediatica di un paradigma strategico antico: la dottrina Monroe. Ma non più nella sua forma classica, bensì come linguaggio politico in chiave performativa.
La dottrina, proclamata nel 1823, nasceva come baluardo contro le interferenze europee nel “Nuovo Mondo”, dichiarando che l’America Latina era sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Con il tempo, divenne principio operativo di interventi, colpi di stato e regimi amici imposti da Washington: da Haiti a Panama, da Cuba al Cile. Ma l’intento era sempre chiaro: impedire che potenze esterne (oggi: Cina, Russia, Iran) guadagnassero terreno nel continente americano.
Trump non si limita a riproporre questi assunti. Li spettacolarizza. Costruisce una narrazione muscolare che non ha bisogno di sofisticate giustificazioni giuridiche. Lo dimostra la scelta di non passare dal Congresso, nonostante le operazioni a rischio escalation. L’idea di fondo è che l’America non ha bisogno di legittimazioni se agisce nel suo “giardino”. E questo “giardino” oggi è minacciato, non tanto dai cartelli della droga, ma dalla penetrazione strategica di attori rivali.
Ecco dove la Donroe Doctrine assume spessore: più che un piano, è un format comunicativo. In un mondo dove l’egemonia si esercita anche attraverso simboli – portaerei, droni, post virali – Trump trasforma la diplomazia in spettacolo, e lo spettacolo in deterrenza.
L’elemento Colombia è cruciale per capire questa dinamica. Le sanzioni personali a Petro, il congelamento degli aiuti e le tariffe punitive non sono azioni isolate. Sono segnali, parte di una grammatica di potenza che punisce i leader che non si allineano, come nella Guerra Fredda. Ma mentre allora il linguaggio era quello della politica del contenimento, oggi è quello dell’attacco reputazionale e finanziario immediato. Petro è accusato – con toni iperbolici – di essere “complice dei narcos”. Trump lo tratta da attore ostile, perché non si presta alla narrativa trumpiana sull’Emisfero Occidentale.
A rendere più complesso il quadro c’è il ruolo effettivo della Colombia nel narcotraffico globale. Il Paese è da anni il principale produttore mondiale di cocaina, e secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, la coltivazione di coca è in aumento, con una superficie totale che ha superato i 230.000 ettari nel 2025, in crescita rispetto agli anni precedenti. Nonostante gli sforzi dichiarati dal governo Petro — tra cui l’intensificazione delle operazioni di sequestro e la distruzione di migliaia di laboratori — Washington ha decertificato la Colombia come partner affidabile nella lotta al narcotraffico, per la prima volta in trent’anni. Per l’amministrazione Trump, la persistenza del fenomeno è letta come fallimento strutturale, se non addirittura come complicità politica. In questo contesto, la lotta alla droga diventa narrazione funzionale, utile a giustificare pressioni economiche, sanzioni personali e una postura strategica più assertiva, come già avvenuto in passato nel nome della sicurezza continentale.
Il problema? Che in America Latina, questa postura non funziona più come un tempo. Gli anni 2000 hanno consolidato una crescente autonomia strategica nei Paesi del Sud. Le accuse unilaterali e le mosse militari riattivano memorie coloniali, alimentano sentimenti anti-americani e offrono spazi a mediazioni alternative, come quella tentata da Lula.
Eppure, anche questa reazione è parte del disegno: per Trump, l’opposizione è utile quanto l’adesione, purché mantenga la centralità degli Stati Uniti nella conversazione globale. È qui che la sua diplomazia performativa mostra tutta la sua forza: Trump non vuole solo vincere, vuole essere visto mentre lo fa.
Donatello D’Andrea
















































