
C’è qualcosa di ironico nel fatto che Frankenstein torni ciclicamente proprio nei momenti storici in cui l’umanità sembra essere più sicura di sé. Ogni nuova epoca, convinta di aver superato i limiti di quella precedente, finisce per ritrovarsi davanti allo stesso interrogativo: cosa accade quando la creazione sfugge al controllo del creatore? A oltre duecento anni dalla sua pubblicazione, il romanzo di Mary Shelley continua a essere una delle storie più disturbanti e attuali della letteratura occidentale, non tanto per i suoi elementi gotici e “mostruosi”, quanto per la sua capacità di interrogare il concetto stesso di umanità.
La recente uscita del Frankenstein di Guillermo del Toro su Netflix riporta i riflettori su una figura che non ha mai smesso di affascinarci, spaventarci e parlarci: la Creatura, più che il suo creatore. Mettere in dialogo il film moderno e il romanzo ottocentesco significa osservare come una stessa storia possa mutare accento, morale e prospettiva, rimanendo però fedele a una domanda di fondo che ancora ci riguarda.
Il “mostro” di Guillermo del Toro diventa coscienza
La storia riproposta su Netflix dalla brillante mente di Guillermo del Toro è una reinterpretazione moderna del romanzo di Mary Shelley, nel quale il dottor Frankenstein sfida la scienza, la religione e la natura stessa per creare la vita dalla morte. La cornice del racconto rimane ma, come è chiaro fin da subito, il Frankenstein di Guillermo del Toro prende una posizione più netta, scegliendo di spostare il baricentro morale del racconto. Il dottor Frankenstein è ritratto come una figura più meschina e ossessiva rispetto al romanzo. Il suo desiderio di sfidare la morte nasce dal lutto per la madre persa in tenera età, ma si trasforma rapidamente in un atto di hybris privo di responsabilità. Da uomo ambizioso e con una gran voglia di affermarsi, diviene, una volta raggiunto l’obiettivo dei suoi studi ed esperimenti, un uomo che crea e poi distrugge, incapace di assumere il ruolo di padre.
La Creatura, al contrario, è il vero centro emotivo del film. La sua umanità è quasi disarmante nella seconda parte, quando è egli stesso a raccontare la sua storia. L’umanità della Creatura è sottolineata a più riprese, ad esempio nel rapporto con l’anziano cieco, ed è resa ancora più intensa dal rapporto con Elizabeth, che nel film assume la funzione di ponte affettivo e morale, l’unico sguardo capace di riconoscere ciò che gli altri si ostinano a negare. Agli occhi di Elizabeth, la Creatura è affascinante in quanto incarna quell’innocenza e sensibilità infantile di chi guarda il mondo per la prima volta con curiosità e timore. L’aspetto “umano” della Creatura è inoltre accentuato dall’aspetto esteriore: il trucco e i vestiti di scena fanno dell’interpretazione di Jacob Elordi un mostro tutt’altro che spaventoso.
Del Toro opera così un ribaltamento deciso del concetto di bene e male: la frattura è più marcata rispetto al romanzo, e la violenza della Creatura emerge solo alla fine e appare soprattutto come una conseguenza diretta dell’abbandono, dell’isolamento e della mancanza di genitorialità.
È una scelta coerente con il cinema del regista, da sempre interessato ai “mostri” come figure marginali, vulnerabili, più umane degli esseri che li circondano. Frankenstein diventa una riflessione sulla genitorialità, sull’elaborazione del lutto e sul fallimento del perdono, una storia in cui l’orrore non nasce dal corpo della Creatura, ma dall’assenza di amore e responsabilità del suo creatore.

Mary Shelley e l’origine del dolore: Victor, la Creatura e la perdita
Il romanzo di Mary Shelley, pur condividendo molti dei temi del film, si muove su un terreno più ambiguo e complesso. Frankenstein o il moderno Prometeo è tanto la storia di Victor quanto quella della Creatura, che nel libro prende parola e racconta il proprio dolore con uno sguardo lucido e disperato. Shelley non costruisce una morale univoca: la descrizione è ricca di dettagli ma più neutrale. È il lettore che, oscillando continuamente nel giudizio, deve farsi una propria opinione.
In questo contesto, l’atteggiamento di Victor appare quasi giustificato, o quantomeno comprensibile, alla luce delle azioni della Creatura, che mette in atto il suo piano di vendetta già dai primi anni di vita. Victor soffre infatti la perdita di tutte le persone a lui care per mano della sua creazione: il fratello minore William, l’amico di una vita Clerval, fino all’apice tragico rappresentato dall’uccisione di Elizabeth e, indirettamente, del padre. La Creatura non è soltanto vittima, ma diventa anche agente consapevole di vendetta, trasformando il racconto in una spirale di dolore e responsabilità condivise. Se la Creatura è colpevole per le morti arrecate, Victor è altrettanto colpevole per la vita creata e non rispettata, abbandonata alla solitudine.
«Io ero buono; la sventura mi ha reso un demonio. Rendimi felice, e sarò di nuovo virtuoso.»
(Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo, cap. X – parole della Creatura a Victor)
Più che nella reinterpretazione di Guillermo del Toro, la famiglia di Victor e la sua infanzia sono centrali nel libro, così come la figura di Elizabeth, emblema di affetto, stabilità e umanità, che da sorella adottata e promessa moglie, nel film diventa la cognata desiderata carnalmente. Nel romanzo, infatti, Victor è cresciuto in una famiglia amorevole e caritatevole, nella quale Elizabeth ha assunto un ruolo centrale fin dalla tenera età di cinque anni, quando la bambina è stata adottata dai Frankenstein per donarle un futuro migliore. Un dettaglio fondamentale che rende ancora più tragica la sua incapacità di assumere fino in fondo il ruolo di “genitore” e che nel film è invece ribaltato. Nel romanzo, la Creatura è figlio “umano” e al tempo stesso un prodotto dell’intelletto, metafora potente di un’idea che, una volta messa al mondo, sfugge al controllo del suo autore.
Essere la Creatura oggi
È forse proprio nella figura della Creatura che Frankenstein continua a rivelarsi un racconto imprescindibile per il mondo contemporaneo. Essere creatura oggi significa spesso fare esperienza dell’isolamento, della marginalità, della mancanza di riconoscimento in una società che osserva ma non accoglie. Del Toro, accentuando l’umanità del “mostro”, invita a spostare la domanda fondamentale del mito: non più soltanto fin dove può spingersi la scienza, ma che cosa si è disposti a fare per prendersi cura e assumersi le responsabilità delle proprie creazioni.
Nel dialogo tra romanzo e film emerge una tensione fertile. Shelley costringe a convivere con l’ambiguità morale, con una colpa che si distribuisce e si moltiplica; del Toro sceglie invece di illuminare una ferita precisa, quella dell’abbandono, trasformando Frankenstein in una storia sull’essere figli e sull’essere padri, sull’amore negato e sulle sue conseguenze. In entrambe le versioni, però, resta una verità scomoda: l’umanità non è una qualità garantita dalla nascita, ma una responsabilità. E forse il vero mostro, ieri come oggi, non è la Creatura, ma l’incapacità dell’essere umano di riconoscerci in lei.
Nunzia Tortorella
















































