Il teatro ai tempi del Covid-19
Fonte: https://www.okmugello.it/news/spalla/923777/vaglia-storie-di-teatranti-del-mugello-ai-tempi-del-covid-19

La pandemia Covid-19 ha cambiato la vita di molte persone, tra cui la categoria dei lavoratori dello spettacolo e del teatro che, durante questa ripartenza, stanno vivendo in un clima di grande incertezza e difficoltà a causa della cancellazione degli spettacoli e la chiusura dei teatri. Per tale ragione, abbiamo deciso di intervistare Angelica Bifano originaria di Sapri e Miriam Russo di Udine, due attrici teatrali che collaborano presso lo stesso collettivo “L’Amalgama” che con determinazione e chiarezza, ci raccontano la loro opinione e le proprie idee a riguardo.

Produzione personale: Angelica Bifano

Ciao Angelica, la redazione di Libero Pensiero ti dà il benvenuto. Ci piacerebbe conoscerti meglio ripercorrendo un excursus della tua carriera nel mondo del teatro fin dalle origini. Com’è nata la tua passione per la recitazione?

«La mia passione per la recitazione, come la maggior parte delle persone, è iniziata in modo molto semplice, da piccola seguivo un regista napoletano che veniva a Sapri e subito dopo il liceo ho deciso di studiare in un’accademia a Roma per poi proseguire successivamente gli studi in Francia e poi a Udine. È nata come un divertimento, una passione, un diletto e quando ho capito che veramente potevo farne un mio lavoro, ho iniziato pian piano a formarmi in base al mio gusto e a fare delle scelte molto più indirizzate sia a livello tecnico, artistico e creativo. Tanto è vero che sono riuscita a realizzare quei piccoli sogni che avevo nel cassetto, come scrivere degli spettacoli di cui sono io stessa interprete. »

Durante la tua carriera teatrale, ci sono state delle figure del mondo dello spettacolo che ti hanno particolarmente influenzata, ispirata e che di conseguenza hanno influenzato anche il modo di fare teatro? Se sì, quali?

«All’inizio della mia formazione metterei la relazione con i miei colleghi, prima di ogni regista, perché penso che il rapporto con chi sta facendo il tuo stesso percorso al tuo stesso livello sia molto formativo per poter lavorare bene in gruppo ed affiancarsi a vicenda durante gli studi. Tra le persone con cui sono entrata in relazione durante la mia carriera c’è la mia insegnante dell’Accademia di danza Marta Bevilacqua, che pur non avendo collaborato con lei per un progetto in particolare, è stata una figura molto presente nei tre anni dell’accademia. Cito il regista con cui ho lavorato per il mio primo monologo, Giovan Battista Storti, e poi Andrea Collavino il nostro regista dell’ultimo spettacolo del Collettivo “L’Amalgama”. Per il ramo della scrittura e drammaturgia cito il regista Anatolij Vasil’ev e Lucia Calamaro.»

Miriam, descrivendoci la tua carriera teatrale, ci racconti qual è il tuo rapporto con Angelica?

«Io ho scoperto la mia passione per il teatro durante gli anni universitari, frequentando dei laboratori teatrali. Una volta terminata l’università, ho deciso di formarmi frequentando l’Accademia per poter inseguire la mia passione per la recitazione che era in me già da piccola quando coltivano l’arte in maniera eclettica, infatti, ho sempre pensato che il teatro racchiudesse un po’ tutto, come un luogo sacro in cui tante arti si incontrano. Condivido con Angelica il confronto coi colleghi che svolgono un ruolo fondamentale nella crescita professionale perché lo ritengo un nutriente essenziale. Gli artisti che mi hanno segnata di più sono stati quelli che improntavano discorsi sull’inclusività e tendevano alla collettività, come Vanatare Vasile che anche per me è stato un maestro molto importante. Io ed Angelica ci siamo conosciute all’Accademia “Nico Pepe” di Udine e sin da subito c’è stata grande sintonia ed abbiamo condiviso con gioia una parte importante di vita e di formazione.»

Saremmo curiosi di sapere qualcosina in più circa il progetto “Fil Rouge” di cui siete state partecipi, di cosa si tratta?

«”Fil Rouge” nasce come un progetto che è stato spinto da un’associazione sulle pari opportunità di Udine. Si tratta di uno spettacolo sul tema dell’identità femminile in cui vengono portati in scena cinque punti di vista che toccavano cinque età di donne differenti calate nelle quotidianità, perché ognuna di noi attrici del Collettivo parlava della tematica che teneva più a cuore, chi la maternità, chi il rapporto madre-figlia, diverse sfaccettature di una stessa grande madre e grande donna e di come una stessa figura femminile possa avere varie caratteristiche. Ed è proprio questa diversità ad aver reso bello lo spettacolo perché abbiamo dovuto trovare un fil rouge, appunto, per amalgamare questi cinque diversi monologhi. L’intento poetico di questo lavoro è quello di dipingere dei microcosmi in cui si uniscono le differenze per far emergere i punti di forza senza privarsi del proprio spazio.»

A causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 diverse categorie di lavoratori sono state penalizzate, chi più chi meno, per ragioni molto diverse tra loro. Coloro che appartengono al mondo dello spettacolo hanno decisamente avuto poca voce in capitolo; qual è la vostra posizione riguardo le misure adottate dal Ministero per questa categoria di lavoratori?

«Appena scattato il lockdown sono partite per varie compagnie alcune lettere di licenziamento, e questo ha risvegliato la coscienza dei lavoratori per cui subito si è creato, a fine febbraio, uno dei primi gruppi di lavoratori dello spettacolo dove si discuteva con i sindacalisti su quali fossero le proposte da parte del ministero. Per il mese di marzo si potevano chiedere 600 euro mensili per tutti quelli che avessero raggiunto 30 giorni lavorativi nell’anno precedente con un reddito non superiore ai 20.000 euro all’anno lordi. Ma non tutti i lavoratori dello spettacolo riescono a raggiungere le 30 giornate di lavoro, e questo dovrebbe far riflettere, non abbassare le 30 giornate a 7 perché così facendo si sta normalizzando un problema. Si tratta di una misura troppo selettiva e dettagliata, pertanto, si dovrebbe costruire un pensiero più lungimirante in cui si progetti un rilancio che possa far respirare i lavoratori ed eliminare il precariato. Proprio per questo abbiamo deciso di scendere in piazza e manifestare attraverso il gruppo attori e attrici uniti.»

Quali sono state le principali difficoltà, dal punto di vista lavorativo, che in prima persona avete riscontrato a causa del lockdown?


«La prima difficoltà lavorativa è stata la concentrazione. Lavorare da casa col PC per quanto possa essere innovativo, rimane pur sempre molto alienante. È stato difficile lavorare senza l’incontro fisico, perché a teatro l’incontro tra copri vivi è essenziale. Una delle difficoltà più grandi che abbiamo riscontrato è l’uso limitato del nostro corpo, perché con esso ci esprimiamo, ed è stato quasi un assedio. Abbiamo visto tutti interrompere ed annullare spettacoli che non saranno più realizzati, il che ci ha rattristato molto. Abbiamo perso tanto, ma dobbiamo concentrarci su quello che unendoci possiamo guadagnare in questo disagio totale, in cui per forza maggiore tutto si è bloccato. Da una parte, abbiamo sentito la potenzialità di questo silenzio, per fortuna ci siamo guardati in faccia tutti quanti per capire quanto si stava sfruttando, non solo il mondo dello spettacolo, ma anche l’intera nazione. È importante da adesso generare pensieri nuovi e cominciare a riflettere su quello che è successo


Quale sarebbe il modo più idoneo, a vostra detta, per far ripartire il mondo dello spettacolo in sicurezza? D’altronde a teatro con la mascherina, per gli attori, parrucchieri, visagisti, tutto ciò sarebbe abbastanza scomodo e poco pratico.

«Una delle misure di sicurezza da adottare sarebbe quella del metro di distanza e nel caso in cui si riducesse, l’uso della mascherina. Certo che a teatro, immaginare una scena d’amore con attori in mascherina, sarebbe alquanto improbabile. Al momento ancora non si sa come si ripartirà, sicuramente il teatro è luogo di possibile contagio, quindi ci sono dei rischi e va capito bene come gestirlo. In Germania, ad esempio, i teatri riapriranno in autunno garantendo un sussidio economico agli artisti. In Italia, invece, bisognerà ancora aspettare per capire bene chi vorrà andare a teatro e soprattutto come.»

Angelica, se dovessi descriverlo in poche parole, cosa rappresenterebbe il teatro nella tua vita?

«Il teatro nella mia vita serve per tradurre alcune emozioni e vicende in una forma espressiva attraverso un linguaggio che non sia quello reale e che mi permetta di utilizzare anche meno parole del dovuto. Credo che questa sia la potenza del teatro, fare un atto di sottrazione da quello che si è veramente, poter regalarsi e vivere a pieno una condizione più “fantastica”. Ho sentito sempre l’esigenza di staccarmi da questa dimensione reale, senza però disumanizzarla perché essa è proprio il punto di partenza del teatro stesso.»

Per te, Miriam?

«Per me il teatro è la vita al quadrato, è occasione ed esigenza per dire qualcosa, uno strumento di espressione perché ti mette sempre in una condizione di nudità costante in cui vivi errori, paure ed insicurezze. Anche da spettatore il teatro ti pungola, ti scava dentro, è una continua prova di elasticità della vita. Poter vivere tante realtà e poter immedesimarsi in altre vite ti fa riflettere molto, è quasi catartico. Attraverso quest’arte riesco a dire cose che nella vita reale non immaginerei nemmeno. Ecco a cosa serve il teatro

Cosa suggerireste ai giovani che desiderano intraprendere una carriera teatrale?


«Il nostro consiglio è quello di avere fiuto sia a livello formativo, sia a livello lavorativo, perché è importante crearsi un percorso didattico, ma non ci si deve limitare solo al mondo accademico. Bisogna ascoltare se stessi e capire veramente bene dove risiede questa passione, e che cosa ti aspetti o vorresti succedesse perché il teatro ti “accade dentro”. Occorre stare attenti a non fare il teatro degli altri, e crearsi un proprio modo di fare teatro. Bisogna scoprire inoltre anche il dove farlo, scegliere la città che riesca a soddisfare le proprie esigenze. Un invito particolare che vogliamo rivolgere ai giovani è quello di non essere competitivi, ma di unirsi per evitare la cosiddetta guerra tra poveri, dobbiamo sopravvivere alla logica della frammentazione che ci danneggia e impoverisce. Invitiamo a più coraggio nella coesione perché l’arte e la cultura sono il collante di questa Italia già abbastanza frammentata. »

Filomena Corvino.

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