the boys
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The Boys, la serie tv che critica aspramente l’America (soprattutto quella di Trump) il suo sistema economico e il suo modello culturale, facendoci al contempo divertire.

Usare i supereroi per raccontare altro.
Certi autori hanno la necessità di raccontare qualcosa, che sia uno spaccato della loro vita, un sentimento umano comunemente sentito, fornire la fotografia di un dato momento storico di una determinata società. Questi artisti, di mestiere, di vocazione o per talento, sono bravi a raccontare questi aspetti senza mostrarli nella loro nella loro nudità, senza ingarbugliarsi in un realismo esasperato che non gioverebbe all’intrattenimento del pubblico, ma li romanzano, utilizzano, cioè, personaggi, ambientazioni e stilemi per parlare proprio della realtà usando il canale di espressione artistico a loro più congeniale.
Insomma, gli artisti sono padri di metafore eccezionali che raccontano l’ordinario di una vita che non sarà così entusiasmante come quella racconta da loro stessi su schermo (e in particolare nel genere super) ma che presenta uguali problematiche e contraddizioni. E allora c’è chi utilizza i maghi, chi guerrieri e Re, chi lo fa con i supereroi come nel caso di The Boys.

Queen Maeve e Patriota, due supereroi de “I Sette”

The Boys parla di supereroi che sono gestiti come star del cinema dalla potente multinazionale Vought, il cui scopo è trarre da loro il massimo profitto e obnubilare il popolo attraverso le loro gesta mostrandoli come i paladini della giustizia. In realtà tutto ciò è una grande operazione di marketing volta a nascondere i loro vizi, il loro egoismo, la loro depravazione, il loro materialismo. The Boys insomma è una narrazione pretesto e attrattiva che si appropria di certe figure immaginarie per raccontarci i malumori di una piccola ma fracassona parte di umanità che nel nome di Garth Ennis (creatore del fumetto originale da cui è tratta la serie), stanco e spietato, si scaglia contro la sua società. Che è anche la nostra. I “Sette”, infatti, rappresentano in qualche modo tutti i vizi e l’ipocrisia del variegato umano occidentale e, quindi, la brama di potere, il narcisismo, l’arrivismo e la voglia di primeggiare ad ogni costo, l’indifferenza verso la sorte altrui, questa figlia del vorace individualismo dei nostri tempi. Proponendo gli stessi super in una versione matura e violenta – e per questo verosimile – la serie prodotta da Amazon Prime Video si prende anche la briga di raccontare senza mezzi termini la decadenza di alcuni ideali del novecento, ancora vivi in certa umanità, ma destinati a rassegnarsi al cospetto di un mondo inquinato, corrotto, finto, perso nei meandri dei media e delle grandi corporazioni. Ci racconta, a ben vedere, di un mito americano e del suo residuo vestigiale. Ci racconta delle perversioni della società americana, un società capitalistica, ineguale, iper-mediatica dove le biografie di ognuno sono solo in parte auto-determinate. The Boys, insomma, diventa il racconto metaforizzato di un disastro. Il requiem di un’America che, in regime di attività economica, rifiuta qualsiasi limite che si opponga alla razionalizzazione della vita, in funzione del rendimento commerciale. Racconta il canto del cigno di una tradizione americana che privilegia la razionalità a scapito dello spiritualismo, l’utilitarismo al posto dell’altruismo, l’individualismo al posto della solidarietà, il valore-mezzo rispetto ai valori-fini.

La Vought, l’azienda più potente al mondo che ha nella sua scuderia i più popolari supereroi, rappresenta il sistema economico che seduce e schiaccia ogni altro ambito della vita o meglio riconverte ogni cosa: ideali, cultura, in una funziona mediatica e, in ultimo, commerciale. Lo dice all’inizio della 2×01 il presidente Edgar a Patriota: “Non siamo un’azienda di supereroi, ma un’azienda farmaceutica, e il nostro unico interesse è il profitto”. Tutti gli altri? Il popoli, i cittadini, gli elettori? Sono impotenti spettatori il più delle volte, in altre diventano protagonisti inconsci perché ipnotizzati da queste eccezionali e continue distrazioni.
Ma alcuni, alle volte, rimangono invischiati fra gli ingranaggi di questa macchina, schiacciati. I The Boys, che rappresentano la resistenza spietata a questo sistema, degli antieroi a cui è stato sottratto quasi tutto (ogni sogno, ogni progetto, ogni gloria…) e che con le unghie e con i denti difendono quel che rimane (i loro rapporti più prossimi) e cercano vendetta contro chi è l’espressione spietata di queste assurdità (il sistema, la Vought).

A corredare il tutto c’è una fotografia eccellente, con luci che tengono al giallo ocra e contrasti appena accentuati, un’esplosione di colori saturi quando i super mostrano al mondo la loro facciata patinata e fintamente perfetta, che diventa de-saturata quando invece si mostrano per davvero, senza filtri, nella loro mediocrità umana.
Sebbene costruita a dovere, in maniera stratificata e ricca di significati, narrativamente la serie gira un po’ a vuoto in alcuni momenti, ma il tutto viene sopperito dall’enorme messaggio di fondo e dal fascino e dal (super) appeal della metafora.
Insomma, in giro c’è veramente di peggio.

Enrico Ciccarelli

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