Centro Storico Lebowski Borja Valero
Fonte: www.left.it

Dalla Fiorentina e dalla Serie A fino alla Promozione con la maglia grigionera del Centro Storico Lebowski, Borja Valero è pronto ad indossare ancora una volta le scarpe con i tacchetti. Ma questa squadra non è una società di dilettanti qualsiasi: è prima di tutto un’idea, un progetto fatto di socialità, umanità, legame con il territorio. «Ho visto entusiasmo, organizzazione e soprattutto mi sono riconosciuto nei loro valori», ha detto Borja Valero in un’intervista rilasciata il 19 agosto alla Nazione. In merito a questa scelta ha avuto un peso rilevante anche il passato del giocatore spagnolo, che ha vissuto in un un quartiere periferico di Madrid, talmente povero da rendere complicato anche trovare un campetto per giocare. Certe cose infatti non si dimenticano. Il calcio è anche questo: incontro, aggregazione, possibilità di stare e crescere insieme. Così, noi di Libero Pensiero siamo andati ad intervistare il Responsabile della comunicazione, Matthias Moretti, per conoscere meglio il progetto e le ambizioni del Centro Storico Lebowski.

Per cominciare, raccontateci cosa ha portato alla nascita del Centro Storico Lebowski e perché avete deciso di dargli questo nome.

«Il nome in realtà non lo abbiamo dato noi, ma lo abbiamo ereditato quando nel 2004 una parte di noi, allora adolescente, iniziò a seguire l’AC Lebowski, squadra già esistente e già con addosso i colori grigioneri. Certo, anche nello spirito con cui fondarono la squadra ci sarà stato quel “prendiamola come viene” tipico del Drugo creato dai fratelli Coen, e infatti i nostri giovani ultras la scelsero proprio perché era, per risultati e differenza reti, la peggior squadra di tutta la provincia di Firenze nella Terza Categoria di allora. La nostra storia nasce quindi come quella di un gruppo ultras di età molto giovane, che si mette a seguire questa improbabile compagine».

Qual è il lavoro quotidiano che si nasconde dietro l’organizzazione della vostra squadra?

«La quantità di lavoro (volontario, quindi potremmo chiamarla militanza) quotidiano non è nemmeno facilmente commensurabile. Diciamo che decine di persone spendono varie ore al giorno, trovate in qualche modo tra il lavoro e gli affetti, per far funzionare questa macchina molto grande in tutti i suoi vari aspetti, fino ad arrivare alla sublimazione della partita domenicale. Dalla scuola calcio, alla comunicazione, dall’organizzazione degli eventi ai rapporti con territorio e istituzioni, passando per mille altri aspetti fino ad arrivare allo staff tecnico. C’è una mole di lavoro davvero impressionante, ma non si può fare altrimenti se si vuole che alla fine la qualità sia alta da tutti i punti di vista».

Dal 2018, il Centro Storico Lebowski è diventato una Società Cooperativa Sportiva Dilettantistica per Azioni (S.C.S.D): quali sono le caratteristiche di questo modello di gestione?

«Abbiamo adottato la forma della Cooperativa, al posto della tradizionale Associazione Sportiva Dilettantistica (che ci ha caratterizzato fino al 2018) perché rispecchiava maggiormente il nostro reale funzionamento: era un “vestito” che ci stava molto meglio addosso. La caratteristica fondamentale è quella di favorire l’azionariato popolare, e quindi la proprietà collettiva, permettendo ai soci e alle socie di acquistare le azioni del Club ed esserne quindi proprietari, ma in una forma assolutamente paritaria. Nell’Assemblea dei Soci, l’organo che prende tutte le decisioni di indirizzo generale, a cui tutti i soci hanno diritto di partecipare, la parola e il voto di chi ha una sola azione contano quanto quelle di chi ne ha di più. E in ogni caso, c’è un limite massimo di azioni che un singolo può possedere, fissato dallo Statuto in 400. Insomma, quel che è certo è che il Lebowski resterà sempre proprietà collettiva delle sue tifose e dei suoi tifosi».

Qual è la concezione di calcio del Centro Storico Lebowski e in cosa differisce rispetto a quella espressa dai campionati più blasonati?

«Vogliamo un calcio a misura della propria comunità di riferimento, che esprime i sentimenti e la capacità organizzativa della tifoseria e del territorio. Nei campionati più blasonati regnano logiche ormai puramente finanziarie, e la gestione di tutto l’universo calcistico non si cura più delle esigenze del tifoso, al massimo di quelle dello spettatore televisivo, che è cosa ben diversa. Per noi il calcio si vede allo stadio, è un fatto sociale, che prevede una vita vissuta in collettività. Sarebbe bello che anche nei massimi campionati fosse così. Quello che vogliamo, sia chiaro, non è proporre un modello “etico ma perdente”, ma vogliamo vincere sul campo e dimostrare che la qualità sportiva si può raggiungere anche con ricette diverse da quelle attualmente egemoni».

La vostra squadra e la vostra curva prendono spesso posizioni rispetto a svariate tematiche politiche: come vi collochereste da un punto di vista ideologico?

«Ormai siamo oltre mille soci e socie, quindi com’è naturale c’è una certa sfaccettatura a livello di storie individuali. Ma siamo sicuramente un progetto che vuole combattere il capitalismo, e in particolare le logiche capitalistiche nello sport, dimostrando che la proprietà collettiva può risultare non solo più giusta, ma migliore a tutti gli effetti. Insomma, già da questo risulta chiaro come ci collochiamo. Nel nostro statuto è specificato che il nostro è un Club antifascista, antirazzista e antisessista, e cerchiamo di seguire da vicino le questioni sociali e politiche, specie quelle vicine a livello territoriale, come in questo periodo la vicenda dei 500 operai licenziati dalla multinazionale GKN a Campi Bisenzio, tra i quali ci sono un nostro ex giocatore e diversi nostri soci».

