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C’è una tragedia della migrazione in atto in Sudamerica, avvicinata nelle proporzioni a quella siriana. La nota crisi sociale, politica ed economica del Venezuela ha infatti prodotto una crisi umanitaria senza precedenti nel continente, con milioni di persone in fuga da carenza di cibo, medicine e servizi essenziali.

Il Venezuela, stritolato dal crollo dei prezzi del greggio (sui cui proventi basa la propria economia) e dal Governo miope e autoritario di Maduro, ha finora assistito impotente alla fuga all’estero di quasi il 5% della sua popolazione: la maggior parte si è riversata nei Paesi limitrofi, soprattutto in Colombia, meno in Brasile. Bogotà, pur se storica rivale di Caracas, si è infatti sobbarcata il flusso più intenso di migranti.

Nonostante le proporzioni immense del drammatico fenomeno, la storia recente del modello di accoglienza che ha costituito la risposta di vari Paesi a questa emergenza deve essere raccontata. Soprattutto perché questo modello si è imposto spontaneamente nei contesti che hanno interagito di più con i flussi migratori in uscita dal Venezuela, soprattutto nell’ultimo anno.

Si tratta di un modello che, come si noterà, presenta ormai qualche crepa e necessita di una revisione, ma che risulta significativo se comparato ad altri, come quello europeo, che impegnano peraltro celebrate entità sovranazionali come l’Unione Europea.

La risposta alla crisi del Venezuela: un modello “autogestito”

Potrebbe risultare spontaneo ipotizzare che in America latina, senza alcun organismo sovranazionale di coordinamento tra Stati per imporre le direttive su accoglienza e riparto dei migranti, la risposta alla crisi del Venezuela si sia velocemente trasformata in una vera e propria tragedia.

Invece, nel Nuovo Continente sono state le Nazioni Unite, attraverso i propri organismi specializzati su migranti e rifugiati, a funzionare in maniera efficace come “sovrintendenti” dell’emergenza, per agevolare l’accoglienza e assicurare in primo luogo la definizione dello status giuridico dei venezuelani in fuga. L’ONU è poi intervenuta negli Stati di destinazione dei flussi, in modo da coordinarne la risposta e alleggerirne, per quanto possibile, il carico umanitario.

A febbraio, l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, ha emanato un documento che conferiva ufficialmente ai venezuelani lo status di rifugiati. Questo era il primo passo formale necessario per agevolare l’ingresso e la permanenza senza limiti, nei Paesi di arrivo, della popolazione in esodo. Il rifugiato è infatti un soggetto protetto da convenzioni internazionali: in quanto tale, i suoi diritti sono più “saldi”. Basti pensare che non deve essere forzato al rimpatrio da parte del Paese ospitante, perché è riconosciuto il pericolo di vita che corre nella Nazione d’origine. Il suo status è umanitario e prescinde, in teoria, da valutazioni politiche.

Fin dall’inizio dell’anno, l’ONU si è anche impegnata per la redistribuzione dei migranti, in particolare nel territorio del Brasile, dove diverse famiglie sono state trasferite dalla frontiera ad altre zone del Paese. Tuttavia, è in Colombia che la situazione ha continuato a essere critica. Già a febbraio il vicino del Venezuela ospitava più di mezzo milione di rifugiati: in questo caso, l’ONU si è mossa per sollecitare aiuti finanziari e umanitari, in ciò assistita da altre organizzazioni e dalla Croce Rossa. Da parte sua, il Governo colombiano uscente (in maggio si sono poi tenute le elezioni presidenziali) aveva subito cercato di imporre una sterzata alla legalizzazione della permanenza dei rifugiati, con la previsione di speciali permessi.

Si può dire, quindi, che per diverso tempo, l’approccio alla crisi sia stato spontaneo, positivo, funzionale e tollerante. La complessità della situazione si è però evoluta con il passare dei mesi. L’iniziale buona volontà ha cominciato a mostrare segni di cedimento di fronte a numeri migratori e a una domanda di servizi (soprattutto sanitari) sempre più insostenibili per Paesi certo non prosperi, come sono Colombia e Brasile.

La crisi del modello “autogestito”: militarizzazione e xenofobia

Ad un certo punto alcune criticità di questo schema operativo sono prevedibilmente cominciate a emergere.

