Dopo una prima stagione sorprendente torna su Netflix Love, Death & Robots, la serie antologica di animazione prodotta da David Fincher e Tim Miller che tratta tematiche a cavallo tra la fantascienza, il cyberpunk e l’horror, spesso paragonata a Black Mirror Questa volta la seconda infornata di episodi vede da subito una sorpresa: i diciotto della prima serie vengono ridotti a meno della metà (sono “solo” 8, in attesa della stagione 3 che vedrà luce l’anno prossimo), probabilmente a causa del Covid, il che porta a una dose minore di eterogeneità.
Qui troviamo il primo inghippo di questa seconda stagione: Love, Death & Robots è infatti un format molto particolare in cui la brevità della storia si accompagna a una densità della stessa: stiamo parlando di vicende straordinarie in mondi straordinari, paralleli o futuristici compattate in una media di dieci minuti a puntata, a volte persino meno. Nella prima stagione l’elemento più vivace era proprio la possibilità di spaziare tra mondi in una dérive potenzialmente infinita; la combinazione, chiara sin dal titolo, era l’utilizzo di amore, morte o robot in una permutazione casuale che garantiva quindi sì una certa coerenza tematica, ma lasciava anche ampia libertà alla maniera in cui si sarebbero affrontati questi argomenti. Una libertà che si concretizzava in una diversità di generi tra le vicende narrate, con storie capaci di cambiare di tono (e grafica) nel breve giro di qualche minuto: potevamo seguire tre robot in un mondo post-apocalittico mentre osservano un gatto e poco dopo passare a un’altra storia ambientata in una fattoria, con esseri umani al bordo di mecha che difendono i loro raccolti da creature mostruose, abbigliati come contadini usciti dall’America anni ‘20.

Ecco, nella seconda stagione di Love, Death & Robots questo senso di sorpresa viene a mancare di colpo. Ciò che non viene meno è il lavoro dei vari studios all’opera: la computer grafica è sbalorditiva, a tratti indistinguibile da una ripresa di attori in carne e ossa. Viene da dire che a fronte di una confezione così ben impacchettata il contenuto sia deludente: il lavoro in sede di sceneggiatura di Philip Gelatt, autore di quasi tutti gli script (tratti da giganti della letteratura come Ellison, Ballard, Lansdale e Bacigalupi) è mediocre, nient’altro che un compitino ben fatto di chi utilizza una carrellata di stereotipi e non vuole ribaltarli ma solo andare sul sicuro. Peggio ancora: stavolta Love, Death & Robots annoia spesso e volentieri, spinge sull’iperrealismo, si impantana nella monotonia e soffre per la mancanza di imprevedibilità. Tutto questo, per una serie con episodi a volte più brevi dei titoli di coda di un film Marvel, è imperdonabile. C’è chi consiglia di centellinarli e forse è giusto così: ma cambierebbe davvero qualcosa?

Love Death & Robots
Pop Squad. Fonte immagine: https://www.wired.it/play/televisione/2021/05/13/love-death-robots-2-recensione/

Il primo episodio, “Automated Costumer Service“, è una chiara satira contro il consumismo in cui elettrodomestici tuttofare diventano armi di distruzione di massa che dalla pulizia della casa passano direttamente a quella genetica: si guarda col sorriso, pur non essendo per nulla originale né nella premessa né nello svolgimento, con una anziana signora con cane che cerca di sopravvivere all’equivalente di un aspirapolvere armato fino ai denti.
Con il secondo, “Ice”, siamo dalle parti della prima stagione di Love, Death & Robots – ovvero a quel Zima Blue creato proprio dalla Passion Animation Studios: la grafica è forse la più originale del lotto, la storia è un racconto di fratelli molto diversi tra loro avventuratisi in un pianeta ghiacciato con misteriose balene.

