
Di fronte a un costo della vita sempre più insostenibile e alla minaccia di rincari record alla pompa di benzina, la politica e il dibattito pubblico continuano a rincorrere crociate ideologiche e slogan da campagna elettorale.
C’è un momento preciso della giornata che molti italiani cominciano a temere: quando si accende la spia della riserva e ci si deve accostare al distributore per fare benzina. In quel momento, tra speculazioni sui mercati internazionali, tensioni geopolitiche e un carico fiscale che non dà tregua, l’ombra dei tre euro al litro smette di essere un’iperbole catastrofista per diventare un rischio concreto.
Un salasso che non colpirà indistintamente “l’economia” intesa come entità astratta, ma colpirà chi si sveglia al mattino per andare a lavorare, in ufficio, in cantiere o nei campi. Chi non ha l’opzione dello smart working né la fortuna di vivere in un centro storico perfettamente servito dai mezzi pubblici. A rendere l’impatto insostenibile c’è poi l’anomalia tutta italiana del mercato del lavoro: un Paese con salari reali fermi da oltre trent’anni, unico caso tra le grandi economie europee, dove le buste paga non sono cresciute mentre il costo della vita è raddoppiato e l’inflazione recente ha divorato l’ultimo margine di risparmio delle famiglie. Fare il pieno non significa solo coprire una spesa quotidiana, ma intaccare direttamente il budget per la spesa alimentare o per la cura dei figli.
Eppure, basta accendere la televisione o leggere le dichiarazioni dei ministri per avere l’impressione di vivere su un pianeta parallelo. Mentre il caro-carburanti strozza famiglie e imprese, il dibattito pubblico viene monopolizzato da concetti rispolverati con furbizia retorica, tra i quali ritorna la “salvifica remigrazione“.
Il concetto di “remigrazione”
Il termine remigrazione è entrato nel lessico comune con estrema facilità, ma di cosa si tratta esattamente? Nato in ambito sociologico per indicare il semplice e spontaneo ritorno in patria degli emigrati, il termine è stato completamente riscritto dagli anni ’90 in poi dalle correnti dell’estrema destra europea tra Francia e Germania. In questo vocabolario politico, “remigrare” significa tutt’altro: promuovere politiche di allontanamento, forzato o incentivato, delle popolazioni d’origine straniera, anche se regolarmente residenti (!).

In Italia, questa parola d’ordine scivola sempre più spesso dalle sacche della propaganda radicale alle aule istituzionali. La ritroviamo nelle proposte di legge d’iniziativa popolare, ma anche nel linguaggio della maggioranza, tradotta in slogan sui rimpatri assistiti, stretta sui permessi ed esternalizzazioni della gestione dei migranti.
L’arte della distrazione di massa
Ci si accapiglia su questioni identitarie e ricette punitive per risolvere la crisi demografica ed economica, ignorando un dato evidente: persino i bollettini ufficiali certificano una cronica carenza di manodopera in settori chiave dell’industria e dell’agricoltura. Si spendono tempo parlamentare, risorse pubbliche e capitale politico per inseguire un miraggio ideologico che non risolve una singola emergenza reale. Si discute su come incentivare l’uscita dei lavoratori stranieri o come blindare le frontiere, ma non si spende una parola concreta su come tagliare IVA e accise sui carburanti. È la politica del secondo piano: allestire un teatro ideologico sulla remigrazione è infinitamente più facile che sedersi a un tavolo e calmierare i prezzi della benzina.
Il rischio è quello di scivolare in una disconnessione letale tra il “Paese reale” e il “Paese raccontato”. Il Paese reale conta i centesimi all’uscita dal lavoro, valuta se tagliare le uscite nel fine settimana o rinunciare ai viaggi ed esamina con apprensione le fatture del gas e della luce. Il Paese raccontato, invece, discetta di scenari demografici ipotetici, confini ideologici e ricette punitive per nascondere l’incapacità di guidare le transizioni economiche e proteggere il potere d’acquisto dei propri cittadini.
Nessuno slogan identitario ha mai riempito un serbatoio né pagato una bolletta. È ora che la politica smetta di somministrare sonniferi ideologici e torni all’unica vera emergenza: garantire agli italiani il diritto materiale di poter lavorare e vivere.
Nunzia Tortorella















































