
Nel febbraio del 2020, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha pronunciato una sentenza destinata a fare da spartiacque nella giurisprudenza internazionale. Nel caso Nostra Terra (Lhaka Honhat) contro Argentina, con una decisione storica, i giudici di San José hanno riconosciuto per la prima volta che la compromissione dell’ambiente, dell’accesso al cibo e all’acqua e dell’identità culturale dei popoli indigeni costituisce una violazione autonoma dei loro diritti, non necessariamente riconducibile alla sola lesione della proprietà comunitaria delle terre ancestrali. Dopo oltre tre decenni di contenziosi legali, a decine di comunità native del Gran Chaco salteño è stata riconosciuta la titolarità collettiva di oltre 400 mila ettari di terreno, imponendo allo Stato argentino la rimozione delle recinzioni abusive e il blocco delle attività estrattive non autorizzate.
Questa pronuncia ha squarciato un velo storico: la questione indigena non è una vicenda folcloristica né un capitolo residuale di etnografia sociale, ma uno dei fronti più avanzati del conflitto politico e giuridico globale. Laddove gli Stati nazionali e le multinazionali vedono risorse da finanzializzare o territori da bonificare, le comunità native rivendicano un modello di sovranità territoriale che mette in crisi i capisaldi stessi del diritto privato d’impronta occidentale.
La trappola del titolo individuale: lo scontro tra diritto romano e dominio collettivo
Per comprendere la radice dello scontro occorre risalire alla struttura con cui il costituzionalismo moderno e il capitalismo industriale hanno definito il concetto di proprietà. Il diritto occidentale, erede della tradizione romanistica, concepisce la terra come un bene divisibile, recintabile e alienabile attraverso titoli di godimento individuale. È il presupposto economico su cui si è fondata l’accumulazione originaria e la successiva espansione degli Stati territoriali.
Le cosmovisioni indigene oppongono a questa logica il principio del dominio ancestrale e inalienabile. La terra non appartiene al singolo e non può essere venduta, poiché la comunità ne è soltanto custode temporanea per conto delle generazioni passate e future. Quando gli apparati statali tentano di “regolarizzare” i territori indigeni offrendo titoli di proprietà individuale ai singoli capifamiglia, mettono in atto una strategia di frammentazione sociale:
- Parcellizzazione del territorio: la suddivisione in lotti privati rende i singoli proprietari vulnerabili alle pressioni economiche delle compagnie minerarie, agroalimentari e del legname.
- Erosione del tessuto comunitario: la sostituzione della gestione collettiva delle risorse (acque, pascoli, foreste) con la proprietà privata dissolve le forme tradizionali di autogoverno.
- Assimilazione giuridica coatta: le norme dello Stato centrale vengono sovrapposte alle consuetudini locali, cancellando l’autonomia giurisdizionale riconosciuta dai trattati internazionali.
Non si tratta di una controversia astratta. In gran parte dell’America Latina, dell’Asia sud-orientale e dell’Africa centrale, la sovrapposizione tra concessioni minerarie statali e territori ancestrali privi di demarcazione formale è la causa primaria dell’assassinio di centinaia di difensori ambientali ogni anno.
Il “colonialismo verde” e la speculazione sui crediti di carbonio
Negli ultimi anni il fronte del conflitto si è arricchito di una nuova variabile: la finanza climatica e i mercati volontari del carbonio. Sotto la spinta degli impegni internazionali per la neutralità carbonica, le grandi multinazionali e i fondi d’investimento hanno individuato nelle foreste tropicali uno strumento ideale per compensare le proprie emissioni inquinanti attraverso i meccanismi REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation).
L’esito di questo processo ha preso la forma di un vero e proprio “green grabbing” o colonialismo verde. Vaste porzioni di territorio gestite da secoli da comunità indigene vengono trasformate in riserve di conservazione o parchi privati finanziati da corporation occidentali. Il meccanismo operativo si articola in passaggi ben definiti:
- Espulsione delle comunità: con la scusa della tutela della biodiversità, alle popolazioni locali viene vietato l’accesso alle risorse tradizionali, alla caccia di sussistenza e alla raccolta.
- Mercificazione dei servizi ecosistemici: la capacità degli alberi di assorbire anidride carbonica viene impacchettata in titoli finanziari (carbon credits) venduti sui mercati internazionali a compagnie petrolifere o aeree.
