La novella delle papere: l’impossibilità di opporsi alla legge del desiderio

Mentre le giornate estive proseguono e il caldo è leggermente smorzato dalla pioggia, “Lettere in Soffitta” vi tiene compagnia anche a Ferragosto.

Dopo essere stati testimoni dell’arringa risoluta di Madonna Filippa, tra i massimi esempi di donne proposti da Boccaccio, e dopo aver appreso una fondamentale lezione di vita dall’impassibilità di Griselda, il viaggio alla scoperta dell’opera più importante di Giovanni Boccaccio continua.

E dunque oggi discuteremo dell’Introduzione alla Quarta Giornata, brano in cui a scendere in campo è lo stesso Boccaccio, prendendo direttamente la parola e senza delegare uno dei dieci novellatori a suo portavoce. Rivolgendosi, così come nella stessa introduzione al Decameron, alle sue carissime donne, l’autore porta avanti nient’altro che un’apologia della sua opera. Difatti, ancor prima che il Decameron fosse completo, la circolazione di alcune novelle aveva sollevato un bel po’ di critiche per i contenuti trattati.

Boccaccio in primo luogo concentra la sua attenzione sull’invidia che si è abbattuta su di lui. Cosicché si trova costretto ad ammettere che il vento di tal sentimento non colpisce, come aveva creduto, solo le vette più alte, ma anche le valli più basse; dichiara, infatti, che nonostante lo stile delle sue novelle sia quanto più umile possibile, in fiorentino volgare e in prosa, non è comunque riuscito a sfuggire alla malevolenza: «tutto da’ morsi della invidia esser lacerato, non ho potuto cessare».

Racconta, inoltre, che molte malelingue insinuano che a lui le donne piacciano fin troppo e che farebbe meglio a star con le “Muse“, e quindi a pensar alla letteratura piuttosto che al genere femminile. La risposta a tali calunniatori arriva sotto forma di novella, lasciata volutamente priva di conclusione, proprio per distinguerla dalle altre narrate dall’allegra compagnia.

La novella delle papere ha uno stile comico e tocca un tema largamente affrontato nell’opera: l’impossibilità di reprimere gli istinti sessuali, poiché l’eros è un aspetto naturale della vita di ogni persona.

Filippo Balducci è descritto come un uomo profondamente innamorato della moglie. In seguito all’improvvisa e devastante scomparsa della donna, distrutto dal dolore, decide di prendere con sé il figlio di appena due anni e trasferirsi in una cava fuori Firenze. Inizia così la loro vita da eremiti, ritirati nella solitudine più assoluta e nella contemplazione del Signore. Filippo, ben attento a non parlare delle cose mondane al figlio, lo cresce in questo modo per parecchi anni.

Di tanto in tanto, però, Filippo si reca a Firenze per provvedere alle loro necessità. All’età di diciott’anni, il figlio gli chiede di poterlo accompagnare, cosicché, visto che ormai il genitore è abbastanza avanti con l’età, potesse delegare a lui tali commissioni e in seguito rimanere a casa.

Filippo, pensando che fosse una buona idea e convinto che ormai il figlio fosse tanto avvezzo all’eremitaggio che le cose mondane difficilmente potessero tentarlo, decide di portarlo con sé. A Firenze, il giovane, incuriosito da tutto ciò che lo circonda, continua a chiedere di palazzi, case, chiese e a meravigliarsi.

Accade però la sventura: mentre seguitano nel loro cammino, si imbattono in un gruppo di giovani e belle donne. Il giovane, appena le vede, chiede al padre che creature siano. Filippo gli risponde di non guardarle perché sono una cosa cattiva. Poiché, tuttavia, il figlio insiste per conoscere il nome di quel “demonio”, per placare qualsiasi istinto sessuale il padre invece di definirle “femmine”, le chiama “papere“.

Questo, tuttavia, non ferma il figlio, che chiede al padre di avere una di quelle “papere”, nonostante Filippo continui a ripetere che sono cosa cattiva.

«Io non so che voi vi dite, né perché queste sien mala cosa: quanto è a me, non m’è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole, come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m’avete più volte mostrati. Deh! Se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà su di queste papere, e io le darò beccare».

È a questo punto che il padre si rende conto che «più aver di forza la natura che il suo ingegno» e si interrompe la novella. La difesa di Boccaccio si basa su una tesi filosofica ben precisa: la forza della natura è più forte di quella della ragione e delle leggi imposte dalla religione/società. La legge naturale del desiderio è inarrestabile: l’eros è un istinto naturale che non può essere in alcun modo represso.

La novella richiama anche la tradizione medievale che raffigura la donna come tentatrice; tuttavia i desideri carnali sono intesi come perfettamente normali e impossibili da reprimere con la morale. Va sottolineato, inoltre, che le donne che incontrano i due uomini non fanno nulla di male, non “tentano” in alcun modo, ma è l’istinto, la natura del giovanotto a spingerlo a voler possedere una di quelle “papere”.

L’accusa degli invidiosi, che era peccato amar le donne, viene sbugiardata in tal modo. Se perfino un uomo che ha vissuto tutta la sua vita in eremitaggio, appena vede una donna non può far altro che desiderarla, come può Boccaccio opporsi a ciò? Come può non soccombere alla piacevolezza dei modi femminili, alla bellezza e all’incantevole grazia?

Emerge anche qui il tentativo, che accompagna tutta l’opera, di “liberare” l’amore dalle catene del peccato; l’amore è inteso sia in senso sensuale che spirituale. È un sentimento universale, che appartiene tanto ai nobili quanto agli umili.

E a coloro che gli dicono che sarebbe meglio starsene a pensar alle Muse piuttosto che alle donne, Boccaccio replica che in fondo le Muse non sono donne?

La novella appare dunque come un esercizio di retorica; Boccaccio prende a parlare in prima persona, da protagonista, non nascondendosi dietro le quinte e dietro le parole dei suoi personaggi. È un’interruzione del racconto attraverso la quale l’autore crea una connessione diretta e immediata col suo lettore, lasciando un messaggio come suo solito: nulla può l’uomo contro la legge della natura e del desiderio, illusorio e deleterio è tentar di opprimere l’eros.

Vanessa Vaia

1 commento

  1. Sei molto brava,puoi continuare il tuo percorso conoscitivo,avrai le soddisfazioni che meriti perché hai filo da tessere.

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