Da Gaza ad Aleppo ai Rohingya, il mondo che ci muore fra le mani

Cari lettori,
immaginate di avvicinarvi al presepe. Immaginate di afferrarne le pareti, strapparle via con forza ed appiccare il fuoco al fieno; immaginate di spezzare la statuetta di Giuseppe e gettare via quella di Maria, lontano.

Adesso non c’è più nessuna culla, alcun rifugio. Ha vinto l’odio.

Se l’idea vi sembra insopportabile, provate a immaginare il vostro presepe costruito nel fango, accanto a un dirupo. La cometa è un raggio di tramonto inclinato sulle palme, la stalla è uno squallido telone di plastica sporca. Oro, incenso e mirra sono fame, sete e malattia; il Natale è una tragedia ripetuta tutti i giorni, al confine tra Birmania e Bangladesh, dove si consuma una persecuzione ben più feroce di quella di Erode: è un’epifania al contrario, una sparizione occulta, quella del popolo Rohingya.

La denuncia di Amnesty

Già nel 2004 Amnesty International raccontava di un dramma quotidiano attraverso il dossier “Myanmar – The Rohingya Minority: Fundamental Rights Denied”:

La libertà di movimento dei Rohingya è fortemente limitata, e alla maggior parte di loro è stata negata la cittadinanza. Essi sono sottoposti a forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; restrizioni finanziarie sui matrimoni. I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari…

Oggi, la catastrofe umanitaria si ripropone più urgente, feroce e spietata di allora.

“Nel giro di pochi mesi, oltre 620.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh a causa della campagna mirata di violenza lanciata dalle forze di sicurezza di Myanmar e fatta di innumerevoli uccisioni di uomini, donne e bambini, di stupri di donne adulte e adolescenti, di incendi di interi villaggi e di impiego delle mine antipersona”, denuncia Amnesty.

“A oggi, la risposta del tutto inadeguata del Consiglio di Sicurezza ONU è stata vergognosa. Dalla fine di agosto oltre 620.00 Rohingya sono fuggiti da atrocità inenarrabili, eppure il Consiglio ha emesso una sola dichiarazione, peraltro inadeguata alla gravità della situazione”.

Ma chi sono i Rohngya?

Il popolo dei Rohingya deve il proprio nome allo Stato di Rakhine, nell’ovest della Birmania, che nella loro lingua è chiamato “Rohang”. Si tratta di una comunità di circa un milione di persone, perlopiù di fede musulmana sunnita. Nonostante siano insediati in territorio birmano, una legge del 1982 impedisce loro di ottenere la cittadinanza: sono considerati, dunque, alla stregua di clandestini nelle proprie terre, e sottoposti a confische, divieti e vessazioni di vario genere da parte delle autorità birmane.

Perché i Rohingya sono perseguitati e sterminati?

Le cause di questa violenta persecuzione sono da ricercarsi nel sospetto e nella diffidenza con cui i governi della Birmania, fin dai tempi del dominio britannico (causticamente descritti da George Orwell nel suo primo romanzo, “Giorni in Birmania”) e della successiva indipendenza, hanno visto la popolazione dei Rhoingya. Le differenze linguistiche e religiose li hanno resi facile bersaglio (vi ricorda qualcosa?).

Il timore di una “contaminazione” con i musulmani, di una progressiva perdita di tradizioni e identità, è stato il pretesto per giustificare una sequela di crimini che si protrae da decenni (ripeto: vi ricorda qualcosa?). Il nuovo focolaio di violenze, divampato nella scorsa estate, ha condotto a una crisi umanitaria che per numeri e dimensioni potrebbe ricordare ben presto l’efferatezza di altre stragi, come nel 1994 in Ruanda, o il più recente sterminio di Aleppo, in Siria.

Bambini Rohingya in un campo profughi del Bangladesh
Bambini Rohingya in un campo profughi del Bangladesh

Cosa sta accadendo adesso ai Rohingya?

Scappati in massa in Bangladesh, reclusi in campi profughi senza cibo né acqua potabile, costretti a lasciare le proprie abitazioni senza portare via altro che il peso insopprimibile delle violenze subite, i Rohingya vengono considerati “il popolo meno voluto al mondo”. Come se si trattasse di bestie deformi o contagiose, o di una setta di killer psicopatici. Medici Senza Frontiere, dopo aver ascoltato le loro storie nei campi, ha stimato che in un solo mese ne siano stati uccisi 6.700.

Seimilasettecento.

Per il semplice fatto di vivere. Sparati oppure arsi vivi, stuprati, torturati nel vile silenzio di leader e capi di governo. Neppure una parola da Aung San Suu Kyi, Primo Ministro birmano, Nobel per la pace nel 1991. Da quelle parti il termine “Rohingya” è tabù: guai a proferire verbo, guai a suggerirne l’esistenza. Persino Papa Francesco ha preferito obbedire, nella sua recente visita a Dacca, lamentando il dramma dei rifugiati ma evitando accuratamente di pronunciare il nome del popolo rinnegato.

Nel resto del mondo, poi, l’indifferenza è totale, ed ha il peso della complicità. Le vuote parole dell’ONU sono tutto ciò che la comunità internazionale ha saputo esprimere, mentre altrove si preferiva giocare alle elezioni o costruire muri come se fossero mattoncini Lego.

Qual è il destino dei Rohingya?

Finché l’atteggiamento criminale del governo birmano verrà tollerato e sminuito con sterili dichiarazioni di circostanza, è impossibile che la crisi possa avere fine. Il lavoro delle ONG presenti sul posto è l’unico argine allo sterminio totale. I fatti dicono che stiamo consegnando alla storia l’ennesima, sanguinosa e imperdonabile operazione di pulizia etnica. Le immagini parlano da sole. Chi potrebbe evitarlo, invece, tace.

Emanuele Tanzilli

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