
Lunedì 27 ottobre si è tenuta a Londra la conferenza di lancio (la registrazione dell’evento è disponibile qui) dell’ultimo report di Survival International, dal titolo Uncontacted Indigenous Peoples: at the edge of survival, sui popoli indigeni incontattati. Questo testo di 376 pagine (scaricabile qui) è il più completo e dettagliato resoconto mai pubblicato su queste popolazioni: frutto di 56 anni di ricerche e collaborazioni con i popoli indigeni, questo report rappresenta un patrimonio di conoscenze inedito e uno strumento di denuncia delle minacce a cui sono soggette queste comunità.
Survival International è la più grande organizzazione mondiale a sostegno dei popoli indigeni. Basando la propria forza economica su donazioni e raccolte fondi più che da sovvenzioni statali o incentivi da parte di aziende, Survival tenta di portare avanti un’alleanza con le comunità native senza compromessi. Il loro approccio prevede la collaborazione stretta con questi popoli e la denuncia della violenza e del razzismo che questi ultimi subiscono.
Il report
Prima di entrare nel merito del report: chi sono i popoli incontattati? Seppur il termine può suggerirlo, i popoli incontattati non sono comunità che non hanno alcun tipo di incontro con altre comunità. Per popoli incontattati si intendono quelle popolazioni che rifiutano e resistono attivamente al contatto e alle relazioni con la nostra società globalizzata. È quindi un errore rappresentare queste comunità come entità isolate e ignare dell’esterno, magari immaginate – per un nostro retaggio coloniale – in balia dei pericoli di una natura selvaggia. Non solo i popoli incontattati non si sentono isolati, vivono con il resto della natura in modo autosufficiente e hanno sviluppato una conoscenza del territorio tale da prosperare e vivere serenamente, ma intrattengono anche relazioni con altri popoli indigeni, anch’essi incontattati o aventi relazioni con le nostre società.
Le informazioni su queste popolazioni, ovviamente, non derivano da dichiarazioni dei loro membri; provengono prevalentemente dai resoconti di altri popoli indigeni o di individui precedentemente appartenenti a popoli incontattati, da tracce indirette, da studi sul territorio.
Si stima che nel mondo esistano almeno 196 popoli incontattati, di cui circa il 95% è in Amazzonia, mentre altre popolazioni sono sparse tra il resto del Sud America, l’India, l’Indonesia e la Papua occidentale. Tutte le comunità sono minacciate e ben il 50% di loro rischia di scomparire entro 10 anni. Tutte le minacce sono conseguenza delle nostre attività come società globalizzata e industrializzata (e anche capitalistica), che in modo diretto o indiretto reca sofferenze e morte a queste popolazioni. Il contatto diretto con membri di società industrializzate porta spesso queste comunità a contrarre malattie per cui non dispongono di anticorpi e rimedi efficaci. I danni indiretti derivano invece dalla devastazione e dal depauperamento dei loro territori a causa delle attività estrattive. Il report ha stimato che oltre il 96% dei popoli incontattati è minacciato dall’industria estrattiva: il 64% delle comunità dal settore del taglio del legno, il 41% dall’attività mineraria. È aumentato a circa un terzo il numero dei popoli minacciati da bande di narcotrafficanti. Si registrano anche altre due minacce in crescita: circa un sesto dei popoli incontattati sono minacciati dai missionari, che con il loro intento di convertire queste comunità introducono patogeni letali; pericolose sono anche le irruzioni di “influencer” o turisti, che forzano il contatto per foto o altri contenuti ed espongono lǝ indigenǝ ai medesimi rischi. Il settore dell’agrobusiness – con a capo gli allevamenti di bestiame – minaccia circa un quarto delle popolazioni. Oltre a queste minacce localizzate sul territorio indigeno, altri processi che mettono a rischio questi popoli sono ovviamente il riscaldamento globale e le altre dinamiche ecosistemiche mondiali scatenate dall’attuale crisi climatica.
Le attività sopra elencate sono una costante e reiterata violazione del diritto internazionale. Quest’ultimo, infatti, sancisce per i popoli indigeni il diritto di proprietà collettiva sui loro territori. Come per qualsiasi attività, la giurisprudenza sancisce per queste comunità il diritto a un “consenso libero, previo e informato”. Dato che non è possibile ricevere il consenso dai popoli incontattati che rifiutano il contatto, non si può avere consenso da questi ultimi e quindi ogni attività sulla loro terra è proibita. Questa disposizione è ovviamente sistematicamente disattesa, a volte anche dagli stessi governi attraverso progetti di sviluppo o autorizzazioni ad aziende.
