Poetry therapy

Artista e insegnante, Dome Bulfaro è tra i più attivi sostenitori dello sviluppo della poesia performativa e della poetry therapy. Dopo aver rappresentato per anni la poesia italiana nella competizione internazionale del Poetry Slam, ha recentemente fondato la prima scuola di poesia in Italia, a Monza, dove ci ha accolto per raccontarci qualcosa in più su questa ambiziosa iniziativa.

Com’è nata la tua passione per la poesia?

Quando avevo sedici anni il mio desiderio più grande era diventare un artista visivo. Mi sono iscritto al liceo artistico di Busto, pensando di diventare un fumettista, poi però è capitato qualcosa di imprevedibile. L’insegnante di italiano, senza preavviso, un giorno entrò in classe, mise un disco di musica classica e disse: «Componete una poesia su questa musica». Naturalmente tutti fummo presi in contropiede da questa proposta. Sebbene avessi già un rapporto di amicizia con la poesia, quest’insegnante sbloccò un canale espressivo che evidentemente io avevo latente e aspettava solo che le circostanze fossero tutte favorevoli per uscire allo scoperto. Così è stato, ho scritto quel componimento e da lì ho capito che la poesia era per me un canale privilegiato.

Ti ricordi che tipo di poesia hai scritto quel giorno?

Non mi ricordo esattamente il contenuto, ma probabilmente, come spesso capita nella letteratura adolescenziale, era una poesia che parlava di problemi e di storie tristi. Storie che trovavano finalmente sulla pagina un luogo, una forma, una presenza.

La scuola Poesia Presente Lab nasce all’interno della cornice di Poesia Presente, un progetto nato nel 2006 e promosso dall’associazione culturale Mille Gru. Dedicato alla poesia contemporanea, realizza ogni anno incontri, serate, produzioni, seminari e percorsi didattici. Quali sono i suoi obiettivi?

Sono sicuramente ben riassunti dalla frase “Ogni vivere se privato di poesia non può essere davvero presente”. L’obiettivo principale è quello di restituire alla quotidianità la sua dimensione poetica. Cosa che è sempre più difficile, perché quello che emerge nel quotidiano è un atteggiamento utilitaristico. Al contrario, la poesia ha una dimensione gratuita, è un punto di chiamata alla presenza, anche in quanto dono a sé stessi e agli altri. D’altra parte, la poesia non deve essere solo un festival limitato a due o tre giorni, ma deve diventare una stagione poetica che si sviluppa per tutto l’anno. Deve essere letta sui sacchetti del pane, portata negli ospedali e incisa sui tovaglioli di carta. È una dimensione propria e specifica dell’uomo che appartiene a tutti e, di conseguenza, devono esserci delle azioni culturali che mettano tutte le persone nelle condizioni di poterla vivere.

Dalle tue parole emerge un’idea universale della poesia…

Esattamente. La poesia ha una dimensione sia personale che universale, in quanto unisce gli uomini. Questo lo racconta bene Ungaretti nella poesia “Fratelli”, che si apre con una domanda: “Di che reggimento siete, fratelli?”. Questa dimensione della fratellanza, che è propria dell’uomo, ci accomuna tutti, ci universalizza e ci mette in sintonia con l’universo.

Tra le finalità della scuola c’è l’uso della poesia come terapia, in particolare nei reparti psichiatrici, in collaborazione con gli ospedali del territorio. Che cosa intendi esattamente quando affermi che la poesia può avere un valore terapeutico?

La poesia è un aiuto nella crescita e nel superamento di traumi, piccoli o grandi che siano, così come uno strumento di riconnessione con il proprio sé. Ma in un periodo di grande connessione sociale e virtuale come questo, colpisce che sia invece in forte aumento la disconnessione reale, sia con sé stessi che con l’altro. Il lavoro vero è stato quello di allinearci con tutte le azioni di umanizzazione portate avanti dagli enti ospedalieri, perché lì c’è un grande bisogno di supporto, anche dei familiari che sono in contatto con chi sta attraversando un momento di grande fragilità. In quel caso, le arti terapeutiche, come la poesia terapia, possono dare un grandissimo contributo.

Poetry therapy
Poesia Presente LAB Monza © Poesia Presente

Proprio in questa direzione si muove la rivista “Poetry Therapy Italia”, che ha debuttato in rete parallelamente all’inaugurazione della scuola. Che cosa può offrire ai lettori un contenuto editoriale di questo genere?

