Le sceneggiate della Lega e di Salvini sul MES, tra risse, bugie e bacioni
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Da diversi giorni i riflettori della politica italiana, soprattutto quelli della Lega e di Salvini, si sono accesi attorno al MES, il Meccanismo Europeo di stabilità, un’organizzazione che serve a mettere in comune il denaro di tutti e a utilizzarlo qualora uno Stato membro ne abbia necessità. Il MES non è cosa nuova, nonostante se ne parli soltanto ora, poiché venne creato nel settembre del 2012 come superamento di altri due fondi simili: il Meccanismo Europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF) e il Fondo Europeo di stabilità finanziaria (FESF).

Come spesso accade in Italia, soprattutto quando si parla di Unione Europea e di danari, le polemiche hanno creato un polverone da cui è difficile riuscire ad inquadrare la verità. Soprattutto negli ultimi giorni, quando la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni hanno accusato il Premier, Giuseppe Conte, di aver tradito gli italiani firmando un “accordo sottobanco” per salvare le banche tedesche con i soldi nostrani. Ovviamente, si tratta dell’ennesimo tentativo di disinformazione, soprattutto a fronte degli sviluppi successivi dove lo stesso Salvini, intervistato da un giornalista di Fanpage, ha fatto scena muta sul MES rispondendo “a suon di bacioni”.

Non se la cavano meglio i suoi elettori, chiamati a raccolta da Salvini per firmare contro il MES, i quali ignari di cosa fosse questo mitologico strumento, hanno firmato perché “se lo dice Salvini, allora firmo”.

Assodato che le fake news e le sceneggiate siano diventate, apparentemente, i due pilastri portanti della politica odierna, grazie anche alla partecipazione dell’elettorato, è fondamentale per il bene del Paese uscire dalla fitta nebbia di polemiche createsi attorno al MES per comprendere cosa sia questo meccanismo comunitario e soprattutto quali e quanti benefici possa portare all’Italia.

Cos’è il MES?

Il Meccanismo Europeo di stabilità, chiamato volgarmente “Fondo Salva-Stati”, è un’organizzazione intergovernativa di matrice europea, istituita nel 2012, avente il preciso obiettivo di prestare assistenza agli Stati della zona euro in difficoltà finanziaria.

A partire dal 2017, in sede europea si è iniziato a parlare di una possibile revisione del trattato istitutivo. Quindi, ciò di cui si sta parlando oggi non è il MES in sé bensì la sua revisione. Il meccanismo esiste da ben 7 anni, non è una cosa nuova. I Paesi in questo frangente hanno trovato un accordo politico preliminare nel giugno scorso, quindi in pieno governo giallo-verde, e si attende il via libera ufficiale dei governi. Dunque, per l’entrata in vigore del trattato di revisione è necessario, come in accade in Europa da ben settant’anni, il via libera degli Stati.

Il MES opera grazie a un Consiglio dei governatori, un consiglio di amministrazione e un direttore generale. Le decisioni relative all’assistenza finanziaria vengono adottate dal primo all’unanimità, anche se, per le decisioni più urgenti, è previsto il voto a maggioranza qualificata dell’85% del capitale. Il numero degli aventi diritto al voto di ogni singolo Stato è pari alla quantità di capitale versato nel fondo. La Germania è il Paese che ha contribuito maggiormente con una quota del 27%, seguito da Francia con il 20% e Italia con il 17%.

Al momento il MES dispone di 80 miliardi di euro di capitale versato e di 704 miliardi di euro di capitale sottoscritto. Per finanziarsi, però, il fondo emette anche dei titoli garantiti dagli Stati che lo compongono. Qualora uno Stato esprima la volontà di ricevere un aiuto economico, il MES prevede che questo rispetti alcune condizioni preliminari. Si tratta di indicazioni necessarie, soprattutto se si tratta di Stati fortemente indebitati come il nostro o la Grecia.

In caso contrario, viene prescritta una cura la quale passa attraverso la supervisione del “Comitato”, tristemente conosciuto come la Troika (formato da BCE, Commissione Europea e FMI), il quale suggerisce al Paese di attuare riforme impopolari come il taglio della spesa pubblica, leggi sul lavoro e sulle pensioni o privatizzazioni.  

Le accuse della Lega e di Fratelli d’Italia

La Lega di Salvini e i suoi alleati hanno accusato il Presidente del Consiglio di aver disatteso le indicazioni dell’allora maggioranza di governo, quello giallo-verde, prima dell’intesa di giugno, di non aver dato il via libera a una serie di modifiche al trattato e di aver tenuto all’oscuro il Parlamento.

Inoltre, sempre secondo i sovranisti, l’accordo è un autogol per gli italiani, i quali andrebbero a finanziare con soldi privati le banche tedesche.

Nel primo caso, è palese che si tratti di una mistificazione della realtà, la quale si va ad aggiungere di diritto alla lunga lista di fake news che hanno preso il sopravvento sul dibattito pubblico italiano. Lecito chiedersi come possa il Presidente del Consiglio firmare qualcosa tenendo all’oscuro il Consiglio dei Ministri, e quindi Salvini e Di Maio, o gli stessi alleati di governo, quindi Lega e Cinque Stelle. Inoltre, nessuno ha ancora firmato nulla e nessuna ratifica è attesa a dicembre. Il trattato di riforma, fino ad ora, non è altro che una bozza d’intesa.

