invisibile, merce

Chi ha prodotto il cibo che mangiamo?

Non c’è ingenuità che regga ai tempi del Capitalismo, mentre reggono invece, benissimo, le molteplici forme di cecità e indifferenza sociale che investono con violenza (consapevole o meno) e strutturano (in maniera assolutamente consapevole) l’organizzazione delle nostre società.

Ovunque la merce-feticcio si impone e mostra il fallimento della criticità umana che smette di interrogare quel mondo che si manifesta e vive oltre e dietro la merce e che ne garantisce la produzione, quel mondo senza il quale non avrebbe origine ne trarrebbe sopravvivenza la merce stessa. Questo abominevole ammasso delle merci che esclude dalla ‘vista’ ciò che gli giace dietro si estende a molti ambiti: dall’industria del porno dove il feticcio-merce è il corpo della donna e in generale il corpo delle relazioni umane, per arrivare alla forza lavoro impiegata nella produzione in campo agricolo.

Sul banco del supermercato vediamo esclusivamente delle mele imballate, come se le mele le avesse posate li un miracolo. Quasi che questo Capitalismo fosse un miracolo che fa le mele così lucide e belle e correttamente imballate. Con opposte politiche, entrambe queste industrie si assicurano la loro sopravvivenza, col minimo dello sforzo e il massimo del danno, da una parte la visibilità obbligata e retribuita e dall’altra l’invisibilità obbligata e non retribuita proprio a causa di quest’invisibilità. Non dimentichiamo che i prodotti continuano ad essere assolutamente alieni ad un’attribuzione di valore che sia relativa al valore d’uso.

L’altro dominio quello che è precedente e successivo al dominio delle merci è il dominio dell’umano, dominio da cui il lavoro vivo trae materia: la sua forza lavoro. Dominio da cui viene prodotto e a cui torna. La possibilità di sfruttamento di questi due domini, asservendo l’uno all’altro quello dell’umano a quello del mercato, lascia al mercato la libertà di stabilire come e quando, la regola non appartiene all’umano ma al il mercato e alle sue leggi. Questa macchina fagocitante sceglie cosa mostrare e cosa negare al mondo e alle vite umane di cui il mondo è costituito. Invisibile (perché scomodo) è il lavoro vivo in agricoltura perché invisibili sono innanzitutto i soggetti che rendono possibili queste produzioni.

A questo punto non possiamo negare che il mondo che rende possibile la nostra sopravvivenza è un mondo di cui ignoriamo le mani e i volti, i dolori, le costanti usurpazioni e i diritti, un mondo di lavoro nero e grigio, di vulnerabilità sociale che deve restare escluso dai nostri sguardi e deve passare sotto silenzio. Perché quell’altro mondo, privilegia solo ed esclusivamente il valore incorporato nella merce non certo quello stratificato e incorporato nell’individuo che di volta in volta lo produce. Ciò che mangiamo ci preclude la vista di chi ha prodotto quel cibo. Soggetti invisibili, ogni giorno spianano la strada dei più, lì nutrono come una mammina silenziosa e sottomessa, e questi soggetti sono resi tali dalle presunte manovre di giustizia di uno Stato che ritiene normale e intelligente creare clandestinità piuttosto che integrazione. Che abbandona al caporalato e allo sfruttamento persone e soggetti politici che non hanno colpa di ricoprire questo ruolo ne strumenti di emancipazione tali da garantirsi l’uscita da questo occultamento e da quest’ingiustizia.

Nel libro di Avallone, Sfruttamento e Resistenze questi soggetti e queste realtà abbandonano per un secondo l’invisibilità a cui sono stati destinati e vengono posti al centro di un’inchiesta che tramite un’attenta ricerca etnografica costruisce una strada di possibile visibilità per i meccanismi e i soggetti che li subiscono. Un libro il cui compito e valore è quello di tendere soprattutto alla creazione di una giustizia possibile e doverosa.

Mariachiara Pisapia

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui