Una rivoluzione del sistema agroalimentare contro il riscaldamento globale
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Il sistema agroalimentare mondiale è sempre più carnefice e vittima del riscaldamento globale. Per questo motivo la sfida per la sicurezza alimentare non può prescindere da strategie di sostenibilità su scala globale atte, in primo luogo, a combattere la crisi climatica. Nonostante l’incremento della produzione agricola del 50% negli ultimi sessant’anni, dovuto a una costante crescita della popolazione mondiale, nel 2019 circa 690 milioni di persone hanno sofferto la fame. Il suddetto aumento produttivo, che non garantisce l’accesso al cibo a centinaia di milioni di persone, ha però inevitabilmente influito sull’inquinamento atmosferico: il settore alimentare è responsabile dal 21% al 37% delle emissioni globali di gas serra (GHG). Come una cane che si morde la coda, l’odierno comparto del cibo produce, inquina e ne paga le conseguenze. Secondo Legambiente «Ondate di calore, alluvioni, siccità e, molto più in generale, eventi meteorologici estremi metteranno a dura prova le coltivazioni cosiddette non irrigue, facendole diminuire in trent’anni di circa il 50%». Un’urgente rivoluzione del sistema agroalimentare mondiale si rende quindi necessaria per combattere la crisi ambientale e garantire una reale sicurezza alimentare.

Accordo di Parigi a rischio

Un team di scienziati guidato da Michael A. Clarke, ricercatore presso l’università di Oxford, ha recentemente condotto uno studio secondo cui «Le emissioni del solo sistema alimentare globale renderebbero impossibile limitare il riscaldamento a 1,5°C e difficile anche realizzare l’obiettivo dei 2°C.» anche qualora le emissioni inerenti i combustibili fossili venissero azzerate immediatamente.

Utilizzando i dati registrati negli ultimi 50 anni, la ricerca, basata su un scenario business-as-usual fino al 2100, dimostra che l’inquinamento dovuto al sistema agroalimentare globale potrebbe causare il superamento degli 1,5°C tra il 2051 e il 2063, rendendo vano l’Accordo di Parigi del 2015. Per scongiurare tale fallimento i ricercatori suggeriscono di mettere in atto alcune azioni quali l’adozione di una dieta ricca di vegetali, l’adeguamento del consumo calorico pro capite, l’aumento dei raccolti, la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari e l’efficientamento della produzione per gli alimenti che comportano un’alta emissione di GHG. Secondo Clark e colleghi anche l’adozione parziale delle suddette strategie multiple potrebbe essere sufficiente a mitigare gli impatti negativi a lungo termine del sistema agroalimentare globale: già solo l’attuazione del 50% di esse potrebbe portare a una diminuzione delle emissioni del 63% rispetto allo scenario business-as-usual oggetto di ricerca.

L’adattamento delle strategie alle esigenze dei piccoli coltivatori, che includono migliori piani di gestione agricola, progressi tecnologici utili a migliorare le rese e a ridurre gli sprechi di cibo e progetti volti all’educazione alimentare dei clienti, rappresentano di certo il futuro del settore alimentare. Quello che a oggi, utilizzando le parole di Kenneth G. Cassman, professore emerito di agronomia e orticolture presso l’Università del Nebraska – Lincoln, corre sul «filo del rasoio».

Soluzioni ecologiche per il sistema agroalimentare

Per PV Vara Prasad, ecofisiologa delle colture presso la Kansas State University di Manhattan «A livello globale, dobbiamo aumentare la produzione alimentare del 60% e in alcune aree dobbiamo aumentarla del 100%». I ricercatori in campo agricolo suggeriscono che siffatto aumento, precedentemente avvenuto tramite metodi di coltivazione dannosi per l’ambiente (pesticidi e fertilizzanti chimici, monoculture etc.), debba passare per quelle pratiche rientranti nel concetto di “intensificazione sostenibile“. Si tratta di un’ampia gamma di strategie che utilizzano tecnologie utili a gestire i parassiti e le sostanze nutritive e a salvaguardare il suolo e l’acqua.

La sfida è quella di garantire un aumento della produzione del sistema agroalimentare tutelando al contempo l’ambiente attraverso una nuova filosofia agricola che tenga conto, oltre che dei parametri naturali, anche del benessere sociale ed economico degli agricoltori. Jules Pretty, scienziato ambientale presso l’Università dell’Essex, afferma che l’intensificazione sostenibile del settore alimentare passa per sistemi sostenibili multifunzionali. Questi rendono possibile fornire supporto agli insetti impollinatori, lottare contro i parassiti e dotare i terreni di un adeguato apporto di azoto.

Includere le aree non agricole in quelle agricole, eliminare i pesticidi e circondare i campi di siepi e fiori per aiutare gli insetti impollinatori, adottare la rotazione e la consociazione delle colture per rafforzare il suolo e prevenire l’esaurimento dei nutrienti dovuta alle monocolture a lungo termine, mettere in campo pratiche di coltivazione push-pull ovvero piantare erbe sui bordi dei campi con lo scopo di produrre sostanze chimiche che attirino i parassiti, alternare monocolture a breve termine con coltivazioni di leguminose utili a fissare l’azoto nel terreno e ad allontanare possibili parassiti. Con l’applicazione di tali piani l’intensificazione sostenibile delle colture e la gestione eco-compatibile del sistema agroalimentare globale potrebbero presto (si spera) diventare azioni con le quali si garantirebbe maggior benessere ai piccoli coltivatori e una lotta efficace contro il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.

Anche se la frammentazione del mondo dei piccoli agricoltori, che da soli soddisfano un terzo dell’approvvigionamento alimentare globale, rende difficile l’introduzione delle strategie inerenti l’intensificazione sostenibile, negli ultimi anni i proprietari delle piccole aziende agricole si sono riuniti sempre più in collettivi e cooperative grazie alle quali sarà possibile accelerare la condivisione delle informazioni e ridurre il rischio associato all’adozione di nuove strategie di coltivazione. Negli ultimi 20 anni sono stati istituiti circa 8 milioni di gruppi sociali per l’agricoltura sostenibile: «Si tratta di circa 240 milioni di persone che lavorano in iniziative di azione collettiva in aree come l’irrigazione, la gestione delle foreste, la gestione dei parassiti e l’acqua» afferma Jules Pretty. La collaborazione tra collettivi di agricoltori e ricercatori faciliterebbe la creazione di programmi adatti alle diverse esigenze delle molteplici reti contadine locali e avvierebbe il mondo verso quella rivoluzione del sistema agroalimentare di cui abbiamo urgentemente bisogno.

Marco Pisano

Greenpeace

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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