Erdogan Turchia Unione Europea
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Erdogan lo aveva detto: «Il 15 luglio è stato un punto di svolta per la Repubblica Turca. Da quella data nulla è più come prima». Quando nel 2016 le immagini della Turchia in subbuglio invasero le nostre televisioni, restammo tutti un po’ spaesati. Era in corso un colpo di stato militare contro uno dei dittatori più “amici” dell’Occidente, Recep Tayyip Erdogan. Una figura ancora poco mainstream in Europa, dove di Turchia si parlava solo per il “dentro o fuori l’Unione Europea” e per i dubbi rapporti con Daesh.

Ma quello che sarebbe successo nel paese dopo il fallito golpe è noto a tutti. La svolta è arrivata in fretta, per la Repubblica e per i suoi cittadini. Un Erdogan onnipotente e arrabbiato conduceva una feroce caccia alle streghe contro chiunque fosse anche solo sospettato di connessioni con la “rete Gülen”: soldati, professori, giornalisti, avvocati, attivisti, pubblici ufficiali. In quei mesi l’Unione Europea non poteva restare in silenzio. A novembre votò una risoluzione non vincolate per sospendere i negoziati di adesione della Turchia, in ballo ormai dal 2005, firmando un documento che condannava le misure repressive di Erdogan in quanto attentavano “ai diritti e alle libertà fondamentali sanciti nella costituzione turca” e minacciavano “i valori democratici dell’Unione europea“.

Ma con il sultano quella stessa Unione dei diritti aveva già fatto un accordo sulla pelle dei migranti.

Poco prima del fallito golpe, nel tentativo di risolvere l’eterna “emergenza” immigrazione – in nome di quella realpolitik che spesso nasconde azioni che di politico hanno ben poco – i  28 leader europei sceglievano Erdogan come alleato per «interrompere l’immigrazione illegale dalla Turchia all’UE». Uomini in cambio di miliardi di dollari. Sei, per l’esattezza, da scaglionare in due anni, per deportare migliaia di migranti. Il pericoloso regime diventava un «partner strategico» nella gestione dei rifugiati e ciò che sarebbe avvenuto all’interno dei confini turchi passò in secondo piano.

Il 18 marzo 2018 il patto della vergogna ha compiuto due anni. Nonostante l’ennesimo allarmante rapporto di Human Rights Watch, l’oppressione del popolo curdo, la repressione della stampa dissidente, la censura delle opposizioni e i preoccupanti tassi di lavoro minorile, l’Unione Europea ha rinnovato la sua alleanza con la Repubblica Turca, che continua a ospitare il maggior numero di rifugiati nel mondo – oltre 3milioni e 800mila.

Amnesty International ha denunciato le condizioni di disperazione in cui vivono i rifugiati, le aree sovraffollate senza beni di prima necessità, e le uccisioni di centinaia di civili che tentano di varcare le frontiere. 

Ma per il Consiglio europeo l’accordo funziona, è efficace, è, come rivendicato trionfalmente dal commissario per gli Aiuti umanitari Christos Stylianides «Un vero successo in merito all’assistenza umanitaria in Turchia, che ha cambiato la vita di oltre 1,1 milioni di rifugiati». 

Ed ecco il via libera alla seconda tranche di finanziamenti, a cui si aggiungono gli 1,5 miliardi da investire tra il 2014-2020 per l’avanzamento della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani, e i 600 milioni di euro l’anno in fondi pre-adesione.

Non solo. In un’indagine condotta dall’European Investigative Collaborations spuntano 83 milioni di euro che l’Ue avrebbe dato all’esercito turco in veicoli militari, attrezzature di sorveglianza, motovedette per sigillare e sorvegliare i confini turchi tra l’Europa e la Siria, e utilizzate da Erdogan nella repressione dei curdi siriani. Così, mentre l’Onu condanna formalmente la Turchia insieme all’Unione Europea, questa non può che trovarsi in imbarazzo sapendo che la violazione dei diritti è in parte attuata grazie a quegli stessi finanziamenti militari.

Ma anche l’asse economico tra Italia e Turchia non ha ceduto a golpe e “grandi purghe”.

Lo scorso 5 febbraio Erdogan è arrivato a Roma accompagnato da 5 ministri per incontrare nell’ordine: papa Francesco, Sergio Mattarella, l’ormai ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Al centro della visita gli affari e la geopolitica, non di certo i diritti umani.

L’Italia è il terzo partner economico della Turchia: dalla meccanica di precisione ai componenti per automobili, fino alle preziose nocciole della Nutella che Ferrero acquista ogni anno in grandi quantità – anche se sta cercando nuove soluzioni. E in mezzo ci sono anche armi e affari militari. Non solo per il recente accordo tra il consorzio franco-italiano Eurosam e i partner turchi Aselsan e Roketsam per sviluppare un sistema di difesa aerea a lungo raggio. Ma anche per gli elicotteri di fabbricazione italiana Augusta- Westland con cui i militari di Erdogan hanno attaccato i curdi siriani ad Afrin.

Allora, se è vero che la Turchia «continua a prendere enormi distanze dall’Unione Europea, in particolare nei settori dello stato di diritto e dei diritti fondamentali», nel settore economico e quello dei migranti – verso i quali i diritti non sono poi così fondamentali – il rapporto sembra essere florido e indissolubile.

D’altronde gli affari sono affari e in politica internazionale la convenienza vince quasi sempre sulla giustizia. 

Sarebbe moralmente giusto condannare con forza la censura mediatica, la repressione dei diritti fondamentali, l’oppressione del popolo curdo – vero alleato dell’Occidente nella battaglia contro l’Isis – l’autoritarismo del sultano. Sarebbe moralmente giusto combattere la trasformazione della Repubblica Turca nel sultanato di Erdogan, che si compirà definitivamente nelle elezioni del prossimo 24 giugno.

Ma, di fronte alla convenienza, l’Europa dei diritti decide di tenere gli occhi ben chiusi, fingendo di non vedere i costi insopportabili del suo silenzio.

Rosa Uliassi