Abbandono scolastico, Italia: siamo i quarti peggiori d’Europa
Fonte: Pixabay

L’abbandono scolastico è un problema serio per l’Italia. A dirlo sono i dati del report di Openpolis dedicato a questo tema. Sebbene nell’ultimo decennio ci sia stato un miglioramento, c’è ancora molto da lavorare. Nel 2020 è emerso che il 13,1% di giovani abbandonano precocemente la scuola: un numero che fa dell’Italia il quarto Paese europeo peggiore per incidenza.

Ma i numeri dividono il Paese all’interno. Si registrano infatti evidenti differenze tra un territorio e l’altro.

L’abbandono scolastico in Europa

Ridurre l’abbandono scolastico al di sotto del 10% entro il 2020. Era l’obiettivo dell’Unione Europea. Un dato tarato però su una media e poi declinato alle particolari situazioni nazionali. Per l’Italia l’obiettivo era il 16%. I riflettori sono stati puntati su quei giovani, tra i 18 e i 24 anni, che lasciano la scuola prima di conseguire un diploma o una qualifica professionale. L’obiettivo adesso è di abbassare ulteriormente la percentuale di un punto: entro il 2030 si dovrà raggiungere il 9% secondo una risoluzione del consiglio europeo svoltosi a febbraio.

Dall’analisi dei dati emerge che l’Italia ha compiuto evidenti passi in avanti. Basti pensare che nel 2009 l’abbandono scolastico registrava una percentuale pari al 19%. Eppure si è ancora lontani dai ben più alti standard europei. Se si allarga lo sguardo al continente emerge che nel 2020 Germania e Francia hanno segnato un abbandono scolastico pari rispettivamente all’8% e al 10,10%. Fanno peggio di noi solo Malta (16,7%), Spagna (16%) e Romania (15,6%).

La situazione italiana e la questione meridionale

La questione meridionale è una partita che si gioca anche nelle scuole. Guardando da più vicino l’Italia emerge infatti che lo scarto tra nord e sud è netto. Le regioni che segnano il tasso di abbandono scolastico maggiori sono tutte al sud. La Sicilia è la prima con un tasso pari al 19,4%. Seguono subito dopo Campania (17,3%) e Calabria (16,6%) e Puglia (15,6%). Le elevate percentuali si rivelano al di sopra della media nazionale. Situazione diversa per le regioni del centro e del nord. Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Emilia Romagna e Marche si trovano al di sotto dell’obiettivo Ue del 10%.

Il sud soffre particolarmente l’abbandono scolastico, eppure c’è un ma. È proprio il Mezzogiorno a registrare i miglioramenti più significativi rispetto al 2019. A parte la Campania che resta stabile nei dati, nelle altre regioni peggiori d’Italia i dati nell’ultimo anno sono nettamente migliorati. Tre punti in Sicilia, 2,4 in Calabria e 2,3 in Puglia.

La complessità del fenomeno richiederebbe un approccio mirato e un’analisi più specifica. Openpolis sottolinea che l’indicatore scelto, i giovani tra i 18 e i 24 anni che non frequentano percorsi di studio, è un parametro diverso rispetto alle rilevazioni di Istat o Eurostat dove ad esempio si riflette su un’età che va dai 15 ai 24 anni. L’analisi resta comunque un punto di una riflessione.

L’urgenza di contrastare

L’abbandono scolastico non è un fallimento individuale, bensì una problematica sociale. Sul report di Openpolis si legge: «L’abbandono precoce pone diverse problematiche, non solo per i giovani, ma anche per la società. In molti casi limita le opportunità dei ragazzi sul mercato del lavoro e fa aumentare il rischio di disoccupazione, povertà, problemi di salute, oltre a causare una ridotta partecipazione alle attività politiche, sociali e culturali. Inoltre, tali conseguenze negative ricadono sulla generazione successiva e possono perpetuare il ripetersi di tale fenomeno».

Per questo serve una visione che renda protagonisti loro, i giovani. Per captare le esigenze e i desideri. Per essere attenti alle necessità del momento e di lungo periodo. Per restare nel presente ancorati a una visione pratica del processo di formazione. La scuola dovrebbe riuscire a capire i ragazzi, a studiarli e invogliarli. A investire su di loro. Per molti la scuola è una scelta, per altri un privilegio. I numeri dicono che qualche miglioramento c’è stato ma non è abbastanza. Bisogna ripartire da qui.

Alba Dalù

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