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Il disegno criminale di Netanyahu, e di Israele, passa dalla Cisgiordania

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Il disegno criminale di Netanyahu, e di Israele, passa dalla Cisgiordania
Fonte immagine Hadas Parush/Flash90

Per diverse settimane, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso che a partire dal primo luglio avrebbe ordinato un’invasione, con conseguente annessione, della Cisgiordania. Il territorio, attribuito dalla comunità internazionale ad un futuro stato palestinese, risulta essere occupato da più di mezzo secolo proprio da Israele. Il primo luglio, tuttavia, non è accaduto nulla.

Nonostante la vacuità delle dichiarazioni del Premier, quest’ultimo ha dichiarato che continuerà a lavorare a un piano di annessione, cercando di portarlo a termine nei prossimi giorni. Uno schiaffo all’autodeterminazione dei popoli, ai diritti umani e soprattutto alla stessa comunità internazionale che, nel corso di un cinquantennio, ha volutamente ignorato il caso palestinese, relegandolo ad un problema di second’ordine.

Ma non si tratta di una volontà del solo Netanyahu, anzi. Il piano di annessione era contenuto nel contratto di governo concordato a maggio tra il partito del Premier Likud e il partito centrista dell’ex Ministro della difesa Benny Gantz. Il contratto di governo non è stato mai diffuso pubblicamente, eppure dalle informazioni raccolte dai quotidiani locali dovrebbe assomigliare in buona sostanza al compromesso proposto dall’amministrazione di Donald Trump al governo israeliano e ai palestinesi.

Si tratta di una soluzione sbilanciata totalmente a favore degli israeliani. La proposta del Tycoon accoglieva le richieste dei nazionalisti e dei fanatici religiosi israeliani, convinti che la Cisgiordania spettasse al popolo ebraico e a nessun altro. Secondo il modello USA, Israele dovrebbe annettere tutte le colonie dell’Area C, cioè la Cisgiordania e la Valle del fiume Giordano, una zona fertile e già controllata militarmente dai soldati israeliani.

Un periodo favorevole e le conseguenze dell’annessione della Cisgiordania

Le condizioni di questo periodo sembravano davvero quelle ideali per il piano ideato dal Primo Ministro. Il mondo è distratto da una pandemia con annessa crisi economica globale. Inoltre, gli Stati Uniti sono guidati da un Presidente che ha sempre guardato di buon occhio le istanze di Netanyahu. Senza considerare che, in questo momento, la leadership palestinese è davvero debole. La realtà, però, è ben diversa. Nelle ultime settimane sono subentrati degli ostacoli che hanno costretto il Premier ad accantonare le proprie mire espansionistiche.

Uno dei problemi sta proprio nell’intrinseca ingenuità, senza alternative, della politica estera di Israele, da sempre legata all’assenso e all’appoggio del Presidente americano di turno. In questo caso, l’ingenuità sta nel credere che Donald Trump, o chi per lui, avrebbe acconsentito ai piani di Netanyahu senza chiedere nulla in cambio. Al contrario, i funzionari statunitensi hanno posto delle condizioni al Premier. In primis il completo accordo politico all’interno della coalizione di governo, così da evitare che Blu e Bianco possa accusare Trump di aver scatenato una guerra in piena campagna elettorale, e poi una forma di compensazione per i palestinesi. Entrambi i punti sono molto lontani dal dirsi pienamente soddisfatti e se qualcosa fosse accaduto il primo luglio, ciò sarebbe avvenuto inverosimilmente senza l’appoggio di Washington.

Israele da diversi anni vive una situazione in cui si torna al voto ogni tre mesi. Dunque, la condizione politica del Paese è abbastanza ingarbugliata e il recente accordo trovato a maggio tra i due principali partiti, antagonisti, sarebbe in teoria “oro che cola“. Netanyahu, nello specifico, aveva creduto che il contratto avrebbe vincolato il suo alleato a sostenere qualsiasi piano di annessione. In realtà l’accordo prevede che qualsiasi piano venga attuato “non prima del mese di luglio”. Benny Gantz, con un occhio ai sondaggi e un altro al gradimento personale, ha usato questa formula per rinviare la questione adducendo la giustificazione che “tutto ciò che non riguarda la Covid dovrà aspettare“. Infatti, secondo uno degli ultimi sondaggi, due terzi degli israeliani sono contro un piano di annessione della Cisgiordania. Inoltre, il peggiorare della situazione sanitaria, con il repentino aumento dei contagi, spinge la popolazione ad accantonare qualsiasi cosa che non riguardi un problema imminente.

E non finisce qui. Diversi commentatori, anche illustri, hanno ribadito che l’annessione coatta delle colonie avrebbe delle conseguenze catastrofiche sul piano della sicurezza. Una cosa molto simile alla “Seconda Intifada“, la rivolta palestinese che nel giro di cinque anni causò la morte di migliaia di civili fra attacchi terroristici e violentissime ritorsioni. Non è difficile pensare che un’azione militare di cotanta irresponsabilità possa causare delle rivolte nelle città arabe della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.

