Violenza sulle donne, in Sicilia a che punto siamo? La situazione dai centri antiviolenza
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Siamo in Sicilia. Una donna bussa alla porta. L’emergenza sanitaria fa da sottofondo. È il suo primo colloquio: vince la paura e si rivolge a un Centro AntiViolenza (CAV). Apre la porta ed entra, all’ingresso le chiedono di firmare la liberatoria e l’autocertificazione richieste nello stato di emergenza, la donna si ritrae. In caso di tracciamento, diventerebbe nota la sua visita al Centro Antiviolenza. La riservatezza è preservata ma, nel caso in cui ci fossero problematiche superiori, potrebbe essere violata. La donna ci ripensa, si volta e va via. Non è la storia di un libro, è una vicenda reale. E Concetta, Rosalia, Caterina non sono nomi inventati: sono alcune delle vittime di violenza sulle donne in Sicilia nel 2020.

I numeri spaventavano prima, figuriamoci quest’anno: l’emergenza sanitaria ha infierito su una ferita aperta. La direzione centrale della Polizia criminale ha redatto un report sull’andamento della violenza di genere, il periodo di riferimento è gennaio-maggio 2020. A una prima flessione ha fatto seguito un forte incremento di reati. Andamento confermato dai centri antiviolenza. Secondo i dati rilevati da D.I.R.E – Donne in rete contro la violenza, nel periodo compreso tra aprile e maggio, sono 2956 le donne che hanno contattato i centri: alcune delle vittime erano già in contatto con le operatrici, il 33% sono stati invece contatti nuovi. Solo in Sicilia 128 vittime si sono rivolte a uno dei centri, di queste 23 sono stati nuovi contatti.

Centri antiviolenza CAV
Fonte immagine: D.I.R.E.

Storie singolari, vite con un tragico epilogo, emblema di un sistema fatto di soprusi e maltrattamenti, ansie e paure. Ognuno di queste donne ha un proprio volto e uno più grande: la violenza senza tempo. Perché anche in questo momento se ne sta consumando almeno una. Non c’è distinzione territoriale, non c’è differenza di classe. Nel mondo la violenza di genere riguarda 1 donna su 3. Uno sguardo alla situazione territoriale, la Sicilia in questo caso, può aiutare però a capire a che punto siamo e quanta strada ancora deve essere percorsa.

I fondi in questione

La Regione ha dichiarato più volte di voler contrastare la violenza sulle donne in Sicilia. Proprio in occasione del 25 novembre, il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci ha dichiarato sulla sua pagina Facebook come «la Giornata Contro la Violenza sulle Donne deve essere l’occasione per assumere impegni concreti oltre le rituali petizioni di principio». E ancora «Il governo regionale ha curato con particolare attenzione la nascita di centri antiviolenza e, nei mesi scorsi, ha impegnato le somme per la realizzazione di 13 nuove Case di accoglienza a indirizzo segreto per donne vittime di violenza e dei loro figli minori. È una battaglia che si vince con azioni concrete, ma anche con un costante impegno culturale».

Parole confortanti anche se i dati lo sono meno. ActionAid ha monitorato i fondi statali previsti dalla legge sul femminicidio (legge 119/2013) insieme all’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020. Nel rapporto 2020, particolare attenzione è stata riservata alla risposta data all’emergenza sanitaria in Lombardia, Calabria e Sicilia. Il problema principale riscontrato è il tempismo. Secondo il rapporto ci sono troppi ritardi dell’erogazione dei fondi dalla Stato alle Regioni. Andiamo ai dati. Come si legge nel rapporto: «Al 15 ottobre 2020, le risorse ripartite dal Dipartimento Pari Opportunità per il biennio 2015-2016 sono state liquidate dalle Regioni per il 72%. A distanza di 15 mesi del trasferimento da parte del DPO, le Regioni hanno liquidato solo il 39% delle risorse 2018, ovvero circa 7,6 mln di euro a fronte dei 19,6 stanziati. Per l’annualità 2019, il DPO ha ripartito tra le Regioni 30 mln di euro, di cui 20 mln da destinare al funzionamento ordinario di case rifugio e centri antiviolenza e 10 mln per il Piano antiviolenza».

La regione Sicilia eroga i contributi per la gestione dei centri antiviolenza e delle case rifugio che sono iscritte all’albo regionale. In questo momento sono stati erogati i fondi relativi alle annualità 2018-2019. Gli iscritti all’albo sono circa 22, dalla Regione arrivano 450 mila euro, in pratica 20mila a centro. Ogni anno si fa una progettazione, si anticipano le somme e poi la Regione distribuisce i soldi. Le cifre sono esigue se si pensa che è necessario spesso pagare un affitto o coprire una figura professionale. Parte delle risorse sono destinate a un fondo per le vittime, alle spese legali o sanitarie. Poi ci sono progetti per l’inserimento come borse lavoro gestiti con i fondi regionali. Misure utili ma non sufficienti.

