
Dopo 20 anni dal primo film, torna al cinema Miranda Priestley e tornano con lei tutti i personaggi de Il diavolo veste Prada.
Che a quanto pare sono cresciuti solo anagraficamente.
Il diavolo veste Prada mentre il mondo implode
Il diavolo veste Prada 2: film leggero sulla moda, il mondo del lusso, le sfilate, i soldi, i dettami, chi è dentro e chi è fuori.
Tutti vogliono questa vita. Tutti vogliono essere noi.
Nel 2006, quando è uscito il film, abbiamo sorriso e pensato che tutto sommato il mondo della moda non fosse solo lustrini e regole difficili da capire. Ma sono passati 20 anni, e intanto noi siamo cresciuti.
Avevamo lasciato Andrea Sachs che sul finale lancia il telefono nella Senna e fugge via da quel mondo patinato perché lei vuole fare giornalismo serio, non occuparsi di couture, di scarpe, di borse. Che superficialità. Lei ambisce al Pulitzer.
Venti anni dopo però il giornalismo di inchiesta è in crisi; Runway ha bisogno di serietà e di tornare credibile; e lei viene assunta. La rivista gotha nel campo della moda fa entrare nelle sue fila una giornalista impegnata, una giornalista rigorosa, che riesce nell’incredibile impresa di intervistare una persona che non vuole rilasciare interviste. Ah sì, esattamente come quando, nel primo film, riesce ad avere l’ultimo libro di Harry Potter per le gemelle.
E allora Miranda cambia lo sguardo su questa donna brava nel suo lavoro ma che non c’entra alcunché con Runway. E diventa accomodante. Quasi gentile. Miranda Priestley, probabilmente per la prima volta nella sua vita, ascolta quello che le altre persone hanno da dire. Si lascia aiutare. E si lascia aiutare da una donna che ha tagliato con la mannaia il maglioncino ceruleo.
E Nigel, il povero Nigel. Un uomo che ha passato la sua intera esistenza a sperare di ricevere un riconoscimento. Che ha buttato giù una quantità di rospi incalcolabili. Tutto per Runway e Miranda, tutto per l’Alta Moda, per Parigi, per Milano, per New York.
Finché, in questo film pieno di buoni sentimenti, assistiamo al colpo di scena. Che è comunque debole.
La noia. La noia vera. Bella la Kelly custom, belle le ville – la villa sul lago di Como vince il premio “Cosa migliore nel film”-, vorremmo poter dire anche belli gli abiti e invece: no. Un film sul mondo della moda e la moda dov’è? Ma soprattutto: dov’è la trama?
Una accozzaglia di luoghi comuni che sanno tanto di fan service – citazioni dal primo film, che per carità sono anche carine, poi basta però, ci volete dare qualcosa? Che so, una carrellata di abiti da sera che nessuna delle invitate a quella roba ridicola del MET Gala indosserebbe mai perché troppo raffinati? Siamo andati al cinema per vedere questo, non per il remake scintillante di Anna dai capelli rossi.
Per fortuna che c’è Emily. Di lei si può dire che: Revenge is a dish best served cold.
Vada come vada, ha dato un po’ di movimento a questa noia mortale in cui ci si commuove per il nulla, si tirano le somme della propria vita, si cerca di dare profondità alla 2.55 di Chanel.
La moda è un fatto serio. Sì. Non staremo qui a fare la prosopopea sul fatto che noi siamo persone illuminate e ci vestiamo a caso perché preferiamo passare il nostro tempo libero a leggere mattoni russi. Questa è una propaganda che non ci appartiene.
La moda è politica. Parliamo di questo.
Money Money Money
La moda è politica? Sì, come tutto quello che riguarda l’esistenza.
Decidere di indossare una giacca, un jeans, un paio di scarpe, dice molto di noi.
Non parliamo chiaramente solo di quelle mode passeggere che di anno in anno costringono (iperbole) le persone ad acquistare 20 paia di scarpe perché qualcunƏ ha deciso che quest’anno da gennaio a febbraio il colore di moda è il marrone, da marzo ad aprile il borgogna, e poi arriva la primavera e la scarpa deve essere aperta e color lime.
Questi diktat vengono dall’alto. Da coloro che decidono cosa sarà di tendenza e cosa no. E il fast fashion se ne appropria, per dare l’idea che siamo tutte persone cool anche se non ci possiamo permettere di spendere 800 euro per un solo capo.
E ci hanno fatto credere che un armadio pieno e strabordante fosse una cosa di cui vantarsi. Ma è così davvero? Certo che no, è una domanda retorica; spendiamo soldi per il top cucito dai bambini dei paesi del terzo mondo, lo indossiamo all’aperitivo sulla spiaggia, lo postiamo sui social, e quante volte si può indossare lo stesso capo?
Ecco perché la moda è politica: possiamo decidere come usarla. L’abito non è mai neutro, è attraversato da valori. Viviamo nell’epoca dei social, siamo persone sovraesposte, ci serve riconoscere il confine tra autenticità e interesse commerciale.
Schiavitù del marketing. Perché molti brand usano il marketing per veicolare dei messaggi: ma questi messaggi sono reali o è solo l’ennesimo “washing“?
Andy viene assunta per risolvere un problema di immagine della rivista. Viene chiamata per ripulire Runway. Una questione di immagine, di sponsor, perdere credibilità significa perdere soldi. Tutto gira intorno a questo, ai soldi, alla visibilità, al potere che deriva da questi fattori. It’s Capitalism.
Lo sapevamo già, non c’era bisogno di ribadirlo. Ma, se proprio, avrebbero potuto esagerare. Avrebbero potuto darci lo scintillio, il disprezzo, il lusso sfrenato, quello che i comuni mortali non si potranno mai permettere, perché no, la tote bag di Dior non è lusso (e ci hanno fatto credere che invece lo fosse, ridendo della nostra ingenuità).
Invece è venuto fuori un film inutile. Cose buttate a caso. Non un filo conduttore, non un criterio, pochissimi momenti degni.
Le aspettative erano basse, ma non così. Il bello piace, se solo ce lo avessero fatto vedere. Anche perché, in tutta onestà, chi si sarebbe aspettato un film che va a denunciare lo sfruttamento dei lavoratori del mondo della moda?
Avevamo un disperato bisogno di Chanel; e invece abbiamo visto un abito a quadretti colorati.
Valentina Cimino















































