
Il 5 luglio, la Masai International Solidarity Alliance (MISA) – un’alleanza creata per difendere i diritti della popolazione Masai e che comprende sia membri delle comunità del popolo indigeno sia organizzazioni locali e internazionali – ha chiesto in via ufficiale a Volkswagen di ritirarsi e prendere pubblicamente le distanze da un controverso progetto di compensazione di crediti di carbonio in Tanzania settentrionale, il Longido and Monduli Rangelands Carbon Project (LMRCP). Il piano di questo programma multimilionario, di cui Volkswagen Climate Partner è uno degli attori principali, consiste nel migliorare l’assorbimento di CO₂ del suolo in Nord Tanzania attraverso la crescita di particolari tipi di vegetazione e attraverso la regolazione delle attività agricole e pastorali. Tra i partner, il ruolo organizzativo è affidato a Soils For Future, una società statunitense specializzata in programmi di compensazione di carbonio e già al centro di polemiche e tensioni per un progetto in Kenya meridionale.
MISA denuncia la poca trasparenza degli accordi, i rischi che comporta l’adozione di un modello pastorale definito “pascolo a rotazione rapida”, e riporta le testimonianze di membri delle comunità Masai, preoccupati di subire l’ennesimo processo di espropriazione delle terre. Per comprendere al meglio questa vicenda, è necessario prima inquadrarla nel contesto sia nazionale sia internazionale delle politiche ambientali.
Cosa sono i Carbon Market?
I carbon market sono uno degli strumenti principali per la lotta alla crisi climatica adottati all’interno di quel che Alier definisce il “vangelo dell’ecoefficienza”, cioè una visione politica, predominante in ambito istituzionale da Kyoto 1997, che vede nelle riforme finanziarie e nei mercati il principale campo di risoluzione della crisi ecosistemica. I mercati di carbonio sono mercati finanziari specializzati nello scambio dei cosiddetti crediti di carbonio. Questi ultimi sono calcolati e assegnati a vari enti, stati ma anche aziende, a seconda di quante emissioni possono disperdere nell’ambiente affinché globalmente si rientri nell’obiettivo di riduzione delle emissioni. Ogni ente ha quindi un budget di crediti: le aziende, che producono emissioni al di sotto del proprio budget di carbonio o portano avanti progetti di compensazione o assorbimento della CO₂, possono vendere parte dei loro crediti ad enti che superano invece il loro massimo di emissioni.
I progetti di rimozione del carbonio, che possono quindi essere finanziati da terzi per acquisire carbon credit, sono di diversa tipologia, ma si dividono tra metodologie technology-based, fondate sullo sviluppo di tecnologie di assorbimento o stoccaggio di gas inquinanti, e nature-based. I progetti di questa ultima metodologia possono comprendere programmi di riforestazione, di conservazione di ecosistemi e, come nel caso del progetto in Tanzania, di immagazzinamento di carbonio da parte del suolo (in questa variante si parla di Soil Carbon Credit).
L’intero modello del vangelo dell’ecoefficienza è stato più volte contestato, soprattutto dalle frange più radicali dell’ecologismo. Questo tipo di politiche vengono viste come false soluzioni, che rendono la questione climatica esclusivamente una nuova opportunità di mercato, subordinando le esigenze ambientale a quelle del capitale. Molte sono anche le critiche allo specifico meccanismo finanziario dei carbon market. Più che portare a una riduzione delle emissioni, tale sistema ha portato molte aziende a inquinare di più e a ripulire la propria immagine con finanziamenti a progetti più sostenibili. A conferma di ciò, dall’istituzione di questi mercati, il livello globale di emissioni è aumentato esponenzialmente.
Il legame storico tra colonialismo e conservazione e le nuove forme di Green Grabbing
Sin dalla fondazione dei parchi nazionali statunitensi, le politiche di conservazione della natura si sono intrecciate alla storia coloniale e alla sua conseguente visione razziale: sia la fondazione del parco di Yosemite nel 1890 che quella di Yellowstone nel 1872 hanno comportato l’espropriazione violenta dei nativi americani dalle loro terre. Theodore Roosevelt, allora Presidente degli Stati Uniti, definiva la guerra condotta contro le tribù native dei parchi come la più giusta fra le guerre, perché la Natura passasse sotto la custodia della razza dominante, cioè quella bianca, più competente nella conservazione degli equilibri naturali. Oltre che la manifesta violenza della politica coloniale insita nell’istituzione delle Riserve, le prime pratiche di conservazione mostravano sovente che la “natura” definita come incontaminata era in realtà una natura che veniva plasmata per adattarsi perfettamente alle esigenze e agli interessi delle élite bianche americane, con l’immissione di specie non autoctone in laghi per pescare, la costruzione di rifugi e hotel e l’istituzione di zone di caccia.
Anche negli altri continenti, molte delle prime grandi riserve naturali sono state istituite con l’espropriazione delle comunità indigene dalle proprie terre, come nel caso del parco Virunga in Congo, istituito nel 1925. Un copione molto simile ricorre in tutti questi casi: svalutazione delle conoscenze deǝ nativǝ e conseguente accusa di degradare il patrimonio naturalistico; espropriazione totale o parziale, spesso macchiata di sangue, deǝ indigenǝ dalle loro terre; successivo oblio della violenza coloniale nella nascita delle riserve; interessi economici dietro le politiche conservazioniste che vengono resi palesi in seguito con l’istituzione di safari, zone di caccia o persino siti di estrazione mineraria.
