collettivo jane aborto
Women International Day protest - 19 March 2017 (rawpixel.com)

“Pregnant? Don’t want to be? Call Jane” recitava un annuncio su alcuni giornali, cui seguiva un numero di telefono. Jane era in realtà il nome informale di un gruppo clandestino di donne che si occupava di fornire assistenza sanitaria, consulenza e servizi di aborto, all’epoca illegale, a migliaia di donne di Chicago. Il Jane Collective, noto ufficialmente come Abortion Counseling Service of Women’s Liberation, fu attivo dal 1969 al 1973. Fondato a Hyde Park, Chicago, dall’incontro di attiviste e femministe – alcune sposate, altre no, alcune con figlə, altre senza – il Jane fu uno dei gruppi più attivi, arrivando a praticare quasi 12.000 aborti e offrendo accoglienza a chi non aveva possibilità di spostarsi dalla città alla ricerca di cliniche sicure. 

«Solo le donne possono realizzare la propria liberazione. È tempo che le donne si riuniscano per cambiare le leggi fatte dagli uomini e per aiutare le loro sorelle coinvolte nelle restrizioni legali e nello stigma sociale. Le donne devono lottare insieme per cambiare gli atteggiamenti della società nei confronti dell’aborto e per far sì che lo stato fornisca aborti gratuiti come diritto umano».

(Abortion, a woman’s decision, a woman’s right, dall’opuscolo informativo originale del Jane Collective)


Fonte: Chicagoreader (Courtesy Women Make Movies)

Tutto cominciò nel 1965, quando la studentessa universitaria e attivista per i diritti civili, Heather Booths, aiutò un’amica a trovare un medico per abortire, a causa di una gravidanza indesiderata. Dopo di lei, Booths ha continuato instancabilmente a indirizzare studentesse che avevano necessità di abortire. Nel 1967 diverse donne, tra cui Booths, misero in piedi un gruppo clandestino chiamato Service, con lo scopo di fornire aborti sicuri a donne di tutte le età, etnie e classi sociali, senza richiedere alcun tipo di spiegazione a riguardo.

Aborto per tuttə

Una volta contattato il numero riportato sull’annuncio, le donne richiedevano specificamente di abortire, lasciando il proprio nome e il proprio numero di telefono, così da poter essere ricontattate da un membro del collettivo e cominciare la trafila organizzativa. Il primo passo della consulenza era chiarire che la donna in questione fosse completamente sicura di voler interrompere la gravidanza, dopodiché venivano fornite notizie sulla procedura da svolgere. Per le donne privilegiate si proseguiva tout court, consigliando loro di spostarsi verso l’Inghilterra, a Londra, dove l’interruzione volontaria di gravidanza era legale dal 1967, oppure verso il Messico o il Porto Rico, dove il collettivo aveva conoscenze tra i medici che praticavano aborti illegali ma in condizioni più sicure, negli ospedali o nelle cliniche. Per la maggior parte delle donne che si rivolgeva al Jane Collective, spostarsi da Chicago non era una scelta attuabile, per cui l’unica chance era quella di fare riferimento a una piccola cerchia locale di medici disposti a seguirle in città. Col passare del tempo e con l’aumento degli aborti, i prezzi si fecero cost-prohibitive, inoltre venne fuori che alcuni medici del collettivo non solo non avevano alcuna referenza, ma non sempre erano disposti alle operazioni. Le attiviste del Jane cominciarono quindi ad auto-organizzarsi, preparandosi a fornire da sole gli aborti, più accessibili, non negando mai servizi alle donne: ogni anno si stima che 5.000 donne americane morissero per aborti falliti. Con l’aiuto di medici specialisti, appresero tutto sulle tecniche ginecologiche e ostetriche, mettendo in atto soprattutto il cosiddetto metodo di dilatazione e curettage per gli aborti precoci, il quale consisteva nell’utilizzo di un dilatatore e poi di una specie di cucchiaio chiamato courette oppure il super coil method

