Si muore a causa delle istituzioni totali e della Covid - 19
Fonte: www.vita.it

Chi lo dice che oggigiorno si muore solo a causa della Covid-19? I numeri che abbiamo sono disarmanti: in Italia si muore anche a causa delle istituzioni totali. Nel nostro Paese contiamo, fino a sabato scorso, 30.201 morti e ben 217.185 contagiati, un numero che purtroppo continuerà ad aggiornarsi considerando che in molte Regioni d’Italia il tasso di contagio è ancora particolarmente elevato.


Sono numeri più o meno approssimativi della situazione nel nostro Paese. Un altro dato rilevante, stando alle dichiarazioni della survey dell’Istituto Superiore di Sanità: dal primo febbraio, in Italia, all’interno delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) si contano circa 6.773 decessi causati dalla Covid-19, e tra questi vi rientrano persone che hanno avuto sintomi simil-influenzali. Ad ogni modo, anche questi sono numeri approssimativi, in quanto a molti dei deceduti non è stato eseguito alcun tampone; resta comunque singolare che dal mese di febbraio siano avvenuti tanti decessi all’interno delle RSA, prima ancora che fosse attuato il primo DPCM e fosse dichiarato il lockdown.


Le Regioni più colpite dalla Covid-19 hanno evidenziato, all’interno delle RSA, un numero di decessi particolarmente elevato: sono il 40% quelli avvenuti all’interno di queste strutture assistenziali. Addirittura il 43% dei decessi nelle RSA si sono concentrate nella Regione Lombardia solo nel mese di marzo, ma dati rilevanti sono stati riscontrati anche in Veneto, Piemonte e in Emilia, con più di 100 morti. Ciò che da subito ha suscitato scalpore è stata la delibera della Regione Lombardia di spostare i pazienti contagiati dalla Covid-19 all’interno di queste residenze per anziani, rendendo “giustizia”, purtroppo, a quanto si dice su di esse: espressione di vere e proprie istituzioni totali.


Il termine “istituzione totale” fu coniato dal sociologo E. Goffman, nulla di particolarmente complicato da comprendere, anche se di complessità ce n’è. Per il sociologo il termine indica un ibrido sociale, in parte comunità residenziale e in parte organizzazione formale: «Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare»: queste le parole utilizzate da Goffman nel libro pubblicato nel 1967, Asylums.

Sarebbe paradossale negare come, oggi, si muoia anche a causa delle istituzionali totali. Lo dimostra una delibera scellerata di un presidente regionale che ha causato la morte di una generazione a noi preziosa. Ciò che più disturba è stata la scelta di utilizzare queste strutture e i corpi presenti all’interno di esse come dei corpi già morti, inutili. Non si può pensare di ospitare pazienti positivi alla Covid-19 in strutture prive di protezioni personali, non all’altezza della situazione. Basti considerare che dall’esito dei questionari sottoposti a mille centri di RSA di Italia, tra le maggiori difficoltà vissute nel periodo più delicato del contagio, l’82,7% ha risposto la mancanza di dispositivi di protezione personale; a seguire, tra i problemi evidenziati c’è stata l’impossibilità di fare i tamponi, e per ultimo, invece, la difficoltà di isolamento.

Fonte: Corriere Milano

Per istituzione totale non bisogna tuttavia pensare solo alle RSA, possiamo considerare tali anche le carceri o tutti quei luoghi in cui avviene un assoluto isolamento della persona, la quale è allontanata categoricamente dal tessuto sociale, subendo, tra l’altro, una mutilazione personale rispetto ad oggetti che per il paziente, il detenuto, possono risultare di prima necessità, anche solo per un legame affettivo. Tutti luoghi recintati, chiusi, in cui internare il problema, renderlo invisibile all’opinione pubblica fuori dalle mura cittadine. La Covid-19 ha però stanato il fenomeno delle istituzioni totali, luoghi in cui già normalmente il livello sanitario è molto precario, come ad esempio nei penitenziari.

Quando agli inizi di aprile avvenne il primo decesso per Covid-19 all’interno di un penitenziario, Gennarino De Fazio, leader della Uilpa Polizia Penitenziaria, dichiarò ipso facto: «Il ministro Bonafede e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria hanno tante colpe e responsabilità nell’assolutamente inadeguata gestione delle carceri, prima e durante l’emergenza sanitaria, (…) purtroppo questo nemico invisibile sta facendo stragi ovunque e il carcere altro non è che una parte della società». Per quanto concerne i dati dei contagiati da Covid-19 negli istituti penitenziari sappiamo, considerando gli ultimi dati aggiornati dichiarati da Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, che i contagi sono “stabili”: ci sarebbero 105 positività tra i detenuti e 204 contagiati tra gli agenti penitenziari (nel secondo caso sono dati ufficiali del Dap).

Milano – Rivolta al Carcere di San Vittore, detenuti sul tetto per protestare contro le nuove ordinanze e divieti imposti per contenere la diffusione del Coronavirus (Maurizio Maule/Fotogramma, Milano – 2020-03-09)

Detto questo, risulta davvero fuorviante correre dietro a dei numeri censurati e rappresentati senza alcuna tecnica metodologica, per cui numeri imprecisi ma che rendono l’idea di come la Covid-19 abbia riproposto nell’agenda italiana del nostro Paese il problema degli invisibili nelle nostre istituzionali totali. Quando si afferma che oggigiorno si muore a causa del coronavirus, ma anche a causa delle istituzionali totali, si vuole affermare che in questi luoghi la pandemia ha solo accentuato i limiti di questi centri ghettizzanti che non garantiscono in alcun modo il diritto alla salute. Pensiamo alla sola ipotesi di voler applicare il distanziamento sociale all’interno dei penitenziari italiani che già prima dell’emergenza da Covid-19 vivevano condizioni di sovraffollamento. Che dire dei metodi utilizzati per calmare gli animi dei detenuti quando furono privati improvvisamente dei loro colloqui con i familiari? In molti casi non furono informati, in altri, invece, ricevettero spiegazioni sbrigative.

Non è andato tutto bene, affatto: l’opportunità di essere migliori è stata colta solo in parte, anche se bisogna affermarlo con forzatura, con l’ottimismo della volontà gramsciana, perché in periodi così incerti in cui domina tanta negatività c’è bisogno comunque di trasmettere anche dell’ottimismo. Ma non è andato tutto bene né prima né dopo il lockdown: le acque del fiume Sarno sono tornate nere e maleodoranti e l’incendio di una fabbrica di materie plastiche a Ottaviano non ha risparmiato vittime. Ormai le fabbriche sono delle istituzioni totali e si aggiungono alla lista, come il concetto neoliberista del mercato del lavoro, in cui la sicurezza è ormai solo un’utopia. Si potrebbe continuare a lungo e percorrere la stessa strada.

Ad ogni modo, risulta davvero complicato trincerarsi in una visione pessimistica; auguriamoci che la società civile in questi giorni sia capace di smentire quanto affermato dallo scrittore francese Houellebecq: «Cari amici, il mondo sarà uguale. Solo un po’ peggiore».

Bruna Di Dio

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