Lo stesso discorso vale anche per Di Maio, a quel tempo compagno di giochi di Salvini, il quale dopo i contrasti sul MES ha visto il suo rapporto col Premier raffreddarsi. Nonostante le buone intenzioni, cioè quelle di raccattare qualche voto, è ormai chiaro che il capo grillino guarda più alla forma che alla sostanza. Se il governo dovesse cadere a causa del MES, Luigi Di Maio si renderebbe responsabile della scalata al potere della stessa Lega (e di Salvini) che, in questi mesi, lo sta sbeffeggiando.

La bozza di intesa è un accordo preliminare firmato in occasione dell’Eurogruppo del 14 giugno scorso da parte dei Ministri dell’Economia, i quali rappresentavano l‘orientamento politico degli esecutivi, ed è stato portato sul tavolo dell’Eurosummit del 21 giugno, dove i rispettivi capi del governo hanno dato il primo via libera. Soltanto con un testo definitivo si potrà parlare di “accordo”, e in quel momento quest’ultimo sarà messo al vaglio dal Parlamento: il quale potrà approvarlo o respingerlo.

Un altro controverso argomento sovranista è quello delle “banche tedesche”. In poche parole, secondo la Lega e Fratelli d’Italia, il MES servirebbe alla Germania per entrare in possesso del capitale risparmiato dagli italiani per salvare le sue banche. Ricordando che l’Italia ha sottoscritto il trattato del MES nel 2012, la riforma prevede che lo stesso meccanismo possa sostenere un Fondo di Risoluzione unico per le banche (il backstop), una doppia protezione per tutte le banche. Qualora ci fosse una difficoltà le stesse banche potrebbero ricorrere al fondo, per scongiurare una crisi che potrebbe propagarsi per tutto il continente. Il fatto che si faccia continuo riferimento alla Deutsche Bank è normale, poiché è da più parti indicata come uno dei trenta istituti sistemici, cioè di rilevanza mondiale, dal Financial Stability Board.

Le criticità del MES

Il Fondo Salva-Stati è stato uno strumento decisivo nella risoluzione delle crisi di alcuni Paesi che avevano perso accesso al mercato. Il solo fatto che questo meccanismo esista ha tranquillizzato i mercati, rendendo meno probabile il ripetersi di situazioni problematiche. Ciò però non significa che il fondo non nasconda alcune criticità intestine da chiarire.

Il MES è regolato da un trattato ad hoc richiamato nel fiscal compact, esterno al perimetro delle istituzioni. Non risponde al Parlamento Europeo e così facendo accentua il carattere intergovernativo delle sue decisioni. Questo è un problema poiché la riforma in discussione sposterebbe l’asse del potere economico dell’Eurozona dalla Commissione Europea al MES, rendendo di fatto quest’ultimo il vero fondo monetario europeo.

E se il backstop sia da annoverare tra gli aspetti positivi, la ristrutturazione del debito è ciò che davvero preoccupa Paesi fortemente indebitati come l’Italia. Nella riforma emerge in modo chiaro l’idea che un Paese che chiede aiuto debba ristrutturare preventivamente il suo debito, attuando riforme “lacrime e sangue”, per poter accedere ai fondi, se questo viene giudicato insostenibile dalla stessa organizzazione.

Quest’organo si comporta come una banca privata, le cui decisioni però sono politiche. Il MES, e la sua riforma, sono una risposta “politica” a quei Paesi che hanno sempre promesso di ridurre il debito ma che non l’hanno fatto (come l’Italia). Alcune clausole sembrano proprio scritte per l’Italia, come quella secondo cui per ricevere aiuti bisogna rispettare i parametri di Maastricht. Se la lettera di intenti venisse respinta, allora il Paese richiedente si vedrebbe presentare la Troika al completo, con tutte le conseguenze del caso.

Da quanto detto, risulta evidente la non convenienza per il nostro Paese di chiedere aiuto al MES: Il debito italiano appartiene per il 70% ad operatori nazionali. Una ristrutturazione del debito sarebbe disastrosa. D’altronde, questo già si sapeva, poiché nemmeno Monti nel 2012 scelse di rivolgersi al meccanismo per far fronte alla crisi economica, dicendo che l’Italia “non ne avrebbe potuto trarre giovamento”.

In poche parole, da un lato ci sono i sovranisti della Lega e di Fratelli d’Italia, che a suon di fake news hanno distolto l’attenzione dalle vere criticità del MES, dall’altro c’è un’Europa che premia i virtuosi e lascia indietro gli ultimi della classe. Una vera unione solidale, però, non si comporterebbe così. Nonostante ciò, il MES rappresenterebbe una ghiotta occasione politica per l’Italia poiché, facendo valere il suo veto, potrebbe porre l’accento su alcune difficoltà evidenti come la ristrutturazione preventiva e le politiche di austerity. La prima deve essere solo un extrema ratio e non una condizione necessaria per accedere ai fondi, le seconde, ormai è chiaro, non possono essere più il marchio di fabbrica della crescita europea.

L’Italia ha la sua occasione, ora sta al governo riuscire a sfruttarla. A questo proposito il governo farà votare una risoluzione in Parlamento il cui esito è quanto mai incerto.

Donatello D’Andrea

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