Si è sempre detto tanto su di lui da quando è arrivato alla Juventus, forse anche più di ciò che era necessario dire. Lo abbiamo paragonato a Messi, dopo una notte di magia all’Allianz Stadium contro i catalani, e ritenuto inconcludente dopo il 4-1 subìto dal Real Madrid sotto i riflettori del Millennium Stadium di Cardiff, nell’ultima finale di Champions League disputata dai bianconeri. Paulo Dybala è stato a lungo croce e delizia da quando ha lasciato il Palermo per trasferirsi a Torino. Appena arrivato ha indossato la maglia numero 21, appartenuta a Pirlo e Zidane, che già dice tanto sulla personalità del ragazzo.

Nel 2017, poi, ha avuto l’audacia di farsi dare la maglia più pesante al mondo, che alla Juventus significa addirittura qualcosa in più. Perché la 10 bianconera è talmente evocativa da non poter essere qualificata in alcun modo. Ce l’hanno i prescelti, tant’è.

Bello e lezioso, come il tipico 10 sudamericano

Il mancino fatato della Joya ha dipinto calcio in lungo e in largo negli ultimi anni, ma con quell’indolenza tipica dei sudamericani, di chi gioca quasi solo per l’apparenza estetica e mai veramente per essere decisivo. Per ogni gol vittoria contro la Lazio appariva uno SPAL-Juventus e ci ritrovavamo sempre lì a guardare un numero 10 sudamericano come tanti che ciondolava sul terreno di gioco, a definirlo pigro e irritante, troppo innamorato dei suoi colpi ad effetto e poco avvezzo nel caricarsi la squadra sulle spalle quando le cose non vanno per il verso giusto.

I 10 gol della scorsa stagione, vissuta tra più bassi che alti, e la doppia sfida sciagurata contro l’Ajax avevano il retrogusto amaro di un capolinea, quello dell’esperienza di Dybala con la maglia bianconera e con la numero 10, apparentemente pesante anche per un esteta del gioco del calcio come lui che troppe volte si è nascosto quando era il momento di far brillare la sua stella.

Dybala in panchina nella prima giornata di campionato, contro il Parma
Dybala in panchina contro il Parma

La cessione in estate, saltata per suo volere

L’arrivo di Maurizio Sarri sembrava indirizzare la squadra verso il 4-3-3, verso un gioco fatto di fraseggio e con poco spazio per i solisti, per coloro che toccano il pallone quanto vogliono e quando vogliono, certamente non la “tazza di tè” di Dybala, come direbbero a Londra. D’altronde non puoi dire ad un fantasista di giocare seguendo schemi e movimenti, limitando così la sua libertà e il suo estro, e proprio il richiamo di Londra sponda Tottenham aveva convinto l’argentino a lasciare orfana la numero 10 della Juventus per accettare la sfida della Premier League. Ma qualcosa nel cuore dell’argentino lo ha convinto all’ultimo minuto a rimanere ancora legato ai colori bianconeri, con quell’attaccamento tipico dei fantasisti che più che ragionare con la testa preferiscono affidarsi al loro istinto.

Dybala ha ripreso il pennello tra le mani ed ha ricominciato a dipingere calcio, un passo alla volta, come quando la Juve lo ha acquistato, senza mai fare rumore per un inizio di stagione in ombra dove si è dovuto accontentare di qualche briciola, attendendo il momento in cui la Juventus si sarebbe resa conto che rinunciare alla “Joya” di vederlo in campo non solo era un insulto all’idea di qualità di gioco che si era ripromessa di esprimere questa estate – con l’addio ad Allegri – ma anche estremamente deleterio per gli obiettivi che una squadra di questo calibro dovrebbe avere ogni anno.

Il momento del goal di Dybala contro la Sampdoria

Irrinunciabile

Il passaggio al 4-3-1-2 era la migliore chance che Dybala aveva per smentire coloro che lo vedevano troppo oscurato da Cristiano Ronaldo per far parte di questa squadra, per zittire quelli che non lo vedevano più utile per l’obiettivo Champions e anche per togliersi quell’aria da sudamericano malinconico capace di accendersi solo per suo capriccio.

E la stagione di Dybala fino ad oggi, pur non essendo la migliore a livello numerico, è la migliore per qualità ed efficienza ed è già di gran lunga superiore a quella che ci siamo lasciati alle spalle lo scorso maggio, quando annoveravamo (e con ragione) l’argentino tra le più grandi delusioni della Serie A. La punizione segnata contro l’Atletico Madrid è più che una semplice dimostrazione di classe e talento di uno che su questi palcoscenici dovrebbe esserci soltanto per come mette a terra il pallone.

È un invito a ricredersi, sulla personalità e sulla voglia di vincere di questo ragazzo che sembra finalmente avere la mentalità che serve per essere decisivo, oltre ad essere un gesto di una bellezza tale da poter convincere le persone a cambiare la propria religione per abbracciare quella degli dei del calcio. I 70 minuti dell’Olimpico contro la Roma sono poi un’ulteriore riprova del bisogno assoluto che la Juventus ha di Dybala per essere una squadra davvero pericolosa, vista la fatica che i bianconeri hanno fatto nel finale di gara per difendere il 2-1 confezionato proprio dai piedi dell’argentino con due assist al bacio per Ronaldo e Demiral.

Le luci del palcoscenico si stanno pian piano accorgendo che la stella di Dybala ha ripreso a brillare, molto più della stagione dei 22 gol in Serie A, più di Sampdoria-Juventus, quando la sua magia è stata oscurata dal gesto atletico di CR7 che ha monopolizzato l’attenzione del mondo.

Il partente Dybala è ora il perno fondamentale di una squadra con tanti campioni che non hanno la fantasia per risolvere quelle situazioni problematiche che richiedono il gesto tecnico di uno che non ragiona sulla stessa frequenza di pensiero degli altri. Il talento di Laguna Larga in questo momento viaggia ad una velocità differente rispetto a quella degli altri, legge molto prima ciò che accadrà e mette i compagni in condizione di essere migliori insieme a lui, come è accaduto con la Roma prima e con l’Udinese poi, in Coppa Italia.

Il migliore dei bianconeri

E, in questo momento, non esistono effettivamente aggettivi per descrivere l’impatto di Dybala o parole per spiegare ciò che sta dando alla Juventus. Non gioca sempre a un tocco, non corre sempre nello spazio e continua a dare quella sensazione malinconica di un calcio fatto di magie più che di concretezza, ma ad ogni carezza che dà al pallone, il respiro di chi lo guarda si ferma nell’attesa che arrivi la giocata decisiva, come un bambino che aspetta che il coniglio venga fuori dal cilindro del mago.

Il nostro unico augurio, a prescindere dai colori ai quali siamo affezionati, può solo essere di vedere questo Dybala a lungo, perché la gioia e il piacere di guardare il calcio va ben oltre le mere questioni di tifo, e lui rappresenta tutto ciò che vorremmo vedere la domenica pomeriggio.

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: blackwhitereadallover.com

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