Una casa. Chi faceva poetry therapy non aveva un luogo di riferimento. La nostra volontà era quella di mettere in rete quei pochi pionieri italiani che stanno facendo azioni di poetry therapy in una situazione di solitudine ma anche di scarsa credibilità. Purtroppo, in assenza di una letteratura intorno a quest’arte, nel momento in cui ci si reca negli enti ospedalieri a proporre i progetti questi non sono così aperti a pratiche di questo genere. Con la rivista, le persone hanno un portale di grande aiuto, anche se virtuale, e fruiscono di contenuti che costituiscono già un momento altamente formativo e che possono condividere. In questo numero zero le persone raccontano la propria esperienza, mettono in luce le proprie metodologie e finalmente condividono dei processi. E lo possono fare attorno a un tavolo virtuale. La rivista è questo grande tavolo in cui si discute insieme.

La scuola si rivolge a persone di ogni età interessate alla poesia. Nei prossimi mesi è previsto un fitto calendario di incontri, a cui ha dato il via l’intervento di Simone Savogin, campione italiano di Poetry Slam. Puoi anticiparci quali saranno i prossimi incontri previsti a breve?

È partito recentemente un corso di scrittura legato alla poetry therapy, in collaborazione la libreria Virginia e Co. Inoltre, sono previsti a breve due laboratori internazionali tenuti da due grandi campioni internazionali di Poetry Slam, in concomitanza con le finali europee del format che avverranno per la prima volta in Italia, a Milano.

I nuovi corsi della scuola di poesia partiranno con l’inizio del prossimo anno scolastico. Su quali aspetti della poesia e della scrittura in generale si focalizzeranno?

Le tre aree principali sono quelle della scrittura poetica, della poetry therapy e della poetica performativa. In particolare, ci concentreremo sulla scrittura per l’infanzia, in quanto la scuola vuole coprire tutte le fasce d’età, dai più piccoli agli anziani. Stiamo pensando anche a delle azioni che possano interessare l’età compresa tra gli 0 e i 3, piuttosto che l’età dell’infanzia tra i 6 e i 10, l’età adolescenziale e via discorrendo. Formuleremo una serie di proposte e poi partiranno quei corsi che avranno raggiunto il minimo di iscrizioni necessario.

Da anni tieni dei corsi di poesia al teatro Binario 7 di Monza. A tuo giudizio, qual è il rapporto che i giovani d’oggi hanno con la poesia?

Sicuramente il Poetry Slam ha avuto il grande merito di riportare una serie di fasce d’età in grandissima relazione con la poesia. Il giorno dell’inaugurazione ha ospitato eventi per 5 ore di fila: la nostra sala era piena in modo costante e almeno il 60% erano sotto i 35 anni. Questo interesse altissimo lo dobbiamo al format del Poetry Slam che ha permesso di avvicinare i giovani, soprattutto tra i 14 e i 25 anni, alla poesia. Un fenomeno che fino al 2001, quando il Poetry Slam è arrivato in Italia, era totalmente assente.

Su che cosa si dovrebbe scommettere per favorire la diffusione della poesia presso il grande pubblico?

Direi il lavoro nelle scuole. Sappiamo benissimo come si insegna la poesia a scuola e credo ci siano persone veramente notevoli che lo facciano. Non mi piace ricadere nel luogo comune secondo il quale gli insegnanti di italiano rovinano il rapporto tra adolescenti e poesia. Ci sono tantissimi grandi appassionati. Quello che manca è una formazione che permetta agli insegnanti di veicolare quella passione che hanno, ma che fanno fatica a condividere con i giovani. È come se ci fossero due canali che però non sono sulla stessa frequenza, come spesso accade nel rapporto tra genitori e figli, dove c’è quel momento in cui le due età parlano lingue diverse e non riescono a trovare uno spazio di condivisione o di nutrimento. Sono sullo stesso tavolo ma hanno la schiena l’una rivolta contro l’altra. Bisognerebbe invece ricollocarli l’uno di fronte all’altro. Quello che manca è un lavoro di formazione degli insegnanti in questo senso.

Su invito degli Istituti Italiani di Cultura, hai spesso rappresentato la poesia italiana all’estero. Nel 2009 in Scozia, nel 2012 in Australia e nel 2014 in Brasile. Che cosa distingue la poesia italiana da quella degli altri Paesi del mondo?

Ha una tradizione letteraria fortissima, che è un grande punto di forza. Ma, essendo la nostra una cultura conservativa con una grande storia artistica alle spalle, questa tradizione è sia un punto di forza che di debolezza. Questo ci connota molto, ma può essere allo stesso tempo l’elemento che ci tiene un po’ a distanza rispetto ad altre letterature, che hanno meno tradizione ma sono più “sciolte”. Questo lo vediamo bene per esempio nelle arti visive e nella letteratura legata al romanzo: la cultura americana, che aveva una ridotta tradizione artistica alle spalle, è riuscita in breve tempo ad essere nella seconda metà del Novecento la cultura portante a livello internazionale. Ciò avviene anche nella poesia, anche se forse è meno visibile. Quando mi è capitato di rappresentare l’Italia durante il Poetry Slam si sentiva che era connotata da un grado di letterarietà diverso rispetto agli altri Paesi.

Matteo Allievi

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