Rai Movie

La chiusura di Rai Movie e Rai Premium ha destato non poche perplessità, non tanto per i palinsesti che questi due canali offrono, bensì per quelli che li sostituiranno: le frequenze saranno occupate da una rete istituzionale, una in inglese e una “al femminile”. La scelta è stata giustificata per l’audience limitata, incapace di captare l’interesse degli inserzionisti. Secondo D.i.Re – Donne in Rete contro la Violenza, alla quale aderiscono 80 organizzazioni che gestiscono 116 centri antiviolenza e 92 case rifugio in 18 regioni, questa decisione potrebbe rafforzare gli stereotipi alla base della violenza di genere.

Quando Fabrizio Salini, amministratore delegato RAI, ne aveva annunciato la chiusura, era stato assalito da una pioggia di critiche. Da un lato gli appassionati di cinema, che sottolineavano come un canale della stessa tipologia di Rai Movie solitamente non raggiungesse alti indici di share, dall’altro l’associazione D.i.Re che aveva condannato la separazione dei canali sulla base del sesso biologico. Mariangela Zanni, membro del gruppo Comunicazione di D.i.Re, ha risposto alle nostre domande.

Sulla questione Rai Movie, quali sono i rischi di un palinsesto così esplicito in termini di target?

«Per noi il rischio principale è quello di andare ad alimentare ancora di più quelle che sono le divisioni e gli stereotipi sul ruolo della donna e degli uomini nella società e nell’ambito politico. Pensare di avere due canali con target ben definiti, con esplicite dichiarazioni di chi ha fatto questa scelta, ci fa capire che sono stati fatti dei programmi con tematiche, ad esempio, di politica per gli uomini ed intrattenimento per le donne. Per noi rischia di acuire questi stereotipi, soprattutto sulla base delle scelte che gli uomini e le donne possono fare. C’è già qualcuno a monte che sceglie quali possano essere gli interessi maschili e femminili a prescindere dalle soggettività ed i reali desideri delle donne e degli uomini, che possono, tuttavia, essere coincidenti e non è detto che, sulla base del sesso, ci sia più interesse per una tematica piuttosto che per un’altra. Sappiamo bene che da questi stereotipi nascono le discriminazioni e, di conseguenza, anche le violenze sulle donne. Ci sono stereotipi che vedono la donna in un ruolo prevalentemente di cura e, quindi, di inferiorità rispetto al ruolo maschile. Non penso che questi programmi andranno a promuovere ruoli diversi o più edificanti della figura femminile, rispetto all’assetto attuale.»

RaiMovie
Fonte: Corriere Tv

La seconda ondata del femminismo individua nella differenza sessuale la sua linfa. Cosa c’è di diverso nel caso della chiusura di Rai Movie?

«La differenza sessuale deve essere pensata nella misura in cui non debba essere separazione tra i sessi, ma compresenza all’interno di un linguaggio, di un discorso, in modo equilibrato deve avere una visione maschile e una visione femminile. Un palinsesto deve includere allo stesso modo il pensiero femminile all’interno dei programmi, che devono essere per tutti e non targettizzati. Non deve esserci un discorso neutro, bensì orientato al genere. Quello che noi vediamo, a partire dal linguaggio, è sempre quello di un discorso maschile prevalente a fronte di una cultura di genere assente. Deve essere compresente al discorso culturale, da portare avanti anche quando vengono elaborati i programmi, contro le contraddizioni di alcuni di questi. Il discorso è generale, ma il pensiero femminile deve essere presente sia nel pubblico che nel privato, cosa che non c’è; per questo motivo la lotta al patriarcato come “generale”

Cosa ci aspettiamo dal servizio pubblico e quali sono, invece, le percezioni che ci giungono da queste scelte (a tutti gli effetti politiche)?

«Ci fanno pensare che c’è ancora una cultura retrograda nel nostro paese. La politica attuale non ha volontà di riconoscere il ruolo della donna nella società, rimandando sempre di più alle mura domestiche, a quello che viene considerato un “ruolo naturale”. Come è stato dichiarato, c’è anche una scelta di profitto, pubblicitaria, affinché questa diversificazione porti più denaro all’interno della tv pubblica. La questione è grave perché la tv pubblica non dovrebbe trattare le persone come prodotti, ma diffondere la cultura della collaborazione, scardinare gli stereotipi e trasmettere valori di rispetto per combattere le discriminazioni di genere che ancora permangono nel nostro paese. Questa cultura del lucrare dovrebbe farci pensare ai messaggi che passano, anche rispetto ai discorsi sulla libertà e sull’autodeterminazione della donna.»

Lella Palladino, presidentessa di D.i.Re, aveva commentato così: «Una proposta grottesca, antistorica, sessista e per giunta pericolosa, perché finirebbe immancabilmente per rafforzare quei pregiudizi che sono alla base della persistente discriminazione tra uomini e donne nella quale trova radice la violenza di genere, fenomeno strutturale di una società che ancora fatica a scrollarsi di dosso il dominio patriarcale […] Non esistono settori preclusi a un sesso oppure a un altro ma che ciascun individuo ha il diritto di realizzarsi con piena autodeterminazione».

Stereotipi, genere, RaiMovie

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Da Rai Movie alla riflessione sulla TV pubblica

La questione Rai Movie ci lascia riflettere sul ruolo che la TV pubblica dovrebbe ricoprire e sugli obiettivi che dovrebbe porsi.

Incardinare le volontà individuali rinvigorisce una cultura della mercificazione, che dimentica le irriducibili soggettività e le mette a tacere. Educare alle differenze non significa segmentare, bensì includere una pluralità di punti di vista. Ciò che dovrebbe essere chiaro è che la nostra nascita non segna il destino di ciò che saremo e di ciò che vorremo, men che meno di ciò che vorremmo vedere.

La televisione è ancora uno strumento di trasmissione di messaggi molto potente. Se chi decide cosa mandare in onda orienta volutamente i programmi sulla base del sesso, allora non è fuori dal tempo pensare che ci sia una visione della società che si sta cercando in tutti i modi di diffondere. Chi controlla l’interruttore, insomma, siede tra i banchi del Congresso Internazionale delle Famiglie (e neanche questa è una novità).

Se la TV pubblica gioca a privatizzarsi rincorrendo il profitto, rischia di perdere due volte.

Sara C. Santoriello

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