Ad aiutarci a delineare meglio la situazione attuale dell’isola è Anna Agosta presidente del centro antiviolenza Thamaia, associazione socia di D.i.Re. e del Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) che ha rilasciato un’intervista a Libero Pensiero. Il bando dal Dipartimento Pari Opportunità nazionale pubblicato quest’anno prevedeva di coprire le spese di quanti si sono attrezzati per l’adeguamento alle misure contenitive del virus. I soldi, anticipati dai centri, almeno in Sicilia, non sono ancora arrivati. Si tratta di circa 2500 euro. Alle misure del Governo se ne sono affiancate altre. Il centro antiviolenza Thamaia ad esempio, ha aderito a un bando con ActionAid che ha stanziato circa 3000 euro.

La situazione dei centri antiviolenza

 «La storia della donna che si è rifiutata di firmare l’autocertificazione è solo una delle tante questioni nate nell’emergenza. La problematica relativa alla riservatezza è una questione che ostacola le donne nel sentirsi libere di rivolgersi a un servizio che è anonimo per metodologia e principio. Ma le problematiche che riguardano i CAV non sono dovute soltanto all’emergenza» – dichiara ancora Anna Agosta.

In Sicilia sono presenti cinque centri DIRE. L’emergenza ha costretto a una riorganizzazione totale di spazi e lavoro. Non solo di sanificazione e incontri da remoto. I centri antiviolenza sono rimasti aperti nonostante, almeno nel primo lockdown, l’accoglienza fisica non fosse permessa. In un luogo che è anche simbolo e in cui il rapporto fisico è necessario quanto il momento di condivisione, si è perso molto in questo periodo ma non è mancata la disponibilità e la consapevolezza di quanto fosse necessario offrire un supporto. I centri per questo sono fondamentali

Le associazioni attive sul territorio si sostengono con la progettazione nazionale, regionale ed europea. Questo non permette una stabilità nell’acquisizione e stabilizzazione di figure professionali. Non avere convenzioni stabili significa non riuscire a progettare. Un problema questo segnalato nel rapporto ActionAid, che affronta il tema della violenza sulle donne in Sicilia: «Le strutture antiviolenza sono il vero motore e fulcro del sistema territoriale di contrasto alla violenza, mentre le istituzioni regionali, nonostante gli sforzi messi in campo soprattutto negli ultimi anni, continuano ad essere ancora lontane dal condividere una strategia di lavoro comune con i centri antiviolenza; gli enti locali, con poche eccezioni virtuose (es. Comune di Palermo), tendono ad essere poco presenti. (…) Come rilevato dalle interviste con i centri, il rischio che le accomuna dunque è l’indebolimento o il dissolvimento allorquando un/a componente della rete informale cambia posizione lavorativa o decide semplicemente di interrompere la collaborazione».

centri antiviolenza CAV

L’indipendenza economica, un fattore da non sottovalutare

Sappiamo che il lavoro gioca la sua parte in materia di violenza sulle donne in Sicilia: l’occupazione femminile, infatti, è uno dei grandi problemi siculi. Secondo il rapporto Svimez la Sicilia è penultima, su 277 regioni d’Europa, in quanto a lavoro femminile. Il tasso di lavoro è pari al 29%.

Se si osserva ciò che è accaduto nei mesi di lockdown emerge quanto le chiamate in entrata hanno subito un decisivo calo nella fase iniziale. Il silenzio era un grido soffocato. Non appena hanno chiuso le scuole, molte donne hanno disdetto gli appuntamenti. Le donne erano a casa a tenere i bambini. In Sicilia molte donne non lavorano o hanno lavori in nero. Il peso della quotidianità, tra bambini e mariti in casa, si è moltiplicato. L’emergenza sanitaria ha palesato la disparità tra uomo e donna all’interno della famiglia.

«Guardando gli ultimi decreti è chiaro come a essere mancato, oltre alla previsione, è stato un approccio a favore delle vittime coerente con la Convenzione di Instanbul. Le donne non considerate risorsa economica, non sono state previste misure a sostegno dell’imprenditoria femminile, o l’introduzione nel mondo del lavoro. Un approccio indicato e tracciato dalla Convenzione di Istanbul assente nelle politiche nazionali» – commenta la Presidente di Thamaia. I centri antiviolenza propongono delle vie di uscita come spiega ancora Anna Agosta. Come la possibilità di avviare un’attività o frequentare un corso di formazione. Ci sono operatrici che aiutano nella redazione di un curriculum. Il percorso antiviolenza è ad ampio raggio e la donna è al centro. Ma a poco servono gli sforzi se mancano voci più forti.

È per questo che per contrastare la violenza sulle donne in Sicilia servono interventi culturali ed economici. È un binomio indissolubile. Non basta informare, serve intervenire, serve una rete territoriale capace di diramarsi e gridare, siamo qui, ci siamo, siamo con voi. Per farlo si deve esistere, si deve programmare. Il sostegno economico per questo è fondamentale. D’altra parte, misure rivolte alla vittima sono fondamentali. Non basta trovare il coraggio di denunciare se alla domanda “e poi come mi mantengo, come vivo?” non c’è risposta. L’autonomia economica permette di emanciparsi. Per aggirare il problema bisogna fornire gli strumenti per combatterlo.  

Alba Dalù

Greenpeace

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