Quando il 27 novembre 2017 Vincenzo Montella svuotava, con grande sorpresa ed amarezza, il suo armadietto al centro sportivo Milanello dopo due anni (non eccezionali) di Milan, l’ultima cosa che ci si sarebbe aspettati era vederlo, di lì a qualche mese, alla guida di una squadra di medio livello a giocarsi un posto tra le 8 grandi d’Europa nella maggiore competizione europea, per giunta, raggiungendo un traguardo che dalle parti di Siviglia non veniva centrato da 60 anni.

Gli avevano dato dell’inesperto, lo avevano definito un allenatore inadatto a gestire gruppi e giocatori di un certo livello, inadeguato per traghettare un club nel cammino delle principali competizioni europee. Eppure, in una sola serata Vincenzo Montella ha dimostrato esattamente il contrario, eliminando il molto più esperto Manchester United guidato dall’ancora più esperto José Mourinho, che conosce la Champions come pochi. L’aeroplanino si è preso una bella rivincita su coloro che lo avevano criticato negli ultimi mesi, facendo capire perché il Siviglia, dopo aver saputo del suo esonero, abbia scelto proprio lui. A coloro che lo sbeffeggiavano per il modo in cui era solito prendere le sconfitte, adesso il tecnico campano può mostrare senza timore e con ancora più convinzione quel sorrisetto che ad ogni intervista post-partita appariva sui principali schermi delle trasmissioni sportive e che formava oggetto di tanta ilarità sui social.

Montella

Perché il trionfo di Montella non è legato alla casualità o alla fortuna, ma ad un duro lavoro che va avanti da mesi e che, oltre all’accesso ai quarti di finale, è valso la conquista della finale di Copa del Rey in programma il prossimo 21 aprile, ottenuta al termine di una intensissima doppia sfida contro l’Atletico di Madrid. Non male per un allenatore che appena 4 mesi fa veniva esonerato dal Milan dopo aver raccolto pochissimi punti valsi fino a quel momento solo un misero 7 posto e che al suo arrivo ha preso in mano una squadra, il Siviglia, in condizioni non eccelse che non facevano di certo pensare al raggiungimento di detti traguardi. Quella con lo United è stata una doppia sfida giocata ad armi pari, sia in casa che fuori: gli andalusi, per stessa ammissione dello Special One, non hanno praticamente mai sofferto il gioco dei Red Devils, eccetto nei minuti iniziali del match di ieri, quando, in compenso, hanno dimostrato una buona tenuta difensiva. A questa hanno aggiunto una grande caparbietà che ha prodotto i suoi frutti soprattutto nel match di ritorno, con due reti nel giro di 5 minuti che hanno tagliato le gambe agli inglesi.

Dall’altro lato, non si può che prendere atto del flop di José Mourinho, che con la sconfitta di ieri aumenta le sue probabilità di andare incontro ad una stagione complessivamente fallimentare, aggravata dai 16 punti di distacco dalla vetta della Premier League detenuta dall’acerrimo nemico Guardiola. E pensare che la campagna acquisti del Manchester, sia estiva che invernale, era stata caratterizzata da un mercato in entrata abbastanza movimentato, culminato con l’acquisto di Alexis Sanchez dall’Arsenal, pedina che avrebbe dovuto contribuire ad un maggiore avanzamento nella maggiore competizione europea, insieme ad altre figure quali Pogba o Lukaku. Tuttavia, i milioni spesi sul mercato hanno dato vita ad una squadra non bellissima da vedere, a tratti monotona nei suoi attacchi e incapace di reagire alla prima difficoltà, che spesso spera nei lampi improvvisi di giocatori del calibro di Rashford o Lingard, ma a cui, complessivamente manca un vero gioco collettivo, mostrato, al contrario, con grande efficienza dagli andalusi.

Montella

Ciò ci fa capire che l’esito di Manchester-Siviglia è stato anche il risultato del confronto tra due diverse strategie: investimento sul settore giovanile e affidamento sulla crescita delle promesse emergenti dai vivai contro milioni e milioni spesi per acquistare i calciatori più in vista nel panorama europeo, che spesso fanno molta fatica ad integrarsi in nuovi club dove sentono maggiormente il peso della responsabilità. Invero, il Siviglia si è sempre distinto nell’ambiente del calcio spagnolo per essere dotato di una buona cantera, che negli anni ha lanciato talenti come Sergio Ramos, Jesus Navas, oltre a valorizzare calciatori già talentuosi come Dani Alves e Rakitic. Il lavoro quasi ventennale di Monchi, distintosi soprattutto per la realizzazione di numerosissime plusvalenze che hanno permesso negli anni acquisti di calciatori importanti come Muriel, ‘Nzonzi o Vazquez, è stato portato avanti con altrettanta attenzione dai suoi successori, dedicatisi alla valorizzazione dei tanti giovani presenti in rosa, a partire da Sarabia fino ad arrivare a Correa e Lenglet, ed alla ri-valutazione di alcuni giocatori come Ever Banega, emarginato nella sua esperienza italiana all’Inter e riscopertosi un punto fondamentale del centrocampo di Montella.

In altre parole, nel calcio non è sempre il fatturato a fare la differenza e la partita di ieri ne è stata la dimostrazione. Un mercato folle fatto di acquisti stellari potrà anche portare a qualche successo nel corso degli anni, ma non varrà mai quanto un successo costruito dal basso con le proprie forze societarie interne e quelle dei propri talenti.

Adesso l’aeroplanino Montella vuole volare ancor più in alto, magari raggiungendo, come da lui ironicamente pronosticato, una utopica finale dove spera di poter affrontare il suo amico Eusebio Di Francesco. Con buona pace del solito Real Madrid.

 

Amedeo Polichetti

 

Greenpeace

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