Habibi - la resistenza palestinese nelle fotografie di Antonio Faccilongo
Fotografia di apertura di Habibi - opera di Antonio Faccilongo (tutti i diritti riservati)

Come ogni anno dal 1955, il World Press Photo, concorso internazionale per fotografie impegnate nel documentare avvenimenti di diverso genere e questioni politiche e sociali, ha premiato i lavori che, secondo la giuria formata da curatorə, editor e fotografə, sono fra i più rilevanti e meglio eseguiti seguendo le regole della fotografia. Le trenta fotografie che raccontano Habibi (amore mio in arabo), insieme alle intense didascalie che accompagnano il reportage di Antonio Faccilongo, hanno fatto sì che ottenesse il primo premio nella categoria Story of the Year, la quale contiene i progetti a lungo termine, eseguiti nell’arco di almeno tre anni. Habibi non solo consente di osservare delle fotografie eseguite in modo impeccabile, ma permette di analizzare un aspetto fondamentale e poco conosciuto della questione palestinese: le gravidanze a seguito di fecondazione in vitro (fivet) delle donne palestinesi, che hanno trovato un modo per dare continuità alle loro famiglie nei casi in cui i mariti vengano condannati a ergastoli da scontare nelle prigioni israeliane. Una storia di resistenza che non riguarda direttamente armi o attacchi bellici, ma che mostra come intere famiglie vessate dalla morsa sionista cerchino di opporsi alla possibilità che la popolazione palestinese scompaia.

Chi è Antonio Faccilongo

Dopo la formazione universitaria in scienze della comunicazione e il conseguimento di un master in fotogiornalismo, Antonio Faccilongo concentra i suoi lavori sul Medio Oriente e l’Asia, in particolar modo lavorando alla questione palestinese. É rappresentato dall’agenzia Getty Reportage ed è X-Photographer per Fujifilm, produttore di macchine fotografiche che lo accompagna da anni nella sua professione.
I suoi lavori sono stati pubblicati in Italia e nel mondo da diverse testate giornalistiche, fra cui CNN, Le Monde, Stern, L’Espresso, Internazionale e Sette. Ad oggi è insegnante presso la RUFA e l’American University, entrambe a Roma. Oltre alle pubblicazioni, i suoi progetti vantano diverse esposizioni al pubblico, fra cui, oltre alla mostra collettiva dei vincitori del World Press Photo, quelle alla biennale di Buenos Aires, al Festival della fotografia etica e al Visa pour l’image a Perpignan.

Fra le altre storie alle quali ha lavorato ci sono Lose the Roots, che racconta delle ultime foreste vergini in Europa e del loro rischio di disboscamento illegale, (Single) Women che racconta la storia delle donne palestinesi che attendono la scarcerazione dei propri mariti per anni, e numerosi altri lavori svolti in Asia fra cui Digital Heroin, un’analisi visiva che fa riflettere sul sempre più diffuso utilizzo di dispositivi elettronici da parte dei giovani cinesi, con l’ambizione di diventare atleti digitali e trovare lavoro grazie ai videogame.

Habibi e la questione palestinese

La pressione esercitata dall’entità sionista non si concentra soltanto su attacchi improvvisi o espropriazioni ai danni delle popolazioni palestinesi, bensì trova forma anche in detenzioni a lungo termine, a volte ergastoli, ai danni di uomini palestinesi colpevoli – o presunti tali – di essere oppositori dell’entità sionista. Si stima che siano circa settemila i palestinesi ad essere rinchiusi nelle carceri israeliane, e circa mille fra loro scontino detenzioni da vent’anni o più.

La maggior parte dei detenuti vivevano in campi profughi ed erano attivisti politici che, una volta arrestati dalle autorità israeliane, hanno lasciato – come avviene tutt’ora – intere comunità senza guide politiche e possibilità di sostentamento economico. Durante gli ultimi sette anni le mogli di alcuni di loro, ostinate nel tentativo di creare una famiglia o di dar continuità a quelle già esistenti, hanno trovato un modo particolarmente rischioso per cercare di far nascere i propri figli, seppur gli incontri coniugali siano limitati a 45 minuti ogni due settimane e non prevedano alcun contatto fisico. L’unico contatto concesso è quello fra il detenuto e le figlie, per un massimo di dieci minuti. Durante questo brevissimo lasso di tempo, i detenuti possono abbracciare i propri figli, ed è proprio con questo gesto che alcuni di loro sono riusciti a far uscire dalle carceri degli oggetti utilizzati a mo’ di provette con liquido seminale all’interno, nascondendoli in barrette di cioccolato o altri regali per le proprie figlie. Nel 2014, orgogliose per aver sfidato ed eluso le autorità israeliane, alcune donne che avevano fatto ricorso alla fivet, diedero notizia di questa pratica illegale durante una conferenza stampa indetta allo scopo di informare la popolazione del loro successo. Questo portò a drastiche ritorsioni nei confronti dei propri mariti e molti di loro vennero posti in isolamento per mesi, oltre a essere sottoposti a cruente torture corporali.