Dopo essere state ricontattate, alle donne che volevano abortire veniva dato appuntamento al Front, un nome in codice che indicava uno dei due appartamenti gestiti dal Jane Collective, una sorta di sala d’attesa dove le donne aspettavano di essere indirizzate e chi le accompagnava poteva comodamente guardare la tv o mangiare cibi messi a disposizione dal collettivo. Il Jane, inoltre, offriva anche assistenza all’infanzia a coloro che portavano con sé i bambinə nell’attesa dell’intervento. Dopo una prima parte dedicata ai chiarimenti sulla procedura da svolgere, veniva registrata la temperatura, venivano forniti antibiotici per prevenire le infezioni batteriche e dati opuscoli informativi su come gestire le complicazioni post-operatorie. L’aborto veniva infine praticato nella seconda struttura. Durante i suoi quattro anni di attività, il collettivo ha anche creato un fondo di beneficenza per aiutare le donne a basso reddito a permettersi di abortire, il Chicago Abortion Fund, oltre a fornire mezzi per avere controllo sul proprio corpo. Molte testimoni hanno raccontato di aver capito molto sulla propria sessualità tra le mura del Jane, guardandosi allo specchio, osservandosi senza timore, e confrontandosi con altre donne.

Ça va sans dire, il Jane collective era ininterrottamente posto sotto sorveglianza; nel 1973 gli uffici furono controllati dalla polizia e in un primo momento fu difficile puntare il dito contro, non fu facile, infatti, identificare chi, tra le persone presenti, praticava gli aborti. Sette membri del gruppo, passate alla storia come Jane Seven, vennero arrestate, ma il caso non andò a processo. Nello stesso anno, infatti, la corte suprema generale legalizzò l’aborto in tutti gli Stati Uniti. La sentenza Roe v. Wade del 22 gennaio 1973 includeva il diritto di decidere se continuare o meno una gravidanza come un diritto sancito dalla costituzione. Nello stesso anno, il collettivo si sciolse. 

Ourbodies, ourselves 

Il collettivo Jane, la rete di aborto sotterranea, spostandosi dal margine verso il centro, aveva così formato un sistema sanitario alternativo, offrendo aborti meno costosi e sicuri a tutte le donne. Come sottolinea Jennifer Guerra ne Il corpo elettrico (2020) «Jane sfidava direttamente il potere dando visibilità a una procedura che per secoli era stata eseguita in silenzio. E questo, rendendo il corpo delle donne uno strumento politico, attuando una forma di resistenza al potere patriarcale, sopperendo a una mancanza istituzionale».

Negli anni Settanta la sessualità è in ribalta. Al grido di the personal is political (il personale è politico), ci si ricomincia a riappropriare dei discorsi sul sesso, sui corpi, corpi costantemente medicalizzati, sviscerati, scomposti, giudicati, sotto severo sguardo maschile, oggetti di un sapere maschio-bianco-occidentale. Si diffonde una nuova narrazione sulla maternità libera e consapevole: si comincia a rivendicare pubblicamente il proprio diritto alla contraccezione, all’aborto, quindi ad un nuovo modo di riferirsi e di concepire la riproduzione, fino ad allora considerato un destino naturale, connesso solamente alla capacità e alla possibilità biologica. Quello che si vuole è, prima di tutto, il diritto alla scelta. Si rivendica il diritto a non avere figlə, se e quando non si vogliono. Ci si rivendica come soggettività desideranti. Questa presa di parola avviene soprattutto grazie a una diffusa pratica dei gruppi di self help, dei consciousness raising group (i gruppi di autocoscienza) ancorati ai consultori, all’aiuto reciproco su base volontaria, all’organizzazione di gruppi di ostetriche. Una revisione dell’idea stessa di sessualità femminile passa anche attraverso la diffusione di alcuni testi come The Myth of the Vaginal Orgasm (1970) della femminista radicale Anne Koedt oppure Our Bodies Ourselves (1970) del Boston Women’s Health Book Collective

Col il ribaltamento della sentenza Roe v. Wade dello scorso 24 giugno 2022 da parte della Corte Suprema, l’attenzione al diritto all’aborto si è nuovamente fatto impellente. Non a caso, all’ultimo Sundance Film Festival sono stati presentati Call Jane, un film diretto da Phyllis Nagy e un documentario, The Janes prodotto da HBO, entrambi ripercorrendo la storia, così attuale, del Jane Collective

Antonia Marcarelli

Ricercatrice e femminista intersezionale, si è laureata in Women’s and Gender Studies presso l’Università di Bologna e l’Universidad de Granada. Si occupa di storia, storiografia e letteratura queer.

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