adelchi d'ippolito

Adelchi D’Ippolito è un magistrato, per dieci anni sotto scorta, attualmente è Procuratore della Repubblica, vicario di Venezia e già coordinatore della direzione distrettuale antiterrorismo e antimafia del veneto, ruolo grazie a cui riuscì a salvare centinaia di vite umane arrestando i quattro terroristi il cui obiettivo era far esplodere il ponte di Rialto nel 2017. Di seguito l’intervista:

Per quale motivo decise di intraprendere questa carriera?

«Perché volevo stare dalla parte di tutti, mi sembrava che fare il magistrato e agire in nome e per conto del popolo italiano fosse una scelta professionale che significava tutelare i diritti di tutti.»

Nel 1992 si è trasferito da Catanzaro a Roma. Questo trasferimento è connesso alle minacce che aveva ricevuto?

«Non in modo diretto. C’erano dei problemi di sicurezza che riguardavano la mia persona ma soprattutto i miei familiari che avevano ricevuto una serie di minacce. Allora considerata comunque esaurita la mia esperienza professionale in Calabria ritenni utile intraprendere un nuovo percorso professionale in un grande ufficio giudiziario, quale appunto la Procura della Repubblica di Roma.»

“Con Venezia guadagni subito il paradiso per quanti miscredenti ci sono qua, bisogna mettere una bomba a Rialto”. Questa è la frase intercettata con cui i quattro kosovari arruolati all’ISIS volevano uccidere centinaia di persone. Lei ha guadagnato il paradiso o l’inferno arrestando i quattro terroristi e scongiurando la strage?

«Non ho guadagnato nulla. Ho solo fatto il mio dovere che era quello di arrestare questi quattro cittadini e terroristi kosovari. Avevamo raggiunto delle prove, assolutamente attendibili, sul fatto che stavano per far saltare in aria il ponte di Rialto. La nostra fortuna è stata quella di riuscire ad arrivare prima che l’attentato avvenisse. Questi cittadini kosovari, che noi abbiamo arrestato nel marzo del 2017, sono stati condannati dal Tribunale di Venezia alle pene di giustizia. Ciò che noi avevamo intuito dalle indagini ,è stato confermato con la condanna a 5 anni di carcere, compreso un ragazzo minorenne. Tutt’ora in carcere

Tante capitali europee sono state colpite da attacchi terroristici. Quanto rischia l’Italia?

«Da quanto mi risulta attualmente non ci sono minacce dirette allo Stato. Certo non bisogna mai abbassare la guardia, mantenere elevato il livello di attenzione sia sui reati di stampo terroristico, sia ovviamente su tutti gli altri reati.»

Nell’ambiente della magistratura nota qualche pregiudizio nei confronti dei musulmani, dopo la nascita e le azioni dell’ISIS? Ovvero l’essere di fede islamica può assurgere a elemento di prova che desta maggiori sospetti?

«Assolutamente no. Fare questa equazione è un errore. Non si può dire musulmano=terrorista: sarebbe uno sbaglio sia dal punto di vista sociale che investigativo. Ci sono tanti musulmani che sono persone rispettose della legge, che non hanno in animo intenzione di commettere attentati e che vivono la loro religione in modo composto e normale. Invece altri si radicalizzano, fanno scelte estreme: noi contro questi dobbiamo agire.»

Del resto abbiamo avuto terroristi anche estremamente cattolici, come Luca Traini…

«Certo, gli estremismi possono essere dannosi da qualsiasi parte provengano. Non bisogna mai fare generalizzazioni, perché le generalizzazioni sfociano spesso in ingiustizia.»

Qual è la paura più grande di un magistrato?

«Più che di paure parlerei di preoccupazioni che può avere un magistrato. La prima è la paura di non adottare la decisione giusta in relazione ai singoli casi. Questa paura si combatte usando il massimo della diligenza, dell’attenzione, della professionalità. Un magistrato deve avere un atteggiamento di grande umiltà culturale, questa secondo me è la nota distintiva di un magistrato: non avere nessun pregiudizio, non avere paura di cercare la verità da qualsiasi parte possa stare. La verità è la verità, non bisogna mai cercare una verità di comodo. Accanto a questa che più che una paura è, come dicevo, una preoccupazione professionale ci può essere in determinati casi la paura della propria incolumità fisica e di quella dei propri familiari, ma a questo timore, chi ha scelto di fare il magistrato, non fa molto caso.»

Per un magistrato avere la scorta significa che sta facendo bene il proprio lavoro o evidenzia più una debolezza dello Stato costretto continuamente a difendersi e difendere i propri funzionari?