Con questo lavoro, Antonio Faccilongo pone l’attenzione su un aspetto della resistenza palestinese di cui, probabilmente, il resto del mondo non teneva conto.
Forme di repressione diverse da quelle armate non sono nuove da parte di Israele. In diversi casi i sionisti hanno tentato di ostacolare il culto islamico, il diritto all’abitazione, il diritto al lavoro e molteplici altri diritti che, in altri parti del mondo sono argomento di dibattito, rivendicazione continua e, per una fetta della popolazione, anche scontati. Imprigionare uomini in età fertile è l’ennesima forma di repressione, nel tentativo di eliminare i palestinesi in tutti i modi.
L’ostinazione e l’ottimismo delle donne palestinesi è un’ulteriore forma di lotta e contrasto all’entità sionista. La loro caparbietà nel far nascere e crescere i figli della resistenza, così da mantenere in vita la popolazione palestinese, può essere intesa come una manifestazione d’amore, non solo verso i propri mariti, da un punto di vista personale, ma nei confronti della libertà e del proprio popolo, oppresso incessantemente.

Leggere l’immagine

Le fotografie di Habibi sono state selezionate accuratamente, con un editing (la selezione e il posizionamento di una foto in una serie, stabilendo così il tono narrativo del racconto) preciso, alternando sapientemente fotografie di ritratto, paesaggi e dettagli, sia interni che esterni, della quotidianità palestinese.

L’editing è cruciale per un progetto, soprattutto per quanto riguarda la foto di apertura. In questo caso è stata scelta un’immagine delicata ma d’impatto. La fotografia presenta una dominante cromatica tendente al magenta, un colore freddo che allontana emotivamente le immagini da chi osserva, ma al contempo ritrae una scena domestica, intima, una camera da letto. L’ambiente familiare controbilancia la scelta della dominante di colore, e insieme al completo appeso e posto in controluce rispetto alla fonte luminosa della finestra e all’assenza di persone, dona equilibrio emotivo alla fotografia.

In alcuni ritratti non compaiono soltanto le donne o le bambine concepite tramite fivet, ma anche alcuni dei detenuti. Faccilongo utilizza con delicatezza degli espedienti narrativi per far comparire anche i martiri mancanti al momento in cui scatta le foto, proponendo dei loro ritratti dipinti o delle foto con i soggetti esposti in modo da sembrare fantasmi. L’immagine dei detenuti, per la maggior parte assenti dal progetto, ci viene riproposta percettivamente dai ritratti delle bambine o dalle foto delle provette di fortuna per lo sperma; in qualche modo i prigionieri sono presenti anche visivamente, conferendo alle fotografie grande impatto emotivo, oltre che sociale e politico. Inoltre, la gestione della luce ci aiuta in un percorso sensoriale, offrendoci la visione di fotografie scattate con luci naturali, con luci artificiali e con entrambe le sorgenti luminose.
La varietà di luci garantisce completezza visiva, avendo scatti di giorno, di notte e nelle ore in cui il sole è più basso – momento molto interessante per le varietà cromatiche – e anche con cielo plumbeo, che offre a chi osserva una scena drammatica, con luce morbida e diffusa.

Fra le fotografie scattate con luce artificiale, risalta quella in cui Faccilongo decide di sfruttare le luci provenienti da Israele, che illuminano un ulivo al confine con la Palestina. L’ulivo è considerato un albero simbolico per i palestinesi, e la scelta di porlo al cento del fotogramma, di notte, con Israele che fa da sfondo, è essa stessa visivamente simbolica. L’ennesima dimostrazione della potenza comunicativa del mezzo fotografico in questo progetto è la scelta di fotografare una penna privata della ricarica d’inchiostro e utilizzata come provetta improvvisata per conservare lo sperma e trasportarlo fuori dalle prigioni. Nonostante si parli di detenzione e prigionieri, soltanto una fotografia presenta delle sbarre, chiaro riferimento all’architettura di un carcere. Nella fotografia della provetta improvvisata, Faccilongo introietta emotivamente l’osservatore nel cuore del suo progetto, usando delle ombre che ricordano delle sbarre, proiettate sulla barretta di cioccolato che nasconde la provetta. Anche se non compaiono sbarre o carceri, il riferimento indiretto è preponderante ed esaustivo.

Con grande sensibilità e dedizione, Antonio Faccilongo propone una serie di fotografie che uniscono il bello artistico alla documentazione e alla politica. Riuscire a raccontare di un conflitto di questa portata senza ritrarre direttamente armamenti o la guerra nelle sue scene più conosciute e diffuse grazie ai media, è una caratteristica portante di questo lavoro. Un risultato del genere trascende ogni concorso o premio vinto, poiché la vera vittoria, per quanto essa possa valere, per chi svolge lavori del genere, è arrivare a smuovere interesse, opinioni, critiche di chi osserva.

Andrea Agrillo

Quotidiano indipendente online di ispirazione ambientalista, femminista, non-violenta, antirazzista e antifascista.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui