Kenya: durante la visita di Re Carlo, gli Ogiek vivono un altro sfratto
Fonte: Ansa Foto

Nelle scorse settimane, per la prima volta da quando è salito al trono in seguito alla morte di Elisabetta II, Carlo III è volato a Nairobi, la capitale del Kenya, insieme alla sua consorte, la Regina Camilla. Il 31 ottobre il sovrano ha fatto visita al presidente William Ruto, nella State House del Paese, in occasione dei 60 anni di indipendenza dal Regno Unito. Un incontro avvenuto in un periodo delicato per la corona, considerando la volontà (sempre più alta) di diversi Paesi appartenenti al Commonwealth di dire addio alla monarchia ed abbracciare la repubblica. Basti pensare alle Barbados, dove nel 2021 Sandra Mason è stata eletta presidente della nazione, segnando la fine dei rapporti con la corona inglese. Anche altri Stati caraibici (come Antigua e Giamaica) hanno espresso l’intenzione di distaccarsi dall’organizzazione che ha conosciuto il suo sviluppo a partire dal 1926, prendendo di fatto il posto dell’Impero Britannico. E lo stesso vale per Paesi tra cui l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda.

Tornando al Kenya, la visita di Re Carlo è stata organizzata con l’obiettivo di dare un riconoscimento agli «aspetti più dolorosi della storia comune» del Regno Unito e della nazione in questione. Un momento di riflessione, dunque, per il sovrano, intento ad «approfondire la comprensione dei torti subiti» dalla popolazione, come affermato da Buckingham Palace, con un riferimento in particolare alla ribellione Mau Mau scoppiata nel Paese nel 1952 e proseguita fino al 1960, determinata dalle condizioni in cui riversavano i Kikuyu ai tempi del colonialismo. La rivolta sfociò in un vero e proprio bagno di sangue che vide la morte di migliaia e migliaia di kenioti dopo che il Governo britannico dichiarò lo stato d’emergenza. Le scuse, da parte di Carlo III, erano attese da molti. E non solo per quanto riguarda il passato del Paese, ma anche per le più recenti accuse nei confronti dei militari britannici in un campo di addestramento nel nord dello Stato. Attualmente, questi sono sotto processo per via dei crimini commessi nei confronti della popolazione locale. Con tali presupposti, a Nanyuki, città situata a nord-ovest del Monte Kenya, alcuni cittadini (familiari, secondo le loro ricostruzioni, di persone decedute proprio per mano delle reclute del Regno Unito) nei giorni di visita di Carlo III hanno organizzato una manifestazione, che tuttavia è stata fermata dagli agenti di polizia.

Nonostante i propositi della visita del sovrano del Regno Unito, proprio nel corso del suo soggiorno nel Paese il gruppo etnico degli Ogiek è stato costretto a dover fare i conti, per l’ennesima volta, con le conseguenze del colonialismo. In particolare, con il fenomeno della “conservazione fortezza”. Questo si basa sull’idea che le popolazioni indigene non abbiano le capacità idonee a tutelare le loro stesse terre che, di conseguenza, si vedono sottrarre, per l’appunto, da organizzazioni per la conservazione. Un concetto strettamente legato ad una visione colonialista e razzista, che non tiene conto del fatto che i locali, in realtà, siano in grado di capire e prendersi cura dell’ambiente che li circonda molto meglio di associazioni e Governi intenti ad accaparrarsi quelli che successivamente vengono definiti “parchi naturali” e “aree protette”.

Lo sfratto degli Ogiek dalla loro terra: le conseguenza della “conservazione fortezza”

I residenti si ritrovano obbligati ad abbandonare le loro terre diventando, nella maggior parte dei casi, vittime di violenze da parte delle guardie forestali. E così, gruppi etnici come gli Ogiek finiscono con l’essere perseguitati dalle autorità locali. Quanto accaduto nelle scorse settimane, purtroppo, non è una novità: da tempo, ormai, la comunità deve fare i conti con sfratti, omicidi e devastazioni. Questa è composta da raccoglitori e cacciatori che, da secoli, vivono nell’area centro-occidentale del Kenya, per la precisione negli altopiani del Paese. Qui si trova la foresta pluviale di Mau. La loro terra, nel corso dei decenni, ha visto l’avanzamento di società terze, che hanno dato il via ad un abbattimento dell’area ricca di risorse preziose. Gli Ogiek in passato si sono impegnati per porre fine ai soprusi sottolineando i loro diritti sul territorio.

Nel 2017 la Corte africana per i diritti dell’uomo e dei popoli (ACHPR) ha emanato una sentenza destinata a passare alla storia, riconoscendo la loro fondamentale importanza nella tutela della foresta. Inoltre cinque anni più tardi, nel 2022, la ACHPR ha risposto alle sistematiche violazioni del Governo keniota, il quale nonostante tutto non ha mai fermato gli sfratti. Così, è stato richiesto un risarcimento per il gruppo etnico. Ciò non è bastato a placare le mire dello Stato. Nel corso del soggiorno di Re Carlo, infatti, il Servizio Forestale e quello per la fauna selvatica del Paese, insieme alla polizia, hanno dato inizio a nuovi sgomberi. Il tema della “conservazione fortezza” è tornato in auge, con l’allontanamento forzato di circa 700 Ogiek. Diverse abitazioni sono state incendiate, mentre secondo alcune fonti gli stessi abitanti sarebbero stati obbligati a dare fuoco alle loro stesse case.

«Vogliamo che Re Carlo dica al presidente del Kenya di rispettare la legge» ha affermato il portavoce della comunità, oltre che direttore del Programma di Sviluppo per il popolo Ogiek (OPDP), Daniel Kobei, come riportato da Survival. Ormai, la popolazione vive «nella paura più assoluta», senza la ricevere alcun supporto. Secondo l’OPODP, la condizione degli Ogiek sarebbe strettamente legata alla crisi economica e sociale che il Kenya sta affrontando da diversi anni e che – durante la pandemia di Covid-19 e in seguito all’invasione russa dell’Ucraina – ha avuto un drastico peggioramento. Uno scenario a cui si aggiunge la discussa rielezione del presidente William Ruto lo scorso anno, andando ad aumentare il dissenso ed il malessere tra i cittadini. L’allontanamento della popolazione Ogiek dalle proprie terre potrebbe essere parte del progetto keniota che punta al mercato dei crediti di carbonio, con l’obiettivo di risanare il debito estero dello Stato.

Cindy Delfini

Cindy Delfini
Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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