In Colombia, alcuni media hanno cominciato a denunciare un aggravamento della crisi economica a causa del costo di gestione dei flussi migratori, che si inserivano in un tessuto sociale già logoro e a forte presenza criminale (il rischio sempre attuale è che soprattutto i soggetti deboli, come donne e minori, finiscano nei tentacoli della malavita organizzata). Proprio come in Europa, la militarizzazione dei confini, di pari passo con la moltiplicazione dei centri di assistenza umanitaria, è stata a poco a poco considerata un’opzione necessaria.

È stato il caso del Brasile. Pur essendo vero che i venezuelani tendono a redistribuirsi un po’ in tutti i Paesi del “Cono sud” (soprattutto Perù, Cile e Argentina), il gigante di lingua portoghese rappresenta, per la vicinanza, un’ambita destinazione di fuga. Ebbene, soprattutto nelle ultime settimane, in un Paese già piuttosto conflittuale, la situazione sembra essersi deteriorata.

La stampa ha cominciato a riportare l’esasperazione della popolazione residente nelle zone di confine, cui comunque ha fatto da contraltare la decisione umanitaria di Brasilia di riconoscere ai venezuelani lo status di rifugiati, come già fatto dalla Colombia. Il Governo ha stabilito, inoltre, la costruzione di centri di prima accoglienza per i migranti in arrivo, allo scopo di sgombrare le strade dei paesi di frontiera dove i venezuelani avevano cominciato ad accamparsi.

Tuttavia, questi sforzi hanno cominciato a dimostrarsi insufficienti sotto la pressione dell’opinione pubblica. Pochi giorni fa, il Presidente uscente Temer ha annunciato lo schieramento dell’esercito al confine, allo scopo di regolarizzare i flussi in entrata nel Paese.

Si aggiunga poi che, in alcuni contesti, come a Panama, già si sono intraviste le prime avvisaglie di una strisciante xenofobia anti-venezuelana.

Un nuovo modello? La proposta di gestione condivisa

Di fronte a quello che si potrebbe definire un “quadro regressivo” della propensione all’accoglienza, la Colombia ha appena chiesto una soluzione condivisa della questione tra tutti i Paesi dell’America meridionale. Si tratta di un ritornello già noto in Europa da tempo: le crisi migratorie, purtroppo, si assomigliano tutte e il peso, soprattutto sociale, che comportano nei Paesi di accoglienza a un certo punto diventa difficile da sopportare.

Non si conoscono ancora né i tempi, né i modi con cui gli Stati coinvolti interagiranno sul tema Venezuela. In proposito, va ribadito che alcuni attori politici di primo piano, che finora hanno governato l’emergenza, sono cambiati (come in Colombia, con l’avvento del nuovo esecutivo conservatore) o sono destinati a cambiare (come in Brasile, dove l’esito delle prossime elezioni presidenziali è più che mai incerto).

Con ciò, va detto che lo spirito umanitario e di apertura legislativa, soprattutto sul versante dei diritti umani, che ha caratterizzato i primi tempi dell’accoglienza, fornisce un esempio rilevante per altri contesti globali, che si presumono ben più “avanzati” economicamente e socialmente. Il marginale, se non inesistente contributo della grande potenza regionale, gli Stati Uniti, che da sempre si proclamano deus ex machina del continente, avalla questa considerazione, critica anche nei confronti della stessa Europa.

La crisi venezuelana può segnalarsi come potenziale punto di partenza di un nuovo modello di assistenza umanitaria, che nella sua spontaneità ha consentito il rispetto di standard di cooperazione e collaborazione internazionale, pur senza organismi sovranazionali a “forzarla”. Anche il ruolo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie che hanno aiutato a tenere in piedi, finora, gli interventi di soccorso ai rifugiati è finalmente apparso efficace.

La stessa soluzione condivisa proposta dalla Colombia potrà costituire un’evoluzione interessante del primo approccio spontaneo, soprattutto se sarà effettivamente raggiunto un accordo per la redistribuzione dei flussi di rifugiati e se si riuscirà a rispettarlo, tenendo a bada rigurgiti populisti e reazionari interni.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.