Perché ritenete che il vostro credo politico debba andare di pari passo fino a legarsi al contesto sportivo?

«Come già accennavo, organizzarsi in modo tale che sia la collettività a essere protagonista, senza che esista un padrone che finanzia il progetto e decide tutto, è di per sé un fatto politico. Quindi la politica non è un qualcosa che “leghiamo” al progetto, che proviamo a cucirgli addosso, ma è semplicemente parte integrante di quello che facciamo giorno dopo giorno. E si badi bene, non siamo certo di quelli che devono esporre di continuo simbologie e rimarcare ogni due secondi l’appartenenza ideologica. Vogliamo essere un progetto aperto al contributo di chiunque, ma è anche vero che chi arriva da noi sa quello che trova, e se si trova bene, vorrà dire che in fondo condivide anche questa impostazione, che è per forza di cose politica».

Alla presidenza e alla vicepresidenza del Centro Storico Lebowski ci sono due figure femminili. Questa è stata una scelta casuale oppure si tratta di un segnale forte che è stato lanciato all’indirizzo delle squadre appartenenti alle categorie professionistiche?

«In realtà, ogni due anni i soci votano per eleggere i 7 membri del Consiglio di Amministrazione, che poi tra loro scelgono un Presidente e un Vice. Quindi il fatto che attualmente questi incarichi siano rivestiti da due giovani donne non è assolutamente una scelta “di facciata”, fatta per lanciare un messaggio che in qualche modo resti fine a se stesso. Quello che ci piace sottolineare è che il protagonismo femminile nel Lebowski è importante e crescente, dalla bambine della scuola calcio alle atlete delle due squadre femminili (calcio a 5 amatoriale e calcio a 11 federale), dalla curva a tutti i gruppi operativi in cui si articola la nostra attività quotidiana. Il fatto che questi due incarichi possano andare a delle donne risulta quindi abbastanza normale, non è in alcun modo una scelta ‘forzata’».

Avete tesserato uno dei più talentuosi giocatori della recente Serie A e che – è risaputo – ha legato indissolubilmente la sua storia personale alla città di Firenze. Come si è mossa la trattativa che ha portato Borja Valero a vestire i vostri colori? Da quanto tempo seguivate il giocatore spagnolo e come avete fatto a convincerlo a giocare per voi in Promozione?

«Era da almeno un paio d’anni che, tra il serio e lo scherzoso, tartassavamo Benedetto Ferrara, giornalista fiorentino che era il nostro ‘amico in comune’ con Borja. “Quando smette, proviamo a portarlo al Lebowski” dicevamo, perché in effetti ci sembrava potesse essere il personaggio adatto, un calciatore sicuramente lontano dagli stereotipi del divo interessato solo a soldi e fama. E l’attaccamento a Firenze sicuramente è stato l’aspetto che più ci ha colpito. Portarlo da noi, in realtà, è stato sorprendentemente facile: dopo qualche scherzosa schermaglia sui social, alla fine abbiamo scritto a lui e alla moglie Rocío chiedendo un incontro, che ci hanno concesso con entusiasmo. Quando poi ci siamo incontrati di persona, ci siamo raccontati a vicenda un po’ di cose, ma era chiaro fin da subito che il giocatore aveva già preso la sua decisione, quella di aderire al nostro progetto. Non un’operazione di calciomercato quindi, ma la proposta di un’idea di calcio, accolta con vera convinzione».

Dopo l’acquisto di Borja Valero, la vostra realtà ha beneficiato di una crescita straordinaria in termini di appeal: ritenete che un simile innesto, oltre a fornire un apporto determinante sotto il profilo sportivo, possa rappresentare anche una cassa di risonanza per poter diffondere le vostre idee e i vostri valori?

«Sicuramente abbiamo già visto in queste settimane che questa operazione ha portato una vera esplosione d’interesse, a livello nazionale e internazionale, intorno al nostro progetto. Quindi è una cassa di risonanza di valore inestimabile, questo è certo. Ma oltre a ciò, l’adesione di un giocatore come Borja ci indica che quella che abbiamo intrapreso è la strada giusta, e che dovremo insistere con ancora maggiore forza. Anche quando verremo ostacolati, perché un modello come il nostro non è compatibile con molte delle leggi che regolano attualmente il calcio, soprattutto ai massimi livelli ma per alcuni aspetti anche nei dilettanti».

Con l’arrivo di Borja Valero, il Centro Storico Lebowski può essere considerato una seria pretendente per la promozione in Eccellenza?

«Sicuramente non possiamo nasconderci, un giocatore così non ce l’ha nessun altro. Però è anche vero che non sappiamo con certezza in quante partite potremo schierarlo, per via degli impegni lavorativi con DAZN. Insomma, la nostra squadra era ben costruita anche prima del suo arrivo, e riponiamo fiducia nell’intera rosa. Ma in questi campionati fare pronostici e “griglie di partenza” prima dell’inizio della stagione è molto più difficile che in Serie A. Capita spesso che squadre considerate delle corazzate fatichino per l’intera stagione, e viceversa gruppi di ragazzi partiti a fari spenti finiscano per trionfare, come in passato è capitato anche a noi. Le variabili sono molte in campionati come questi, specialmente dopo un anno e mezzo di stop. Per noi, la prima cosa la domenica è divertirsi, e siamo piuttosto certi che questo accadrà».

Gabriele Caruso

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