Due spicci
fonte immagine: wikipedia.org

C’è un momento esatto, guardando Due spicci, in cui ti rendi conto che qualcosa si è rotto. Non è una sensazione immediata: arriva lentamente, come una pressione che sale, ma quando si manifesta è impossibile da ignorare. Capisci subito che questa non è la stessa voce rassicurante che ti ha accompagnato in Strappare lungo i bordi o in Questo mondo non mi renderà cattivo. È qualcosa di più duro, di più freddo, di più definitivo.

Con questa nuova serie Netflix, l’autore romano mette in atto un cambio di passo radicale: ha avuto il coraggio di rompere il giocattolo che funzionava alla perfezione. Nelle sue opere precedenti, l’equilibrio tra dolore e leggerezza era un porto sicuro. L’ironia era una specie di coperta di Linus: potevi anche sprofondare nei momenti più drammatici, ma sapevi che un secondo dopo sarebbe arrivata una battuta a darti una pacca sulla spalla per dirti «piangiamo insieme, ma poi facciamoci una risata».

In Due spicci, in queste 8 puntate, questa rete di sicurezza scompare. L’ironia c’è ancora, ma non protegge più; la malinconia è rimasta, ma non consola. Togliere questo scudo significa esporre lo spettatore al freddo, costringendolo a guardare in faccia la realtà senza filtri o sconti.

La periferia come prigione mentale e l’immobilità dei personaggi

I personaggi di questa serie non crescono, non evolvono e non trovano miracolosamente una via d’uscita. Restano intrappolati nei propri traumi, nelle relazioni disfunzionali e nelle dinamiche di una periferia romana che smette di essere un semplice sfondo e diventa una vera e propria condizione esistenziale.

Spesso, nel cinema o nelle serie, c’è la tendenza a romanticizzare il disagio delle periferie, idealizzando la solidarietà tra gli ultimi o il fascino del muretto. Qui non c’è spazio per la nostalgia: c’è solo stanchezza sociale, precarietà e assenza di prospettive.

È proprio questo contesto a generare l’immobilità dei protagonisti. Cresciuti in un ambiente che non offre alternative, finiscono per interiorizzare i propri limiti al punto da non riuscire nemmeno più a immaginare una vita diversa. La periferia diventa così una forma mentale, una gabbia invisibile che si chiude su sé stessa.

Zerocalcare rinuncia deliberatamente al ruolo dell’autore-profeta che indica la strada. Decide invece di rimanere dentro la materia grezza dell’esistenza, affrontando temi durissimi e poco frequentati dall’animazione italiana: la dipendenza affettiva, il fallimento adulto, la violenza domestica e la marginalità sociale. Non c’è un meccanismo di scarico emotivo che permetta di tirare un sospiro di sollievo. La serie scava nella frustrazione e si rifiuta categoricamente di consolarti.

Il paradosso del lavoro creativo e le polemiche industriali

Il lancio di Due spicci, però, ha portato con sé anche una dura controversia che ha travalicato i confini della critica per toccare il tema caldissimo del lavoro nell’industria creativa. Il 27 maggio, giorno stesso dell’uscita su Netflix, l’Unione Italiana Animatori (UN!TA) ha pubblicato sulla propria pagina Instagram — in storie poi rimosse — testimonianze anonime di collaboratori della produzione che denunciavano compensi orari in alcuni casi di 6 euro lordi, orari equiparati a quelli dei dipendenti pur lavorando con partita IVA, e un carico di lavoro cresciuto nel corso della produzione a causa dell’ampliamento del numero di episodi rispetto alle previsioni iniziali.

Zerocalcare ha chiarito pubblicamente la sua posizione, specificando che il suo ruolo si limita alla parte artistica (scrittura, disegni, doppiaggio) e che non ha alcun potere di controllo sui contratti o sulla gestione economica della produzione, aggiungendo che avrebbe volentieri supportato i lavoratori se fosse stato informato direttamente: «Mi dispiace che non hanno pensato che io potevo essere un alleato», risponde con un video su Instagram.

La sua risposta definisce i confini personali, ma lascia aperto un paradosso enorme e doloroso che riguarda l’intera industria culturale oggi. È la grande contraddizione del capitalismo delle piattaforme: si distribuiscono contenuti fortemente politici, che parlano di sfruttamento e diritti, ma chi materialmente disegna e monta quei prodotti si trova spesso stritolato dalle logiche di profitto dei colossi dello streaming. Per un autore da sempre schierato e attento a queste tematiche, è un corto circuito evidente, la dimostrazione di come sia quasi impossibile produrre su larghissima scala rimanendo del tutto “puri”.

Due spicci: una fotografia fredda e necessaria

Alla fine, Due spicci è esattamente l’opera che questo preciso momento storico richiedeva: disillusa, frammentaria e per nulla interessata a offrire risposte facili o consolatorie.

Non è una serie nata per piacere a tutti o per coccolare il pubblico. È una fotografia fredda, tagliente e a tratti respingente nella sua onestà. Zerocalcare ha smesso di voler essere “l’amico che ti capisce” per diventare semplicemente uno specchio che mostra le crepe esattamente dove sono.

In un panorama culturale saturo di storie rassicuranti e preconfezionate per non scontentare nessuno, abbiamo un disperato bisogno di opere così: capaci di lasciarci addosso un po’ di sano, utilissimo disagio. Ed è proprio per questo coraggio di non voler essere amata a tutti i costi che Due spicci si rivela uno dei suoi lavori più sinceri, maturi e riusciti di sempre.

Elisabetta Vinci

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui