Union Saint Gilloise

Tifo appassionato, stadio suggestivo, rosa multietnica (costruita con l’aiuto degli algoritmi) e risultati strabilianti: questa è in sintesi la Royale Union Saint-Gilloise, squadra espressione di un piccolo quartiere di Bruxelles, in Belgio. Una favola trasformatasi in una bellissima realtà, che adesso fa i conti con il calcio che conta e si fa promotrice di un nuovo modello in Europa.

Diciamocela tutta, il Belgio non è di certo un paese noto per avere una tradizione calcistica invidiabile. Il campionato nazionale non è mai stato tra i più spettacolari d’Europa e non è un caso che quasi tutti i titolari della nazionale belga – attualmente seconda nel ranking FIFA – militino nei principali tornei esteri. Eppure, il pur noioso campionato belga è stato in grado di generare una bellissima realtà locale, chiamata Royale Union Saint-Gilloise (più comunemente detta “Union” o nota con l’acronimo “RUSG”). Una squadra espressione di Saint-Gilles, un piccolo quartiere della città di Bruxelles, che negli ultimi due anni ha fatto parlare di sé per gli strabilianti risultati ottenuti sul campo in un brevissimo arco di tempo. Dopo 48 anni passati a navigare tra la seconda e la quarta divisione belga, l’Union si è resa protagonista di una incredibile stagione al suo tanto atteso ritorno in prima divisione, sfiorando il titolo nazionale soltanto a causa dell’alquanto bizzarro sistema di playoff in vigore nel campionato belga: la squadra aveva infatti concluso la regular season davanti alle dirette concorrenti per poi uscire sconfitta dal sistema di doppi scontri tra le prime quattro classificate (alla fine ha trionfato il Club Brugge). La delusione per il mancato titolo è stata però parzialmente accantonata dal piazzamento in Europa League, dove i belgi hanno finora raggiunto ottimi risultati.

C’è chi la paragona al Chievo Verona di Gigi Del Neri, capace nella stagione 2001/2002 di piazzarsi in quinta posizione appena dietro al Milan al primo anno di Serie A. La verità è che la RUSG vanta una storia fatta di titoli e successi, una storia che, purtroppo, ad un certo punto si è bruscamente arrestata. Undici i titoli nazionali conquistati, che fanno dei gialloblù (questi i colori della bandiera e della divisa) la terza squadra belga più titolata, appena dopo Anderlecht e Club Brugge. Tuttavia, l’ultimo titolo risale per l’appunto al 1935, dopodiché la squadra non è mai più riuscita a distinguersi. Pertanto, più che al Chievo, l’Union potrebbe essere paragonata al mitico Pro Vercelli.  

Il segreto di tale successo? Innanzitutto, l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e i big data. I giocatori sono stati infatti selezionati attraverso criteri scientifici, che vanno dai gol potenzialmente realizzabili nel contesto di azioni pericolose create, alla percentuale di passaggi completati, alla velocità e ai chilometri percorsi, tutti dati rielaborati da appositi software. Le valutazioni si sono svolte anche attraverso specifici colloqui con familiari ed ex allenatori dei calciatori, e persino tramite il monitoraggio dei profili social. La particolarità di questo metodo sta nel fatto che la ricerca dell’Union si è concentrata sui campionati esteri meno seguiti dalle squadre concorrenti, considerando che il livello del campionato lo concede e tenendo presente che il budget limitato non consente di guardare nei maggiori campionati.

Ma aldilà degli ottimi metodi scientifici, l’Union deve il suo successo e la sua popolarità anche alla realtà che rappresenta. Una squadra che è espressione del quartiere forse più “popolare” di Bruxelles, Saint-Gilles, caratterizzato dalla sua natura squisitamente multietnica e popolato da residenti che sono il frutto di diverse ondate migratorie. L’Union è in effetti una squadra con al seguito tifosi locali ma anche internazionali: agli abitanti del quartiere (i “locals”), si aggiungono anche coloro che a Bruxelles ci vivono per lavoro, vale a dire stranieri impegnati in impieghi in seno alle istituzioni europee o con aziende attive nell’ambito delle politiche europee (i cosiddetti “expats”). Questo mix di tifosi è in grado di generare un ambiente unico ed irresistibile durante i match disputati allo stadio Joseph Marien, all’interno della splendida e suggestiva cornice del Parc Duden, in altre parole uno stadio costruito in mezzo ad un bosco, con le tribune situate su una piccola collina.

La stadio Joseph Marien nei primi anni Trenta.

Atmosfera del tutto particolare e suggestiva che ci viene confermata e ulteriormente raccontata anche da Paolo, expat napoletano a Bruxelles, supporter ed abbonato dell’Union: «La quota di expats della tifoseria è molto alta, intorno al 30-35%, e ciò è testimoniato dal fatto che le comunicazioni web o social e le promozioni del club sono spesso in lingua inglese o persino italiana. Il club ha interesse ad attrarre e a riconoscere la parte non locale della tifoseria». Un’atmosfera internazionale vivibile anche tra gli spalti a quanto pare, dove lo stesso tifoso locale ha interesse a coinvolgere a supporto della propria squadra gli expats, a volte bloccati da barriere linguistiche o dalla limitata conoscenza della squadra e dei suoi componenti. «Ho assistito a scene dove i tifosi locali spiegano la storia della squadra e descrivono uno ad uno i giocatori agli expats, con il fine di integrarli nella tifoseria. Non vi è nessuna differenza tra i tifosi locali e quelli provenienti dall’estero».

Quanto alla vicinanza e alla verve della tifoseria, Paolo racconta come «allo stadio si canta ininterrottamente e i vari cori tendono anzi a sottolineare la dimensione europea del club. Credo che questo sia sentito molto da calciatori ed allenatore e ritengo che abbia anche contributo ai buoni risultati del club finora registrati in una competizione europea come l’Europa League». Nessuno spazio per razzismo, violenza o estremismi, «in curva la tifoseria gialloblù esibisce sempre anche la bandiera della squadra avversaria, a dimostrazione del fatto che l’Union non possiede una base ultras, né violenta, né estremista. Anzi, può sicuramente definirsi antifascista», precisa Paolo.

E non mancano, dopo la partita, che si vinca o che si perda, ulteriori attività di socializzazione tra i tifosi: “ci si riunisce sempre per una birra o due al termine del match, in appositi luoghi di aggregazione posti fuori dallo stadio e dove l’interesse primario di tutti è quello di socializzare e conoscersi meglio”.

Una tifoseria che va oltre i confini nazionali e la cui dimensione internazionale si sposa perfettamente con la rosa multietnica dell’Union. I calciatori provengono infatti da una decina di nazionalità diverse, dal portiere lussemburghese, al centrale giapponese e all’altro marocchino, passando da un attaccante nigeriano e uno svedese, fino ad arrivare al capitano maltese.

La ciliegina sulla torta di questa splendida realtà è rappresentata dal modello del tifo sostenibile. Quello della sostenibilità è un tema che sta molto a cuore alla dirigenza gialloblù, il quale vanta diversi programmi e iniziative sia nel sociale che nell’ambiente. La caratteristica principale di tali programmi è che si prefissano obiettivi a lungo termine, prevedendo la collaborazione di giocatori e tifosi, sensibilizzati a farsi carico di un dovere sociale. A tale scopo, è stata creata la cosiddetta Union Foundation, il cui ruolo è quello di creare un legame tra i giocatori e il territorio, accogliere ed includere le minoranze, promuovere collaborazioni per sviluppare l’attività sportiva per le persone con disabilità, creare un network per le organizzazioni sociali del territorio.

Insomma, quella dell’Union è una realtà che ha avuto un enorme impatto sociale ed è una straordinaria testimonianza di integrazione felice, pacata, sostenibile e produttiva che si spera possa rappresentare un nuovo modello seguito da altre tifoserie in Europa. 

Amedeo Polichetti

Avvocato appassionato di calcio, musica, cinema, politica. Scrivere è un modo per conoscere meglio se stessi.

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