Come vivere le mestruazioni non è uguale in tutto il mondo
Foto di Sora Shimazaki

Le mestruazioni sono un tabù e ne siamo consapevoli: non ne vogliamo parlare, nascondiamo l’assorbente quando lo prendiamo dalla borsa, dobbiamo ascoltare le classiche battute “sei nervosə perché hai le tue cose”. Ma non in tutte le parti del mondo viene visto come qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi. Al Festival del ciclo mestruale, Kaaj Shilya community builder di origine congolese ci ha raccontato come haa vissuto le mestruazioni in Congo e in Italia, che ha ancora tanti punti da recuperare.

Come vengono vissute le mestruazioni in Congo?

K: «Mi sono state diagnosticate la gonorrea e l’endometriosi, quando mancavo a scuola per due o tre giorni al mese mi bastava la dichiarazione dei miei genitori, senza il certificato medico. Diversamente dall’Italia. Mio padre sapeva che quando la mattina mi svegliava e io gli dicevo “Non ce la faccio” non faceva domande, diceva “ok, capisco, ciao”».

Quindi gli uomini la prendono tranquillamente, senza provare disagio.

K: «Si! Nella società e nella cultura congolese il patriarcato è un imposizione che è arrivata con il colonialismo, rimangono gli usi e costumi che continuiamo a vivere con la consapevolezza di una equità nell’altra controparte non maschile. Quando ho avuto il mio primo mestruo, mi hanno insegnato ad usare le salviette di lino, mi hanno dato uno dei regali classici che è un piccolo secchiello perché quando ti arriva il menarca le mutande te le lavi da sola. Che tu sia uomo o donna appena cominci a crescere, le tue mutande te le lavi da solo. Quindi abbiamo questo secchiello con la spugna, le tue robe intime e ti insegnano a lavarti. Quando hai il mestruo tieni l’acqua per un giorno con il tuo sangue, chi ha il campo ci innaffia addirittura il prato. Entri in contatto con te stessa. Il mestruo è qualcosa di quasi banale, non un problema».

Ti fanno connettere con te stessa, non cercano di fartelo nascondere a tutti i costi.

K: «No. Il fatto di non mostrarlo non è nasconderlo: viene visto anche come la tua fonte di potere, quindi se lo vuoi mostrare devi essere consapevole che stai mostrando il tuo potere agli altri e va bene così se lo sai gestire. Se invece non lo vuoi mostrare, fallo perché tu vuoi così, perché vuoi gestirlo nel tuo privato, non perché è una vergogna. Le donne congolesi hanno dei tessuti che tu annodi uno sopra l’altro, non sono proprio gonne. Di solito, quando vanno a lavorare ne hanno sempre due: uno lungo e l’altro piegato magari sulla spalla. Se sei una ragazza, magari siamo sull’autobus e ti sei macchiata, c’è sempre una persona che ti aiuta a coprirti con questo tessuto e dice “tesoro guarda non ti preoccupare” e magari ti lascia anche andare con il suo tessuto. Non è neanche un qualcosa di disgustoso».

C’è un aiuto quindi, una sorellanza. Quando invece sei ritornata in Italia?

K: «Io ero sconvolta. Ho passato un anno e mezzo di sconvolgimento totale perché non è una realtà che io ho vissuto. Per me è un privilegio. Le domande non me le sono mai fatte, non me le sono mai poste perché mi è stata insegnato a vedermi in un certo modo, ma anche perché, cosciente di quella che sono, guardando gli altri ho notato che c’erano delle cose che non funzionavano e ho pensato “non sono io che ho un problema, lo avete voi”».

Non hai quindi nemmeno subito la pressione di doverti adattare a questo pensiero che c’è in Italia?

K: «No. L’adattamento per me non è qualcosa che qualcuno mi può obbligare a fare. Per me, se mi devo adattare per entrare in quello spazio, vuol dire che quello spazio non è mio. La pressione l’ho subita, si. È importante capire che il razzismo per le persone come me porta anche una pressione legata al mestruo, alla mia forma fisica, legata a tante altre cose. Quindi subendo una pressione razzista, una stigmatizzazione sul mestruo è già compresa nel pacchetto. Per esempio, se io ho le mestruazioni e macchio l’autobus mi diranno “ah quella donna nera sporca”, qualcosa che appartiene all’essere umano verrà sempre riportato all’essere una donna nera e molto probabilmente neanche tanto pulita. È qualcosa che si sposta anche molto lateralmente ed è per questo che deve essere qualcosa trattato anche in modo molto significativo specificando come si deve parlare del mestruo in ottica umana e non meramente femminile, quando invece si va a cercare le specificità non possiamo farlo se non parliamo di razzismo. Se io ne devo parlare in un circolo femminista che è a maggioranza bianca non viene capito, è mal compreso, si vuole sempre dire “si ma anche io”, in questi tipi di discorsi il “ma” non ha senso. Tante ingiustizie coesistono senza dover imbeccare qualcuno che ti sta portando un’esperienza che è peculiare, con il “ma” lo stai invalidando. Non esiste il “capisco e stop”, manca proprio lo stop».

Gaia Russo

Eterna bambina con la sindrome di Peter Pan. Amante dei viaggi, della natura, della lettura, della musica, dell'arte, delle serie tv e del cinema. Mi piace scoprire cose nuove, mi piace parlare con gli altri per sapere le loro storie ed opinioni, mi piace osservare e pensare. Studio lingue e letterature inglese e cinese all'università di Napoli "L'Orientale".

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