Questo modello coloniale non è solo un lascito del passato, ma ricorre, anche se con delle differenze, in molti progetti e politiche odierne in ambito ambientale. Green grabbing è un termine utilizzato per designare i nuovi fenomeni di appropriazione – e di alienazione se quei luoghi erano già casa di altre popolazioni – grazie a politiche ambientali. Questo fenomeno ha le sue radici storiche nelle forme tradizionali di appropriazione coloniale delle terre, prima accennate; ma si differenzia dalle politiche conservazioniste del passato per i nuovi attori e i processi di finanziarizzazione della crisi climatica, prima analizzati, che portano a nuove forme di sussunzione (cioè subordinazione) della natura al capitale. Esempi contemporanei si trovano in svariati continenti: nel 2002 gruppi boscimani del Botswana sono stati rimossi ai fini della conservazioni dalla riserva Central Kalahari Game, salvo poi scoprire la costruzione di una miniera di diamanti nei territori; nel 2014 le comunità Baiga e Gond sono state sfrattate con la forza dalla riserva indiana di Kanha in nome della conservazione delle tigri.
La storia violenta delle espulsioni dei popoli indigeni ha coinvolto in modo profondo la stessa Tanzania settentrionale. I Masai di Longido, uno dei due gruppi coinvolti nel progetto di Volkswagen, sono stati sfrattati per creare un corridoio verde tra i parchi Serengeti e Maasai Mara; il territorio espropriato è ora zona di caccia e di safari.
Le principali problematiche evidenziate dalla comunità Masai
Tra meccanismi finanziari che sfruttano le questioni ambientali e il legame storico tra colonialismo e conservazione, le vicende che interessano Volkswagen e Masai risultano un ulteriore tassello che, almeno in parte, continua la storia coloniale dei progetti ambientali in Tanzania.
MISA denuncia il rischio per i gruppi Masai di perdere il controllo del territorio e delle loro pratiche di pascolo, ma denuncia anche che i responsabili del progetto di compensazione diffondono notizie false per quel che riguarda il consenso delle comunità indigene. Uno dei grandi dubbi sollevati dall’associazione riguarda infatti il consenso libero e informato di queste comunità al progetto. Dalla inchiesta effettuata, solo alcuni villaggi e solo alcuni membri di questi ultimi sono stati coinvolti e interpellati per il progetto; soprattutto giovanǝ e donne risultano le parti sociali maggiormente escluse. Per giunta, le informazioni circa il progetto, lamenta MISA, non sono chiare e non si comprende l’impatto del piano sulle attività deǝ indigenǝ. Anche se i finanziatori del progetto di compensazione non acquisteranno le terre e non sembra esserci all’orizzonte una privatizzazione legale dei territori, è alto ed evidente il rischio che le decisioni e il controllo della regione non siano più delle comunità locali ma siano ad appannaggio dei gestori del piano. Viene denunciato, inoltre, che le comunità Masai non sono state adeguatamente informate sulle implicazioni della partecipazione a progetti di compensazione e sulle dinamiche dei mercati di carbonio. Un ulteriore problema di trasparenza rispetto al consenso informato è stato sollevato da alcune comunità interpellate per il progetto, che denunciano di non aver ricevuto le copie dei contratti.
Altre problematica riguardano la durata dei contratti e il rischio del dilagare della corruzione: il progetto ha una durata stimata complessiva di 40 anni e potrebbe quindi incatenare le future generazioni ad accordi a cui non vogliono sottostare; la Tanzania settentrionale è un territorio già segnato da corruzioni e tensioni tra varie comunità e gli investimenti del progetto potrebbero acuire questa situazione.
Ciò che però desta ancora più dubbi è la pratica del pascolo a rotazione rapida, che per i sostenitori del progetto di compensazione permetterebbe alle zone non utilizzate per il pascolo di rigenerare le loro proprietà di assorbimento di CO₂. Come riporta MISA, non solo viene screditata la pratica pastorale tradizionale, presentata come degradante le proprietà del suolo, riprendendo dunque la retorica coloniale della svalutazione delle conoscenze native; ma anche a livello scientifico non vi sono evidenze circa la maggiore sostenibilità del pascolo a rotazione rapida. In aggiunta, la restrizione di mobilità nell’adozione della pratica suggerita del progetto comporterebbe rischi maggiori per i Masai in termini di sicurezza alimentare: in una fascia tropicale come quella della Tanzania, dove la variabilità e l’imprevedibilità del clima sono ancor più accentuate per via della crisi climatica, avere una zona ridotta dove muoversi significa avere più difficoltà nell’attuare strategie di adattamento.
Possiamo vedere dunque come LMRCP riprenda il modello coloniale di svalutazione delle culture indigene e di controllo e sfruttamento dei territori e come per gli interessi di attori economici importanti, come Volkswagen che deve ridurre la sua quota di emissioni aderendo a progetti di compensazione, a esser esposte ai rischi maggiori e a pagare le conseguenze sono le popolazioni del cosiddetto Sud del mondo, in modo particolare quelle indigene. Le analisi di MISA ci mostrano in modo chiaro il retaggio e la perpetuazione di schemi coloniali in alcune politiche ambientali e la necessità di approcciarsi alle questioni ambientali anche con una prospettiva decoloniale.
Fabrizio Ferraro

















