Cosa fare quindi? Essere solidali con gli atti di resistenza attiva dei popoli incontattati e fare in modo che si arrestino i contatti forzati e l’estrazione di risorse dai loro territori. Questo obiettivo deve essere ovviamente perpetuato attraverso un processo sociale che vede coinvolti vari attori su vari livelli di responsabilità: “I governi devono promulgare e far rispettare leggi nazionali e internazionali che riconoscano e proteggano le terre dei popoli indigeni; le aziende devono impegnarsi a non rifornirsi mai di materie prime dai territori dei popoli incontattati e ripulire le loro intere filiere di approvvigionamento; i singoli individui devono sostenere i diritti dei popoli incontattati esigendo da aziende e governi informazioni chiare sulle filiere di approvvigionamenti”.
Bisogna ribadire che i popoli incontattati sono a rischio non per l’insostenibilità del loro stile di vita: gli studi dimostrano invece che godono di buona salute. Le minacce alla loro esistenza sono invece legate a una più ampia crisi sistemica scatenata dal nostro attuale modello economico sempre più invasivo. Lungi quindi dall’assumere una posizione pietistica di salvatori o benefattori, Survival ci ricorda invece che la protezione di questi popoli e la denuncia delle sistemiche violazioni ai loro diritti sono atti di responsabilità a cui non possiamo esimerci: il nostro compito, quindi, è comprendere i nostri limiti e lasciare in pace i loro territori.
La conferenza
La conferenza ha visto la partecipazione dei rappresentanti nativi Herlin Odicio, Maypatxi Apurinã, Lucas Manchineri, della direttrice generale di Survival International Caroline Pearce e del famoso attore e attivista Richard Gere. Le dichiarazioni rilasciate dai 3 rappresentanti indigeni sono testimonianze potenti delle forme di resistenza e di mutuo soccorso che questi popoli attuano. Le loro storie si intrecciano drammaticamente con la pressione delle attività criminali nelle loro foreste e le inazioni o le complicità dei governi a questi reati.
Herlin Odicio, leader indigeno dei Kakataibo della regione di Ucayali in Perù, parla per la parte del suo popolo che rappresenta una comunità incontattata. Da anni a fianco delle popolazioni del territorio contro il crimine organizzato, Odicio denuncia l’assenza del governo peruviano, colpevole di non tutelare il diritto ancestrale delǝ indigenǝ ad abitare le proprie terre: 6 leader indigeni sono stati uccisi mentre difendevano i loro territori, senza che il governo si mobilitasse a fianco dei Kakataibo. Odicio denuncia quindi l’invisibilizzazione a opera del governo della popolazione incontattata dei Kakataibo e della violenza pluridecennale a cui questo popolo è soggetto. Come riporta Odicio, il governo tenta inoltre di eliminare le leggi a protezione delle comunità indigene, atto che sancirebbe l’estinzione del popolo incontattato.
Maypatxi Apurinã, direttrice del monitoraggio territoriale presso COIAB, si concentra sulle responsabilità politiche dei governi, in particolar modo quello brasiliano. Il governo brasiliano, infatti, non riconosce l’esistenza di alcuni popoli incontattati e quindi non protegge i loro territori da tutta una serie di attività: caccia e pesca illegale, estrazione mineraria, turismo sono tutte attività con cui il governo è connivente e che portano malattie e inquinamento nelle terre dei nativi. Due minacce in particolare sono ricordate da Mayparxi alla fine del suo discorso: i missionari, che con l’idea di integrazione tra popoli negano il diritto all’autodeterminazione e al rifiuto del contatto; l’inquinamento dei fiumi dei territori monitorati, in cui è stata rilevata un’alta concentrazione di mercurio. Per Maypatxi il mancato riconoscimento dell’esistenza dei popoli incontattati è dovuto alla volontà del governo di non scontrarsi con le svariate realtà nazionali o internazionali che sfruttano le risorse dei territori: una scelta legata quindi al profitto che nega i diritti basilari dei popoli incontattati e di tutti i popoli indigeni.
Lucas Manchineri, rappresentante del popolo Manxineru e portavoce dei popoli incontattati loro limitrofi, denuncia come i loro vicini si stiano ritirando in regioni sempre più remote della foresta amazzonica per evitare le numerose intrusioni dall’esterno. Aziende responsabili di attività illegali, cacciatori e narcotrafficanti sono gli intrusi più frequenti di un territorio che vede minacciati non solo i suoi abitanti umani ma anche la biodiversità. Con l’organizzazione MAPPHA, il popolo Manxineru, per il dovere civile e spirituale che sente, attua un monitoraggio costante e una raccolta di testimonianze dei popoli vicini incontattati, perché i governi peruviano e brasiliano si mobilitino per le continue violenze e le reiterate violazioni dei diritti di questi popoli: primo fra tutti il loro diritto a decidere di non avere contatti. Dalle parole di Lucas emerge un elemento comune della politica di molti popoli indigeni: la difesa dei propri vicini e della natura dei propri territori, che rappresenta per queste popolazioni la base della loro sopravvivenza e della loro cultura.
Fabrizio Ferraro

















































