Un’ultima partita, alla conclusione della sua 22esima stagione nello strano ruolo di giocatore e co-proprietario dei suoi Phoenix Rising, a coronamento di una carriera straordinaria. Didier Drogba ha perso la sua ultima partita, contro il Lousiville City, nella finale della USL, seconda divisione del calcio americano, dopo aver trascinato la sua squadra nei playoff della Western Conference fino alla vittoria del suo primo titolo di divisione. Sempre con la 11 sulle spalle, sempre con il vizio del gol nei momenti più importanti, con quella innata indole da trascinatore che solo i campioni possono avere.

La carriera di Didier Drogba non servirebbe nemmeno raccontarla: 705 partite ufficiali in tutte le competizioni, con 307 gol segnati, ai quali si aggiungono 105 presenze e 65 reti con la maglia della sua Costa d’Avorio che lo rendono ovviamente il miglior marcatore della sua Nazionale. Ma la svolta della vita di Drogba arriva il 22 ottobre del 2003, in una notte di Champions League con la maglia del Marsiglia, nella sua unica stagione con gli Olympiens. L’ivoriano si infila tra le maglie del Porto di José Mourinho (che poi arriverà a vincere la competizione) e beffa Vitor Baìa per il momentaneo 1-0 dei transalpini.

Tu sei un buon giocatore, ma se vuoi diventare un campione come Henry, Ronaldo, Van Nistelrooy devi giocare in Inghilterra, nella mia squadra.

José Mourinho, rimasto folgorato da questo ragazzone di 191 cm, convince Abramovich a sborsare 36 milioni di euro e da qui in poi, come lui stesso dichiarerà nel 2014, inizia a scrivere la storia del Chelsea con il titolo della Premier League, il primo dopo 50 anni, il secondo nella storia dei Blues. Diventeranno 5 con l’ultimo, quello del romantico ritorno a Stamford Bridge del 2014/15 con di nuovo il suo mentore in panchina, dopo due anni tra CinaTurchia con le maglie di ShangaiGalatasaray, dove pure è stato decisivo nella vittoria della Supercoppa turca, segnando in finale contro il Fenerbahce. Ma è solo per il suo Chelsea che Drogba ha dimostrato di essere veramente decisivo, e questo non è un limite alle sue capacità, bensì la dimostrazione di quanto amore l’ivoriano abbia provato per quei colori. E la cavalcata della Champions League 2011/12 è la prova lampante di questo rapporto unico che il ragazzo di Abidjan ha con Stamford, nella stagione più difficile per la sua squadra.

Il sesto posto finale in Premier, il 3-1 subito all’andata degli ottavi di finale di Champions League sotto la guida di Villas-Boas ed una stagione che sembrava avviata all’anonimato, in quella che doveva essere l’ultima stagione di Drogba al Chelsea, in scadenza di contratto. Le belle storie non possono però concludersi con la “bad ending”, e dall’avvicendamento sulla panchina con Di Matteo, Drogba ha trascinato il suo Chelsea con il goal al Napoli e quello nella semifinale d’andata al Barcellona, fino alla finale all’Allianz Arena, contro i padroni di casa del Bayern Monaco. Il numero 11, ancora una volta meravigliosamente, all’88’ riacciuffa i bavaresi con un imperioso colpo di testa su calcio d’angolo, andati in vantaggio 5 minuti prima con Muller.

La scivolata sotto la curva, i supplementari e poi il calcio di rigore finale, sempre sulle sue spalle, le spalle di un campione che ha sempre segnato nelle finali del suo Chelsea: da quella in Coppa di Lega 2004/05 contro il Liverpool a quella meravigliosa con il rigore che ha regalato ai londinesi la prima coppa dalle grandi orecchie.

La finale contro il Louisville sembra essere stata la sua ultima partita da giocatore professionista, nonostante il tweet sibillino che lo stesso ivoriano ha postato sulla sua pagina ufficiale. Si chiude così la carriera del “miglior bomber del XXI secolo” (secondo IFFHS) per dedicarsi magari a Phoenix e alle sue associazione benefiche nella sua Costa d’Avorio. Non con il canto di un cigno ma con il barrito di un elefante. Semplicemente, meravigliosamente, Didier Drogba.

Andrea Esposito

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