«Sono stato circa 10 anni sotto scorta, con una scorta di secondo livello: macchina blindata, sei uomini di scorta e tutt’oggi ho una scorta di quarto livello. La scorta significa semplicemente che il comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, che è l’organismo preposto a valutare i pericoli, ritiene che in quel determinato periodo ci siano dei rischi per la sua incolumità e ritiene di adottare dei meccanismi per la sua protezione. La scorta è la preoccupazione che lo Stato ha nel difendere le persone sotto attacco esposte al pericolo per raggiungere un interessi pubblici

C’è chi l’ha definita “un santino per i magistrati della corrente dei passionisti”. Che significa? Si rispecchia in questa definizione?

«Probabilmente si vuole far riferimento al fatto che io sono convinto che la dote principale di un magistrato sia l’umiltà culturale, che comprende anche il saper abbandonare le ipotesi investigative quando non trovano riscontro nelle risultanze d’indagine. Il magistrato che sa fare un passo indietro non è debole, il magistrato capace di sottoporre a verifica le proprie idee da sicurezza alla collettività. Sereno, pacato, senza nessun furore investigativo.»

Quali sono i valori morali su cui impronta il suo lavoro?

«Su questo ho risposte sicure da dare: imparzialità, autonomia e libertà.»

Disse Norberto Bobbio: “essendo alcune regioni d’Italia, dominate completamente dalla mafia, dovremmo sempre tenere la bandiera nazionale a mezz’asta”. Concorda?

«Concordo sul fatto che la mafia è un fenomeno drammaticamente serio. La mafia esiste non solo nel centro e nel sud Italia, la mafia segue i flussi di denaro, di ricchezza, quindi è facilissimo trovare infiltrazioni mafiose in paesi con economia più avanzata. Un fenomeno che non va sottovalutato. Inorridisco quando qualcuno afferma che la mafia non esiste, perché esiste ed ha radici profonde. Si può davvero pensare di vincerla. Falcone diceva che la mafia è una cosa di uomini e come tutte le cose degli uomini ha un inizio e una fine

Il Ministro dell’Interno ha dichiarato di abbattere la mafia nel giro di due anni. Le sembra un’ipotesi anche vagamente possibile?

«Sarei felicissimo se questa previsione si avverasse, ma non credo sia un risultato raggiungibile in tempi così ridotti.»

Cosa significa per lei “il senso di giustizia”?

«Il rispetto delle regole: una collettività poggia su regole rispettate da tutti. La giurisdizione ha come finalità il far rispettare le regole e punire chi le viola. Un popolo civile deve maturare la convinzione che il rispetto delle regole conviene ed è una garanzia per tutti.»

Anche quando queste regole vengono percepite ingiuste dalla collettività?

«Non sta al cittadino esprimere un gradimento, ovvero rispettare solo quelle che piacciono, così come io applico tutte le leggi e non solo quelle che ritengo di condividere maggiormente. La scelta di fare leggi appartiene al potere legislativo.»

Un suo libro si intitola “Misericordia e Giustizia si incontreranno?”. Qual è più misericordiosa la giustizia divina o quella terrena?

«Questo libro è stato un confronto molto nobile che ho avuto con il Patriarca di Venezia e l’interrogativo di fondo è se misericordia e giustizia si possono incontrare, ovvero se un giudice dev’essere giusto o misericordioso. La collettività cosa si aspetta da me magistrato? Difficile dare una risposta secca, l’argomento rimane aperto. Ciò che si può dire è che il magistrato deve sottostare alla legge. La Chiesa può perdonare, lo Stato no, non può perdonare chi ha violato la legge: può solo prendere atto del pentimento ed eventualmente mitigare la pena.»

Cosa augura alla Giustizia italiana per il 2019?

«L’augurio primario è che l’anno nuovo porti processi più rapidi. Non è possibile che un cittadino per avere giustizia debba aspettare un tempo interminabile. Un processo lungo è già di per sè ingiusto.»

Grazie.

Melissa Aleida

1 commento

  1. Peccato che persone come il magistrato ,sono ancora poche nei palazzi di giustizia ,io credo ciecamente nella giustizia,però dalla morte di borsellino e Falcone credevo le persone si sarebbero svegliate con la coscienza ,io odio i corrotti ed i ladri ,ma nnodio i la dei di mela x il bisogno di sfamarsi.sono in licenziato politico x difendere i diritti e edovrrr di un lavoratore ,solo che in Italia e specialmente al sud siamo rimasti al 900,i datori di lavoro così detti padroni la spuntano sempre ,scusatsmi dello mio sfogo ,io nn mi arrenderò mai ,vivo x i diritti x tutti .

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