Non bisogna nemmeno ignorare che una situazione di questo tipo produrrebbe reazioni di tipo diplomatico, non tanto con i Paesi a maggioranza araba, il cui atteggiamento negli ultimi anni è stato dir poco velleitario, ma con l’intero Occidente. Sia l’Unione Europea che il Regno Unito hanno ribadito che non difenderanno Israele nel caso di un’annessione unilaterale e non riconosceranno alcuna modifica dei confini attuali. Non è chiaro cosa potrà succedere nei giorni a seguire, anche se l’annuncio di annessione, ovviamente, ha provocato delle tensioni in tutta l’area interessata e le conseguenze, in questo frangente, sono imprevedibili.

Una violenza inaccettabile

La ripresa della pandemia in Medio Oriente ha bloccato per il momento il processo di annessione della Cisgiordania. Un caso fortuito, nella tragedia, ma la paura resta e con essa anche una sorta di rassegnazione mista a un sentimento di profonda delusione perché, nel malaugurato caso in cui Netanyahu avesse dato seguito alle sue parole, la comunità internazionale sarebbe arrivata, ancora una volta, troppo tardi per impedire il peggio. Le parole di Unione Europea e Onu, come sempre, sono insufficienti se non corroborate da azioni significative.

Ammesso pure che l’annessione della Valle del Giordano rappresenti un passo superfluo, dato che quasi il 90% dell’area è sotto controllo militare di Israele, dichiararne la sovranità assoluta significherebbe compiere un passo in più verso la totale violazione di una lunga serie di risoluzioni delle Nazioni Unite da parte di Israele, a cominciare da quella del 1947. Casi del genere si sono già verificati nel 2014 con la Crimea e nel 1991 con l’Iraq, costati ai due Paesi invasori delle pesanti sanzioni economiche e commerciali. Nel caso della Cisgiordania, però, Israele ha le spalle coperte dal veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza.

L’Unione Europea, dal canto suo, potrebbe esprimere in modo più incisivo la sua contrarietà grazie soprattutto alla Germania, che detiene la presidenza del Consiglio UE, e alla Francia, le quali hanno già annunciato che l’annessione voluta da Netanyahu è incompatibile con la legalità internazionale. Occorrono, però, azioni più eclatanti e dall’eco mediatica certa e risolutiva affinché il peggio possa essere evitato. Mosse di questo tipo sono attese anche dal segretario generale dell’OLP, Saeb Erkat, già negoziatore degli accordi di Oslo del 1993. Il piano di annessione, che ricalca la proposta del secolo di Donald Trump, è una fotocopia del progetto ideato negli anni Settanta dalla destra sionista e rottama quello proposto dall’Onu e dalla comunità internazionale dopo la guerra lampo del 1967, il famoso “due Stati per due popoli“.

L’annessione unilaterale, di fatto, segnerebbe la fine di ogni processo di pace, e la cosa sconcertante è che un epilogo di questo tipo non sembra interessare proprio a nessuno. Indigna anche il fatto che un leader centrista come Benny Gantz abbia accettato un programma che prevede un’annessione bocciata anche dalla Corte suprema di Israele. Addirittura, il dibattito pubblico converge tutto sul tipo di annessione, se totale o limitata. Nessuno che si interessi del futuro dei palestinesi, i quali risultano essere sempre più isolati, tra promesse, persecuzioni e un isolamento diplomatico che pesa molto sulle decisioni internazionali.

Secondo gli analisti, il piano di Netanyahu riflette una logica precisa: “l’assunto è che i palestinesi sono sempre meno una parte rilevante del conflitto”. Il fatto che i Paesi arabi siano sostanzialmente indecisi sul da farsi ha convinto il Premier a credere in un progressivo isolamento dei palestinesi. Tra simbolici finanziamenti e parole di conforto, il clima intorno alla questione non sembrerebbe essere più quello degli anni ’60. Il governo israeliano, nel corso degli anni, ha tessuto una ragnatela di rapporti diplomatici con i Paesi arabi in funzione anti-iraniana e ciò ha favorito l’accantonamento di ogni altra questione irrisolta, compresa quella palestinese.

La continua ricerca di un compromesso, volutamente irrealizzabile, spingerà l’opinione pubblica internazionale a interessarsi sempre meno della questione, indebolendo progressivamente la posizione dei palestinesi. Inoltre, la profetica debolezza dell’Europa, unica entità sovranazionale realmente interessata a una risoluzione pacifica della controversia, chiarisce come questa abbia ormai perso da tempo il dossier mediorientale. Ogni tipo di reazione, in caso di annessione, avrà “efficacia limitata”.

Il progetto di annessione della Cisgiordania, appoggiato direttamente o indirettamente dalla vergognosa indecisione (e debolezza) della comunità internazionale, sdogana definitivamente quell’assunto che l’Onu aveva cercato di bandire dopo la Seconda guerra mondiale: la legge del più forte. Un inglorioso fallimento e, ancor di più, un precedente pericoloso.

Donatello D’Andrea

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