Cosmogonia dea Gea madre Terra
Bassorilievo dell’Ara Pacis rappresentante Saturnia Tellus

Ogni civiltà passata attraverso le diverse ere della storia ha inevitabilmente lottato con il dubbio ancestrale del come fosse sorto il mondo. E ogni cosmogonia che si rispetti prevede una di due, sole, variabili possibili: che un potere demiurgico, unico e originario, abbia concesso la vita o, altra opzione, che alcuni parti del mondo abbiano preso le sembianze di divinità superiori per completare la creazione.
La seconda è anche la teoria più ricorrente che trova una delle più alte rivisitazioni nella Teogonia di Esiodo, secondo cui in principio era il Caos e subito dopo Gea, la Terra, dea pre-olimpica e madre delle divinità simboleggianti gli elementi naturali.

«E nacque dunque il Càos primissimo; e dopo, la Terra
dall’ampio seno, sede perenne, sicura di tutti
gli Dei che hanno in possesso le cime nevose d’Olimpo
» (vv. 116-118)

Gea (gr. Γῆ, forma epica Γαῖα) trova corrispondenza in Saturnia Tellus della mitologia romana, rappresentata con in grembo dei bambini in una fiorente cornice di frutta e verdura: in diverse città della Grecia e ad Atene, era acclamata come Κυροτρόϕος (in greco, allevatrice di bambini), legata al concetto di fertilità e rigogliosa vegetazione, così come al culto dei morti e all’oltretomba; presso i romani era chiamata in soccorso persino durante i terremoti con l’appellativo di Tellus stabilata.
Di fatto, la dea partecipa alla mitica cosmogonia dando alla luce Uranio, il Cielo, e, giacendo con quest’ultimo, i sei Titani, le sei Titanidi e infine i Ciclopi, divinità legate al fulmine, ai lampi e al tuono.

L’arte classica ha consacrato due diverse rappresentazioni di Gea: inizialmente, sulle decorazioni vasali ateniesi, la dea assumeva tratti matronali ed, emergendo dal suolo solo per metà, consegnava ad Atena il piccolo Erittonio, mitologico re di Atene. Nei mosaici di epoca successiva, la madre di tutti gli dei viene posta come quasi sdraiata, circondata da un gruppo di carpi (divinità dall’aspetto infantile e allegoria dei frutti della terra), con la cornucopia in braccio e con accanto una giovenca, rimando all’attività agricola di cui era protettrice. 

Il culto della terra, condiviso in tutta la Grecia fino ai popoli italici, portò la figura di Gea ad essere assimilata ad altre divinità che possedevano caratteristiche simili provenienti dall’Asia Minore, come Rea e Cibele, o da Creta, come la Gran Madre, principio vitale e di forza feconda per tutti gli esseri viventi. Il culto della Grande Madre affonda le proprie radici in tempi lontani risalenti fino al Neolitico, o addirittura al Paleolitico se si vogliono prendere in considerazione i numerosi ritrovamenti in Europa delle cosiddette Veneri steatopigie, statuette dalla fisionomia femminile con gli organi genitali decisamente accentuati.

La Grande Madre è la divinità femminile primordiale, assume fisionomie e simbologie diverse a seconda della cultura da cui era venerata ma che trova riscontro nei diversi secoli e in differenti civiltà, sia che avessero come sostentamento principale la caccia e la raccolta, sia che si dedicassero principalmente all’allevamento e all’agricoltura. La corrispondenza non è solo nella figure di divinità appartenenti alle diverse mitologie ma anche nella vasta gamma di simboli che rimandano ineluttabili al perpetuo ciclo di nascita-crescita-declino-morte a cui inevitabilmente segue la nuova generazione. L’elemento femminile risulta, dunque, l’imprescindibile filtro mediatore tra il divino e l’umano e un affascinante specchio di due estremità opposte. Gli attributi iconologici che la riguardano sono sempre affini al mondo naturale e primordiale come il controllo degli animali, il legame con ambientazioni rupestri – caverne, boschi, nei pressi di ruscelli – e il mondo dei culti notturni (ispirata proprio alle fasi lunari è la Dea Bianca di cui scrive Robert Graves che, nel suo saggio, parla di questa dea cara all’amore e alla morte, celata dietro le dee europee della mitologia pagana pre-cristiana e il cui culto non può essere scisso dalla poesia pura – per Graves, la verità).

Il dualismo intrinseco della figura femminile ha viaggiato nel tempo e tra le più svariate ideologie: per la psicoanalisi di Jung, la Grande Madre è una delle forze inconsce più grandi, ambivalente e oscillante tra un’azione salvifica e una distruttrice. Un concetto ripreso dal suo allievo Erich Neumann che ne ipotizzò la necessità di distacco per la ricerca e l’autoaffermazione del sé individuale.

Ma non è forse il percorso di ogni figlio?

E non è, d’altronde, l’ambiguo destino di ogni donna, che sceglie di essere madre, quello di essere così coraggiosa da crescere i propri figli per poi lasciarli andare, insegnando l’arduo compito di essere uomini, su quella stessa Terra da cui sono nati e che gioca a rincorrere e a confondersi con l’orizzonte del cielo?

«Stringo forte il braccio di mia madre (cammino infatti
a braccetto con lei) e affondo la guancia nella povera pelliccia
che essa indossa: in quella pelliccia sento il profumo della
primavera, un miscuglio di gelo e di tepore, di fango odoroso e di
fiori ancora inodori, di casa e di campagna. Questo odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita»
(da Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Oscar Mondadori, 2005 p. 41)

Pamela Valerio

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