lula brasile
Fonte: brasildefato.com.br

Quando Luiz Inácio “Lula” da Silva è stato scarcerato, l’8 novembre scorso, il mondo, più che il Brasile, ha esultato: tutto sembrava pronto per il ritorno in campo dell’unico personaggio che, pur se ancora tra mille scandali e difficoltà, avrebbe potuto dare la spallata decisiva all’autoritarismo populista di Bolsonaro.

Molti osservatori vicini alla sinistra, specialmente in Europa, sembravano considerare ormai Lula in procinto di venire riabilitato, in seguito alla scarcerazione. Quando poi, alla fine di novembre, lo stesso ex presidente brasiliano si è visto inasprire la pena da 12 anni e 11 mesi a 17 anni, sempre il mondo, più che il Paese sudamericano, ha gridato allo scandalo e al complotto.

La (“finta”) liberazione di Lula

Il problema era che molte valutazioni internazionali, che già prefiguravano nuovi scenari per la stessa sinistra brasiliana in seguito al ritorno del “padre”, appunto, del moderno socialismo di quel Paese, erano purtroppo epidermiche e non basate sulla conoscenza degli istituti di procedura penale brasiliana. Lula era stato infatti scarcerato perché la sua prigionia era stata riconosciuta illegittima dalla Corte Suprema: la custodia dell’ex presidente brasiliano era stata infatti imposta a procedimento ancora in corso, quando invece si sarebbe dovuto attendere il passaggio in giudicato di un’eventuale, nuova sentenza di colpevolezza in ultimo grado.

Tale sentenza, purtroppo per Lula di condanna, è puntualmente arrivata soltanto qualche giorno dopo la momentanea scarcerazione, peraltro comportando proprio un significativo aggravio di pena: ogni velleità di Lula di tornare in politica e spodestare Bolsonaro è immediatamente naufragato. Poco importa, a questo punto, che i legali dell’ex presidente abbiano chiesto l’annullamento della seconda condanna o che proprio Lula e la sua discepola, l’ex presidentessa Dilma Roussef, siano stati assolti, pochi giorni fa, per un altro grande affare di corruzione, relativo a un presunto finanziamento illecito del loro Partito dei Lavoratori: soprattutto quest’ultima decisione appare come una sorta di compensazione. Il bersaglio grosso era già stato colpito.

Lula, bersaglio o corrotto?

Il punto è questo: Lula era davvero, suo malgrado, un bersaglio, costruito ad arte per favorire l’ascesa del nuovo establishment di destra che attraverso i folli, tristemente noti colpi di testa (leggasi, tra l’altro, omofobia, razzismo e incendi in Amazzonia), sta demolendo il Brasile? Oppure il vecchio leader del Partito dei Lavoratori è un corrotto, direttamente coinvolto negli scandali di cui è accusato? La risposta è quasi impossibile da dare, pur dopo anni di battaglia processuale. Secondo una parte dell’opinione pubblica internazionale, la causa di questa perdurante confusione intorno alla figura dell’ex presidente brasiliano deriva dalla drammatica situazione in cui versa lo Stato di diritto in Brasile.

Sin dalla sua prima elezione presidenziale, nel 2002, il vecchio socialista era assurto alla dignità di eroe: ciò, sia in patria, dove si era caratterizzato come paladino degli ultimi, che all’estero, dove era visto come nuovo alfiere della rinascita socialista latinoamericana. Insieme ad altri personaggi poi diventati celebri, come il venezuelano Hugo Chávez, l’argentino peronista Nestor Kirchner e, poco più tardi, il boliviano Evo Morales, sarebbe diventato il simbolo di una riscossa democratica del subcontinente, nonché un esempio per le sinistre globali, in perenne crisi di identità e di credibilità.

Il problema dei sistemi presidenziali latinoamericani, in genere, è sempre stato però quello di una costante personalizzazione del potere. Identificare la figura del presidente con i successi di una certa ideologia o linea politica porta con sé una cartina di tornasole dal significato opposto: vale a dire, che ogni neo, ogni problema economico e sociale, ogni difetto di rotta sulla strada di uno sbandierato riformismo risulta ugualmente “personalizzato”. Questo meccanismo rende più facile anche l’equazione per cui, così come in un certo momento un presidente viene considerato la salvezza di uno Stato, in tempo di crisi la panacea di ogni male è la sua rimozione, con ogni mezzo. Proprio questo, in quasi vent’anni, è successo in Brasile, ed è accaduto anche a Lula.

Oggi metà del Paese ama l’ex presidente, metà lo odia. Un buon 50% lo assolve, l’altro 50 lo condanna. A quanto dicono i suoi sostenitori, Lula è caduto da anni in un gorgo tremendo, fatto di menzogne e falsità sul suo conto, che ha inghiottito la sua credibilità politica e personale, a sua volta trascinata nell’inquietante buco nero rappresentato da una giustizia tutt’altro che limpida e imparziale. Questa è ovviamente anche l’opinione di quella parte di stampa internazionale che risulta più ideologicamente vicina a Lula e che inquadra il “teatrino” della prima condanna, poi della scarcerazione e infine della seconda condanna come abilmente diretto da Bolsonaro e dai suoi sodali nella magistratura.

Il Brasile, tra Stato di diritto e corruzione

Il problema è che purtroppo, al di là delle denunce di corruzione del sistema-giustizia brasiliano, non si possono avere ragionevoli certezze sull’effettiva limpidezza dell’uomo e del politico Lula. È certo che il processo che ha finalizzato la megainchiesta Lava Jato, molto simile, nello spirito che l’ha animata (per quanto si sia trattato di uno spirito promosso in primo luogo dalla destra bolsonariana), all’italiana Mani Pulite, non sia stato cristallino e non abbia fornito risposte univoche. La sudditanza da parte dei giudici nei confronti dell’attuale gruppo dirigente brasiliano è stata talmente evidente da far gridare allo scandalo e al colpo di Stato l’opposizione socialista, o quello che ormai ne rimane.

Tuttavia, caratterizzare a prescindere Lula come un eroe perseguitato o la fine del suo sogno socialista come il risultato di una combutta ai suoi danni appare perlomeno semplicistico, per quanto una simile ricostruzione, lo si ripete, veda concordi anche fonti e osservatori occidentali (e italiani). La difesa “ideologica” è spesso perdente e in quanto tale non può essere sempre incoraggiata.

Lula e Dilma Rousseff hanno finanziato il miraggio del cambiamento anche imponendo grossi sacrifici economici e finanziari che il Brasile probabilmente non poteva permettersi, soprattutto dal punto di vista dello spaventoso aumento del debito pubblico e del deficit, incoraggiato da massicce dosi di spesa sociale (in astratto col fine nobile di ridurre la povertà, certo, ma a conti fatti insostenibili sul lungo periodo); tutto ciò, nel contesto di una crisi recessiva mondiale che ha visto il Paese pesantemente penalizzato. L’opacità nella gestione di ingenti flussi di denaro ha dato adito alle inchieste, più o meno pilotate, di decretare il definitivo fallimento della linea socialista, favorendo l’inopinata svolta a destra del Brasile.

Il problema di Lula come “eroe” o “cattivo” (come lo qualifica un servizio della BBC), come onesto senza macchia o bieco corrotto e corruttore, si riduce in effetti a una dicotomia tra bene e male che appartiene – purtroppo – a una certa visione ad personam della politica ormai non più propria soltanto dell’America latina. Il rischio di tale visione è trascurare i dati di fatto: il progetto della sinistra in Brasile aveva perso il Paese da tempo; l’ascesa di Bolsonaro e la spaccatura sociopolitica di una nazione complessa è stata figlia dell’incapacità della precedente classe dirigente di tenerla insieme; la criminalità, il razzismo, la violenza di genere e l’omofobia sono spie di un profondo disagio che la sinistra di Lula, in prima persona, non è stata in grado di attenuare.

Bolsonaro e quello che rappresenta, forse prima ancora che un prodotto dell’evidente corruzione del sistema politico e giudiziario brasiliano, è un bubbone inevitabile, che la deriva dei tempi ha senz’altro aiutato a scoppiare. Il declino, a livello mondiale, di un’idea di sinistra socialista e “pulita” non è solo questione di “buoni o cattivi”, per quanto si possa certo vedere Lula sotto la luce di una più che probabile, odiosa e violenta persecuzione personale: è anche questione di idee e progetti, che purtroppo in Brasile avevano smesso di funzionare indipendentemente dalla torbida vicenda giudiziaria del suo ex presidente.

Ludovico Maremonti

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