Pop Squad” ci riporta in ambienti familiari; le atmosfere sono prese di peso da Blade Runner, la distopia (tratta da un racconto di Bacigalupi) ci pone di fronte a un dilemma terribile: che cosa saremmo disposti a fare pur di diventare immortali? Saremmo disposti a sacrificare i nostri figli? Ci sono così tanti personaggi e così tanta carne al fuoco che “Pop Squad” è l’episodio più sbilanciato di questa seconda stagione di Love, Death & Robots: un quarto d’ora è pochissimo per dispiegare tanti personaggi, tra cui un protagonista disilluso e complicato che, come Deckard in Blade Runner, si trova a lottare con la sua coscienza. Così tanto Blade Runner, così tanto (troppo) breve che purtroppo anche qui non si sfugge alla regola: troppo derivativo per essere originale, dalla grafica a tratti magnifica (le ambientazioni più suggestive degli otto episodi le troverete qui), dallo svolgimento svogliato e caotico, anche “Pop Squad” è dimenticabile, non lascia tracce e svanisce lentamente dopo un’ultima inquadratura mozzafiato.
“Snow in the desert” non si allontana molto dal precedente: un ricercato albino con poteri rigeneranti e potenzialmente immortale vive la sua esistenza scappando da mercenari che vorrebbero impossessarsi del suo dono. La Unit Image non si sforza più di tanto nel ricreare scenari originali (se prima eravamo nel cyberpunk di Blade Runner ora siamo vicini al post-apocalittico di Mad Max) ma a tratti è impressionante l’aderenza iperrealista della computergrafica. La storia è inutile e banalissima, come videogame sarebbe stato spettacolare.

Il quinto episodio di Love, Death & Robots è il primo scarto davvero radicale rispetto all’andazzo preso dai precedenti. “The tall grass”, tratto da un racconto di Lansdale, è ambientato in un tempo indefinito: i personaggi sono vestiti all’antica, il treno su cui viaggiano va a vapore; la fantascienza e ogni riferimento al futuro vengono spazzati via da questi pochi elementi e da un immenso campo di erba alta in cui il protagonista, in seguito a un guasto del treno, incurante degli avvertimenti del controllore, si avventura trovando qualcosa che non avrebbe dovuto trovare. Dall’atmosfera spiccatamente horror, è il tipico esempio di una storia già sentita diecimila volte – eppure in qualche modo intrattiene perché è bello sentirsela raccontare ancora. Pur senza robot.
Stessa cosa si potrebbe dire di “All through the house”, brevissima parabola natalizia dalle venature – anche qui – horror, con due bambini che scoprono come è fatto davvero Babbo Natale. È carino ma inevitabilmente viene da chiedersi: cosa centra questo con Love, Death & Robots, visto che mancano tutti e tre gli elementi?
Dovrebbe venire in soccorso “Life Hutch”, il settimo episodio, che torna in territori più consoni allo sci-fi (una base spaziale), tratto da un racconto del grandissimo Harlan Ellison; ma risulta così piatto, anonimo e privo di importanza da essere forse il peggiore di tutti. Inguardabile.

Quando però ogni speranza sembra essere persa, Love, Death & Robots sfodera il proverbiale coniglio dal cilindro: è l’ottavo e ultimo tassello di questa deludente stagione, “The Drowned Giant”, scritto e diretto da Tim Miller e tratto da un racconto di James Ballard. Sulla spiaggia viene ritrovato il corpo nudo di un gigante. Accademici, curiosi e gente di qualunque tipo cerca di capire cosa sia, mentre lentamente l’enorme meraviglia inizia a decomporsi. Riflessioni sulla natura delle cose, sul tempo e sulla società in un lungo monologo sono intervallate da immagini del gigante, dapprima oggetto di curiosità, poi lentamente dimenticato. È forse uno dei migliori episodi di tutte e due le stagioni di Love, Death & Robots ma è anche un esempio controverso della direzione che questa serie sta rischiando di perdere invece di ritrovare: se nella sua parte più spiccatamente fantascientifica fallisce, e sono storie di generi diversi o comunque devianti dalle tematiche principali quelle che colpiscono di più, forse l’intero progetto non ha motivo di esistere. O semplicemente gira a casaccio, quasi sempre a vuoto, ogni tanto prendendo l’imbeccata giusta: come se accadesse per sbaglio.

Nicola Laurenza

Greenpeace

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