
In questo periodo si susseguono crisi economiche, politiche, ambientali e sociali. In questo periodo si susseguono crisi economiche, politiche, ambientali e sociali, e film come Bugonia aiutano a mettere a fuoco questa condizione. Le informazioni sono ovunque, i dati aumentano, le notizie si moltiplicano. Tuttavia, invece di favorire una comprensione più chiara di ciò che accade, questo accumulo di informazioni tende a ostacolarla. Non perché manchino i fatti, ma perché manca un modo condiviso per leggerli.
La realtà non è scomparsa, ma risulta sempre più difficile riconoscerla come qualcosa che riguarda tutti. Al suo posto tende ad affermarsi una percezione frammentata, discontinua, individualizzata. Questa condizione può essere definita come una forma di derealizzazione sistemica: non nel senso che la realtà non esista, ma nel senso che viene meno la capacità collettiva di percepirla come esperienza comune.
Gli eventi vengono vissuti prevalentemente come esperienze personali e isolate, e vengono spesso raccontati più come contenuti da condividere – sfoghi, testimonianze, materiali narrativi – che come occasioni per collegarsi a cause più ampie di natura sociale, politica o storica. L’esperienza viene narrata più che compresa. Si riesce a nominare ciò che non funziona nella propria vita, ma si fatica a comprenderne le cause e i legami con i processi più generali che attraversano la società.
Ne deriva una moltiplicazione di racconti individuali che non si traducono in una visione comune. L’esperienza sociale appare come un oceano attraversato da uno scarico continuo: flussi incessanti di narrazioni personali vengono riversati nello spazio pubblico, alimentando circuiti di attenzione, pubblicità e monetizzazione, senza però produrre un ampliamento dello sguardo o una maggiore comprensione condivisa.
Ed ecco che emerge chiaramente ciò che Mark Fisher, teorico e critico culturale britannico, definisce crisi dell’immaginazione collettiva: i problemi vengono vissuti come fallimenti personali o disagi psicologici, anche quando sono il risultato di un sistema economico e sociale più ampio. In questo modo l’esperienza resta privata e isolata, mentre il mondo appare lontano, astratto, impossibile da cambiare. Il problema non è la mancanza di informazioni, ma l’assenza di un racconto condiviso capace di collegare ciò che viene vissuto a livello individuale alla struttura del sistema e di alimentare un’immaginazione collettiva di possibili alternative.
Bugonia di Yorgos Lanthimos, regista greco contemporaneo, mette in scena proprio questa frattura. Il film mostra personaggi immersi in una realtà piena di segnali, spiegazioni ed eventi, ma incapaci di costruire un senso condiviso di ciò che accade. Ognuno interpreta il mondo in modo separato, senza che queste interpretazioni riescano a diventare un orizzonte comune. In questo senso, il film rende visibile ciò che Fisher analizza sul piano teorico: una realtà che continua a funzionare, ma che non riusciamo più a pensare come trasformabile.
La derealizzazione non è l’assenza del mondo, ma la rottura del legame tra l’esperienza individuale e il piano collettivo. Ed è proprio questa rottura che Bugonia riesce a rappresentare con forza.
Il mito come forma di senso
Prima che la scienza separasse nettamente ciò che è naturale da ciò che è simbolico, i miti avevano una funzione fondamentale: aiutare le comunità a dare senso a ciò che appariva incomprensibile o traumatico. Servivano a ricomporre ciò che si era spezzato – una perdita, una catastrofe, una crisi – trasformandola in un racconto condiviso.
Publio Virgilio Marone, poeta latino autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche, compose quest’ultimo poema nella tarda età della Repubblica romana. Le Georgiche sono un lungo poema didascalico dedicato all’agricoltura, ma al tempo stesso offrono una profonda meditazione sul rapporto tra lavoro umano, natura e comunità. Coltivare la terra non significa solo produrre risorse, ma partecipare a un ordine più grande, accettando la fatica e il sacrificio come condizioni necessarie alla continuità della vita collettiva. Il lavoro diventa così un gesto simbolico che lega insieme l’individuo e il mondo.
All’interno di questo equilibrio prende forma il mito della bugonia. Aristeo, responsabile indirettamente della morte di Euridice, viene punito con la scomparsa delle sue api. Questa perdita non è solo economica o materiale, ma rappresenta la rottura del legame tra individuo, natura e comunità. La rigenerazione avviene solo attraverso il sacrificio, così dalla decomposizione dei corpi animali nasce un nuovo sciame. Per gli antichi, questo significava che il mondo conservava ancora una logica riconoscibile, capace di trasformare la morte in nuova vita, il trauma in continuità.
Oggi, però, quella promessa di senso sembra venuta meno.
In Bugonia, Yorgos Lanthimos riprende questo gesto arcaico e lo rovescia. La decomposizione non produce più rigenerazione, ma genera narrazioni paranoiche. Il mito ritorna, ma svuotato della sua funzione originaria: invece di ricomporre il reale, lo sostituisce. Quando la scienza, la politica e le istituzioni non riescono più a fornire un racconto condiviso e credibile, la spiegazione del mondo regredisce verso forme magiche, ossessive, frammentarie come teorie del complotto, ricerche compulsive online, interpretazioni deliranti.
In questo contesto, la scomparsa delle api non è più solo un problema ambientale, ma il segnale di un collasso più profondo. Le api, da sempre simbolo di cooperazione e continuità tra individuo e comunità, scompaiono insieme a quel tessuto sociale che rende possibile la fiducia. Senza di loro, non c’è più cura del mondo; senza fiducia, l’altro diventa indecifrabile, estraneo, minaccioso.
Per questo la figura di una CEO di una grande multinazionale appare come un’aliena. Non è un semplice espediente grottesco o satirico, ma la conseguenza logica di un sistema talmente distante dall’esperienza quotidiana da risultare, per chi lo subisce, radicalmente non umano. In Bugonia, l’alienazione non è una fantasia, ma è il modo in cui il potere viene ormai percepito.
Teddy e Michelle in Bugonia: trauma e post-umano
Sulla scia di Save the Green Planet! (2003), film sudcoreano che mette in scena una paranoia complottista come risposta al trauma e all’alienazione contemporanea, Lanthimos e lo sceneggiatore Will Tracy costruiscono una commedia nera che oscilla costantemente tra ironia e tragedia. Il film alterna momenti grotteschi a sospensioni quasi dolorose, creando un clima di instabilità percettiva. Ogni scena sembra pensata per disorientare lo spettatore, immerso in un mondo che appare familiare ma al tempo stesso incomprensibile. La fotografia di Robbie Ryan rafforza questa sensazione: luci fredde, ombre estese, inquadrature ampie che isolano i personaggi nello spazio e rendono visibile il vuoto che li circonda. Lo spettatore si muove così su un confine incerto, dove non è mai chiaro quanto ciò che vede appartenga alla realtà e quanto a una percezione deformata.
Al centro di Bugonia c’è Teddy. Lanthimos non lo costruisce come una caricatura del complottista, ma come una figura profondamente ferita. Teddy ha perso ciò che garantiva stabilità e senso: la madre, che rappresentava la cura, e le api, che rappresentavano l’ordine naturale; e con loro la possibilità di riconoscere il mondo come qualcosa di coerente. La sua paranoia non è una follia gratuita, ma un tentativo disperato di ricostruire legami di causa ed effetto, di dare una forma comprensibile a una realtà che gli appare violenta, opaca, ostile. Ogni ossessione e ogni gesto ripetitivo diventano strumenti di orientamento per non perdere del tutto il contatto con il mondo. In Teddy, il trauma non cancella la realtà, bensì la rende instabile, la trasforma in qualcosa che può esistere solo come enigma da sorvegliare.
Di fronte a lui c’è Michelle, il personaggio più inquietante del film, perché rappresenta l’estremo opposto: fredda, iper-razionale, capace di empatia solo come performance, Michelle è priva di una vera relazione con l’altro. Incarna il volto del capitalismo avanzato: un sistema che ha già superato la scala umana e che opera secondo logiche astratte, automatizzate, impersonali. La sua alienità non è tanto biologica quanto strutturale. Non importa se sia davvero un’aliena, Michelle funziona come tale, perché appartiene a un mondo in cui il tempo, il dolore e la vita vengono tradotti in dati, procedure e flussi continui, rendendo impossibile un’esperienza condivisa.
Il confronto tra Teddy e Michelle diventa così una messa in scena del presente: da un lato, un individuo fragile, segnato dal trauma, che cerca disperatamente un senso; dall’altro, un sistema freddo e disumanizzante, che non ha più bisogno di comprenderlo. Non c’è una vera riconciliazione tra i due, né una soluzione consolatoria. Rimane piuttosto l’immagine di un mondo frammentato, in cui l’umano è costretto a muoversi tra ferite visibili e invisibili, cercando orientamento in assenza di un racconto comune.
La paranoia come forma distorta di lucidità
La forza di Bugonia sta nel suo rifiuto di offrire una morale rassicurante. Non è un film che propone risposte semplici, né una favola sul bene e sul male. Lanthimos non si limita a dire che i complottisti hanno torto, né che la paranoia sia sempre e soltanto follia. Al contrario, il film lascia lo spettatore davanti a una domanda scomoda: e se la paranoia non fosse un delirio puro, ma una risposta sbagliata a una diagnosi corretta?
Il finale non assolve nessuno. Non assolve Teddy, segnato dal trauma e dalla perdita, ma non assolve nemmeno il mondo che lo ha prodotto e poi abbandonato, ovvero un mondo governato da regole opache, ritmi disumani, meccanismi incomprensibili. Le estinzioni, le rovine e le perdite che attraversano il film non funzionano come punizioni morali, né come metafore consolatorie, ma sono piuttosto la conseguenza logica di un sistema che ha smesso di immaginare alternative, che ha dimenticato come trasformare la crisi in possibilità, la fine in trasformazione.
In un presente dominato da strutture così vaste e astratte da apparire quasi aliene, il rapporto tra azioni e conseguenze diventa sempre più sfocato. Le decisioni sembrano lontane, impersonali, e ciò che accade scivola addosso senza lasciare appigli. In questo contesto, la paranoia smette di essere solo una patologia individuale e diventa una forma distorta di lucidità: un tentativo, per quanto fallimentare, di dare un ordine a ciò che appare caotico, di leggere segnali in un mondo che non offre più spiegazioni condivise.
È in questo spazio instabile – dove il reale si deforma, la percezione vacilla e il tempo sembra perdere consistenza – che la catastrofe smette di essere un evento eccezionale. Non arriva come una sorpresa, né come un incidente improvviso, ma diventa la conseguenza più coerente di un mondo che ha perso la capacità di rigenerarsi, ricucire le fratture, trasformare la perdita in senso. In Bugonia, la fine non è un errore di percorso, ma è ciò che accade quando il legame tra realtà, immaginazione e comunità si spezza definitivamente.
Catia Somma
















