- Falsi accordi di compensazione: le società d’intermediazione stipulano contratti capestro con i capi locali, spesso privi di traduzione o consulenza legale, garantendo le briciole dei profitti alla popolazione locale a fronte della cessione dei diritti di gestione del suolo per decenni.
«Ci dicono che dobbiamo smettere di coltivare la nostra terra per permettere alle aziende dell’emisfero nord di continuare a inquinare. La conservazione finanziarizzata non è protezione dell’ambiente: è l’ultima frontiera dell’esproprio coloniale».
Consenso libero, previo e informato: la clausola disattesa della Convenzione OIL 169
Il perno legale attorno a cui ruota la resistenza indigena a livello globale è rappresentato dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) del 1989 e dalla successiva Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni del 2007. Entrambi gli strumenti sanciscono il diritto fondamentale al Consenso Libero, Previo e Informato (FPIC) prima dell’approvazione di qualsiasi progetto che intacchi i territori o le risorse dei popoli indigeni.
Nella prassi politica ed economica, tuttavia, la clausola FPIC viene sistematicamente declassata a mero adempimento burocratico o simulata attraverso “consultazioni farsa”. Gli Stati e le imprese operano per eludere la sostanza del diritto attraverso precise tattiche coercitive e manipolatorie.
Le consultazioni vengono spesso indette a decisioni industriali già prese, presentando alle comunità progetti completi e non modificabili. Le informazioni tecniche sulla portata degli impatti ambientali (inquinamento delle falde acquifere, deviazione dei fiumi, distruzione di siti sacri) vengono omosse o redatte in lingue non comprese dalle popolazioni interessate. Inoltre, le aziende elargiscono benefici economici diretti a fazioni isolate della comunità per creare spaccature interne ed estorcere firme di comodo da esibire agli organi di controllo internazionali.
Quando queste manovre falliscono, la risposta prevalente resta la criminalizzazione del dissenso, l’impiego delle forze di polizia statali a tutela dei cantieri privati e l’imposizione dello stato d’emergenza nelle regioni interessate dalle proteste.
Oltre l’antropocentrismo: i diritti della Natura nella giurisprudenza comparata
L’apporto più dirompente che i movimenti indigeni stanno offrendo al dibattito politico globale risiede nella trasformazione dei concetti di soggettività giuridica. Superando la visione antropocentrica che considera l’ecosistema come un mero oggetto di dominio o di tutela passiva, diverse esperienze costituzionali e giurisprudenziali nel mondo hanno iniziato a riconoscere ai fiumi, alle foreste e alle montagne la qualità di veri e propri soggetti di diritto.
L’Ecuador, con la Costituzione del 2008 promossa dalle organizzazioni indigene, ha incorporato il concetto di Pachamama, sancendo il diritto della Natura al rispetto integrale della sua esistenza, rigenerazione e cicli vitali. In Nuova Zelanda, il Te Awa Tupua Act del 2017 ha riconosciuto al fiume Whanganui la personalità giuridica di un ente vivente, rappresentato in tribunale da un organo paritetico composto da delegati dello Stato e rappresentanti dell’etnia Māori.
Esperienze analoghe si registrano in Colombia con la tutela del fiume Atrato e del bacino amazzonico, dove la Corte Suprema ha stabilito che la salvaguardia degli ecosistemi è indissociabile dalla sopravvivenza fisica e culturale delle popolazioni che li abitano.
Una sfida politica per la sinistra occidentale
Per la cultura politica progressista ed ecologista dell’Occidente, il confronto con le lotte indigene impone un profondo ripensamento teorico. Trattare la transizione ecologica come un problema esclusivamente tecnologico — fatto di pale eoliche, batterie al litio ed elettrificazione dei consumi — rischia di riprodurre la medesima logica estrattivista nei confronti dei paesi del Sud globale, dove le terre rare e i minerali critici vengono estratti devastando territori indigeni in nome della “sostenibilità” europea o nordamericana.
Riconoscere l’autonomia politica dei popoli indigeni significa comprendere che non può esserci giustizia climatica senza autodeterminazione dei territori. Le comunità native non chiedono di essere salvate da un paternalismo umanitario benintenzionato, né di essere mitizzate come figure fuori dalla storia. Chiedono il rispetto dei trattati internazionali, la restituzione delle terre rubate e il riconoscimento che la difesa della vita sul pianeta passa per la distruzione del modello di sviluppo che ha trasformato la Terra in una merce.















































