Con Realismo Capitalista Mark Fisher parlava al futuro
Fonte: Il Tascabile

Realismo Capitalista di Mark Fisher è un libro che già nel 2009 raccontava con disinvoltura un futuro per molto tempo considerato una fastidiosa eventualità, ma che oggi si propone puntuale in tutta la sua spietatezza.
Il libro è stato pubblicato in Italia da Nero nel 2018 con la traduzione di Valerio Mattioli che del volume ha scritto anche la prefazione. Quest’ultima risulta davvero preziosa per orientarsi nelle analisi di Fisher, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta al suo lavoro. Mattioli racconta il percorso formativo di Fisher alla CCRU, il «gruppo di ricerca interessato alle implicazioni filosofiche e politiche della Rete» fondato nel 1995 all’Università di Warwick; spiega il concetto di hauntology, quella «nostalgia per il futuro perduto» peculiare degli anni Duemila e centrale nel pensiero di Fisher; individua la genialità dello scrittore inglese nel registrare «le tracce di un futuro capace di operare già nel presente al punto da modificarlo», ovvero la dinamica iperstizionale, di cui il capitalismo finanziario incarna tutti i più importanti aspetti.
 
Scrivendo nel 2009, Mark Fisher racconta come alcuni ritennero che la crisi economica dell’anno precedente fosse la prova dell’imminente collasso del sistema, aprendo la strada a qualcosa di diverso. La storia, tuttavia, prese una strada diversa poiché «anziché essere un segnale dell’imminente fine del capitalismo, il salvataggio delle banche sembrava ribadire (…) l’assunto fondamentale del realismo capitalista: non c’è alternativa». Mark Fisher definisce quindi realismo capitalista l’incapacità generalizzata di concepire un sistema produttivo, politico e sociale che sia diverso da quello attuale, attribuendo alla sinistra britannica la responsabilità di essersi piegata a quel «There is no alternative» di tatcheriana memoria e venendo meno al suo compito: quello di suggerire direzioni alternative al capitalismo finanziario e alla privatizzazione spietata che saccheggia la cosa pubblica. In particolare Mark Fisher intravede in quel complesso di contraddizioni senz’anima che fu il New Labour la principale fucina di smantellamento dell’identità di una sinistra politicamente degna di questo nome, una critica estendibile ai partiti di sinistra di buona parte del mondo occidentale.
Il realismo capitalista ha prodotto conseguenze devastanti e nel il libro l’autore fornisce esempi presi dalla vita quotidiana per farci rendere conto della pervasività di questo fenomeno. A tal proposito, uno dei più importanti passaggi è quello in cui l’autore analizza il preoccupante incremento dei casi di malattia mentale nella nostra società attribuendo a tale fenomeno cause di natura politica connesse alle catene entro cui il realismo capitalista ci costringe, rendendoci soli, ferocemente competitivi e unici responsabili dei nostri fallimenti. Mark Fisher intravede cause di natura sistemica alla base del forte disagio mentale della nostra epoca, mentre il realismo capitalista si affretta a classificarlo come un fenomeno chimico, puramente individuale.  
Tra la grande quantità di temi – alcuni di grande complessità – che Fisher tratta utilizzando sempre un linguaggio asciutto e lineare, estremamente attuali sono la crisi ambientale e l’analisi dei meccanismi di controllo burocratico che tengono in ostaggio i pubblici servizi in un continuo rincorrersi di monitoraggio delle performance e dei target da raggiungere che «smettono in fretta di essere uno strumento per la misurazione delle performance e diventano invece dei fini a sé». La critica di Fisher a questa sorveglianza continua e trasversale (così trasversale che sono i lavoratori stessi a doversi dare da soli dei giudizi sulle proprie performance lavorative) produce meccanismi di controllo reciproco che di fatto rallentano – fino a farlo diventare marginale – l’effettivo funzionamento di uffici pubblici, scuole, ospedali.
Nell’impasse burocratica Fisher vedeva, contestandola, la managerializzazione del settore pubblico, per la quale i servizi garantiti dallo stato vengono percepiti e gestiti come fossero aziende private.
Definendoli di stampo stalinista, Mark Fisher mostra come il processo di forte burocratizzazione degli enti pubblici agisca in combutta con la flessibilità che il neoliberismo rivendica in nome della “rivoluzione postfordista”. Il capitalismo, insomma, non ha rigettato lo stalinismo, anzi, lo riproduce continuamente tramite il suo «attaccamento ai simboli dei risultati raggiunti» a discapito della realizzazione di obiettivi concreti. Peccato poi che la flessibilità postfordista sia la causa principale del lavoro precario, ed ecco che i lavoratori flessibili sembrano «ergastolani in tournée, ma molto più sorridenti».
Questa ossessiva necessità di registrare e comunicare ogni mansione svolta e il continuo proporsi dei questionari con cui misurare le performance lavorative ci proietta nel presente, dove le pratiche di “giudizio del lavoro svolto” sono diventate la quotidianità per i docenti oggi costretti alla DAD, la didattica a distanza, dalla pandemia. Una pandemia strettamente collegata alla crisi ambientale, di cui Fisher parla con passione e ammonimento in Realismo capitalista e che oggi, al di là di ogni azione concreta, dovrebbe rappresentare la maggiore incombenza per la politica internazionale, che invece si rivela miope a causa della sua incapacità di immaginare il mondo post-pandemia, qualsiasi esso sia.  
Mark Fisher vede problemi di tipo sistemico alla base della grande crisi dei nostri tempi, e lo fa sottolineando la capacità del realismo capitalista di plasmare le partiche di consumo ma anche il tempo, ridotto al susseguirsi di un numero infinito di tempi presenti e frammentati, in cui non vi è abbastanza memoria per «inventare il futuro» ma che allo stesso tempo è caratterizzato da una profonda nostalgia, dove si inserisce il populismo, abituato a insistere sull’inganno dei gloriosi tempi andati. E poi le parole sull’oggettivamente paradossale legame tra neoliberismo e neoconservatorismo che ha comunque trovato il modo di realizzarsi, il problema della cultura pop troppo incline al revival e incapace di rinnovarsi davvero, i nuovi media e il loro potenziale irrealizzato.
L’importanza delle problematiche analizzate in Realismo capitalista è di grande portata e per rendere giustizia alla profondità con cui Mark Fisher vi si dedica servirebbe più di un trattato. 

Realismo capitalista di Mark Fisher denuncia l’incapacità di immaginare un’alternativa al sistema e traccia le tappe del consolidamento di questo immobilismo passando attraverso una serie di anni zero della storia contemporanea come l’inizio del postfordismo e del lavoro smart, l’11 settembre e la crisi del 2008.
Purtroppo Mark Fisher ha deciso di andarsene prima che l’apocalisse si abbattesse su questo pianeta, ma data la sua lungimiranza, sicuramente l’aveva già prevista e ampiamente sperimentata per conto suo. Realismo capitalista è il suo primo libro ma anche il più importante, ed è una bussola fondamentale per comprendere il nostro tempo e riflettere sulla nostra complicità con le dinamiche di oppressione del capitalismo. Fisher, però, ci ha anche dato speranza: dato che in fondo «di “realista” il capitalismo non ha nulla», avverte che «persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa (…) può produrre effetti sproporzionatamente grandi. (…) Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile». Oggi che la storia, più che finita, sembra essersi fermata, un insegnamento come questo consola e invita all’invenzione di soggetti politici collettivi e alternativi.

Giovanni Esperti 

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