Ho scritto una fake news su me stesso. E sono diventato virale

Nell’epoca delle post-verità, delle post-ideologie, delle post-crisi e dei post-post (quelli su Facebook, per intenderci), riuscire a discernere tra il reale e la mistificazione è ormai privilegio di pochi, un esercizio di futile retorica che nulla toglie e nulla aggiunge ai paradossi della modernità. Eppure, a voler ragionare con ostinazione critica, a volersi smarcare dagli scenari orwelliani che drappeggiano ogni sipario della civiltà odierna, ci sarebbe ancora tanto da dire. E tanto da fare. Perché lo stato di cose che sperimentiamo non nasce oggi e non è una scoperta che può sorprendere, ma arriva da lontano e affonda le sue radici in un lento, progressivo impoverimento culturale, che protraendosi nei decenni ha inaridito dapprima la coscienza collettiva, quindi il dibattito pubblico, per poi immiserire il livello etico e morale di quello “spirito del popolo” di hegeliana memoria. Le fake news ne sono la naturale conseguenza.

Come siamo finiti a credere a tutto e al contrario di tutto, a sostenere con forza un’opinione e con altrettanta forza il suo esatto contrario, in questa schizofrenia ideologica che contamina i pensieri? Difficile dirlo con esattezza. In generale, potremmo riflettere su quanto uno strumento dalle potenzialità pressoché illimitate come internet piuttosto che moltiplicare la conoscenza abbia finito per moltiplicare l’ignoranza. Ma sarebbe ingiusto e riduttivo scaricare tutte le responsabilità sulla rete. Anche perché dietro ogni schermo o dispositivo c’è comunque un utente, dotato – il più delle volte, si presume – di facoltà critiche e di capacità di intendere e di volere. Dietro ogni insulto o minaccia c’è un essere cosciente, dietro ogni falsa credenza c’è un intelletto, dietro ogni vergogna disumana c’è un essere umano.

Eppure così è stato: avvelenati dall’odio reciproco, la nostra dottrina si è ridotta a una manciata di fake news, formidabile e letale strumento della propaganda in grado di sovvertire il giorno e la notte, mutare le maree e il moto delle stelle più di millenni di studi, scoperte e conquiste. Ad esempio, chi di voi non ricorda con disprezzo il genero di Laura Boldrini, assunto come parcheggiatore al Senato per 15 mila euro al mese? Oppure il nipote di Giorgio Napolitano, che intasca 5 mila euro al mese per sistemare le lancette degli orologi di Palazzo Chigi? No, con ogni probabilità non li ricordate: perché non esistono. Eppure ci sono migliaia di persone là fuori che ne sono convinte, né più né meno di come i bambini credono a tutto ciò che i genitori raccontano loro. Nel caso delle fake news, il genitore che narra la favoletta può essere chiunque: il politico di riferimento, una pagina di gattini o un tizio che passava di lì per caso. Perché più di un italiano su due non è in grado di interpretare un testo, verificare una fonte o elaborare una notizia in modo corretto.

Lo studio più recente ad averlo constatato è il Rapporto Nazionale PIAAC del 2014, ma che l’analfabetismo funzionale sia ormai una piaga diffusa e incontrollabile è opinione pacifica e consolidata (basti pensare alle “legioni di imbecilli” evocate come spauracchio da Umberto Eco). Verrebbe quasi da chiedersi se sia davvero così facile far credere agli italiani qualunque cosa si desideri per manipolare il consenso, plagiare le menti, ottenere un tornaconto. Così, per dimostrarlo, ho pensato di sperimentare sulla mia pelle gli effetti devastanti di questo clima d’odio creato ad arte dalla politica, inventando una fake news su me stesso e dando vita a Lorem Ipsum, fantomatico giornalista al soldo del Partito Democratico per screditare Matteo Salvini.

Non mi sono neanche sforzato di sembrare credibile. Ho scelto una foto a caso e ci ho scritto sopra usando il font Impact (quello dei “meme”), infarcendola di idiozie talmente banali e palesi da meritare nulla più di scherno, derisione e trenta giorni di ban da parte di Zuckerberg. Un nome esotico come Lorem Ipsum, che in realtà è un testo di prova usato dai grafici per riempire gli spazi vuoti delle bozze, un guadagno spropositato che il genero di Boldrini e il nipote di Napolitano potrebbero solo sognarsi, e infine la classica, sempreverde dicitura “Condividi se sei indignato!” sdoganata anni orsono dall’utenza grillina. A quel punto, non ho dovuto fare altro che condividere l’immagine in alcuni gruppi a trazione leghista, in cui mi ero opportunamente infiltrato tempo addietro con un profilo falso di nome Giorgio Orbene, e godermi lo spettacolo. Una parte di me temeva che la storia fosse davvero troppo assurda perché qualcuno ci cascasse, ma l’altra parte era fermamente convinta che avrebbe funzionato. E non si sbagliava.

Sono bastati pochi minuti perché arrivassero le prime reazioni indignate alla fake news, i commenti disgustati, degenerati ben presto in insulti e minacce più o meno fantasiose, e le condivisioni a tappeto. Nel giro di un paio d’ore, Lorem Ipsum era diventato per acclamazione nazionalpopolare un verme traditore della patria al soldo dei vigliacchi comunisti per porre in atto un colpo di Stato e sovvertire l’ordine precostituito. Perché sia ben chiaro, ho scelto di farlo consapevole di ciò a cui sarei potuto andare incontro; del resto, sono una persona comune e non corro alcun rischio concreto. Ma provate per un attimo a immaginare cosa significhi diventare il bersaglio continuo di minacce di morte, auspici di stupri, decapitazioni e malattie incurabili, in virtù di colossali menzogne cucite addosso per strategia politica, crudeltà o semplice divertimento. A riprova di ciò, ecco alcuni dei commenti indirizzati al malcapitato Lorem Ipsum:

Quando affrontiamo – o crediamo di affrontare – il tema della violenza in ogni sua forma o accezione finiamo spesso per restare superficialmente ancorati a una definizione stereotipica della stessa: se è stata commessa da un italiano o da uno straniero, da un uomo su una donna o da un giovane su un anziano, sotto effetto di droghe o di alcool, da un poliziotto su un manifestante o da un militante di estrema destra su un omosessuale; e molto spesso finiamo per dimenticare o ignorare del tutto il substrato culturale che fertilizza questa iconologia dell’intolleranza e alimenta la percezione distorta di questi fenomeni, fino a renderli in alcuni casi socialmente tollerabili. Tra le migliaia di invasati con la bile alla bocca che nutrono il proprio ego di hate speech ci sono di sicuro tantissimi “leoni da tastiera” che dal vivo non ripeterebbero mai quelle parole e inghiottirebbero la vergogna assieme alla saliva; ma ci sono anche individui pericolosi che spinti dall’amoralità del rancore non esiterebbero a replicare le loro frustrazioni con gesti concreti e violenti.

Il problema esiste ed è più reale di quanto si possa percepire. E se le risposte dei colossi del web come Google e Facebook sono state quantomeno evanescenti, limitandosi a qualche vaga promessa di mettere mano agli algoritmi per arginare la diffusione di fake news, sarebbe anche compito delle istituzioni mobilitarsi al riguardo: tuttavia, a parte un paio di disegni di legge naufragati da tempo (quello dell’ex senatrice del Movimento 5 Stelle Adele Gambaro e quello del senatore del Partito Democratico Luigi Zanda), e il ridicolo “bottone rosso” predisposto dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti per le scorse elezioni politiche, nulla di concreto è stato fatto. Le motivazioni, a ben vedere, non sono neppure troppo difficili da comprendere. Nel mio caso, non so dire se lo rifarei: nonostante qualcuno abbia riconosciuto la bufala, e uno dei commentatori abbia addirittura svelato il significato della locuzione latina, diventando il mio eroe e restituendomi un barlume di fiducia nel genere umano, devo confessare che non mi aspettavo di attirare le ire della rete con tale facilità.

C’è qualcosa, nella propaganda liquida della rete, che la rende sottile e pervasiva in modo istintivo. Agendo sugli impulsi più viscerali degli utenti, solleticandone lo sdegno, scatena una reazione automatica che bypassa completamente l’elaborazione razionale. Intelletto, giudizio, logica non contano più nulla. Non si tratta di metodi goebbelsiani: il comportamento desiderato non è inculcato da un meccanismo di rinforzo azionato dall’alto, ma viene consolidato da un atteggiamento di massa, da un effetto gregge. La propaganda diventa così “orizzontale” e molto più rapida. Al punto che se un domani qualcuno dovesse urlarmi contro “Lorem Ipsum!”, è probabile che io cada nella tentazione di voltarmi. E rendere reale la mia stessa fake news.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli1

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