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Hermann Hesse, «Siddharta»: la dimensione spirituale dell’umano

Hermann Hesse, «Siddharta»: la dimensione spirituale dell’umano
Hermann Hesse - Siddharta (Okruchy.pl)

Hermann Hesse pubblicò nel 1922 uno dei suoi più celebri romanzi di formazione: Siddharta. Siddharta fu un personaggio immaginario vissuto in India nel VI secolo a.C. e fu ispirato al Gotama Buddha, ossia il fondatore del buddhismo e una delle più rilevanti figure spirituali e religiose dell’Asia. Ma fu in seguito al conferimento del Premio Nobel per la letteratura a Hermann Hesse, avvenuto nel 1946, che Siddharta – a ventiquattro anni dalla pubblicazione – ebbe un ampissimo successo e incantò soprattutto le giovani generazioni, nonostante la complessità del linguaggio, che s’identificarono nell’amor fati e nella ricerca spirituale del giovane monaco indiano.

Hermann Hesse fu lo scrittore tedesco del XX secolo più letto nel mondo e, dunque, questo suo romanzo fu per l’appunto un capolavoro del ‘900 la cui lettura condusse a sfiorare con soave e commovente leggiadrìa gli aspetti più reconditi dell’essere. Ogni pagina ebbe la misteriosa capacità d’infondere un profondo senso di pace, un forte senso d’empatia e d’indirizzare l’individuo ad approfondire il rapporto col proprio sé, col divenire che anima il Tutto e con ciò consentirgli d’approdare a una illuminante e universale dimensione spirituale.

«E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo, tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita». (Hermann Hesse, Siddharta).

Hermann Hesse
Siddharta
Hermann Hesse, Siddharta Gautama (Frammenti Rivista)

Siddharta di Hermann Hesse: significato e insegnamenti

Hermann Hesse narra d’una splendida India per molti versi fiabesca e attraverso le molteplici avventure del giovane Siddharta, accompagna la lettrice e il lettore in un percorso di crescita spirituale mediante la weltanschauung della società e della cultura orientale. Ma compie ciò adoperando il proprio retroterra teoretico, difatti condensa magistralmente induismo, buddhismo e idealismo tedesco. Due culture apparentemente antitetiche che in realtà evidenziano in maniera analoga la natura illusoria della dimensione sensibile.

Il concetto di Māyā (creazione delle apparenze fenomeniche: illusione), presente nel culto brahminico compare anche nel pensiero occidentale sotto forma di velo di Māyā, ovvero la nota metafora mediante cui Schopenhauer designa l’illusorietà di tutto ciò che viene percepito e che viene scambiato per realtà. Inoltre, v’è in comune finanche la consapevolezza dell’esistenza d’una dimensione spirituale ultrasensibile. Infatti, Hegel rimanda a un «salto nell’Assoluto», inteso come passaggio da Verstand, ossia il comune raziocinio dell’intelletto pratico, a Vernunft, ossia il dominio dei concetti puri. Il medesimo concetto è già presente sia nell’induismo, sia nel buddhismo in quanto trasmigrazione dall’Ātman a Brahmā, dal Saṃsāra al Nirvāṇa, ovvero dall’eterno ciclo di reincarnazioni che ingabbia le anime all’agognato vuoto materiale e sensibile, in quanto dimensione universale e puramente contemplativa.

Hermann Hesse
Siddharta
Saṃsāra (Yes Vedanta)

Pertanto, le crisi esistenziali, spirituali e le ricorrenti inquietudini che sconquassano il cuore del giovane Siddharta nel VI secolo a. C. sono le stesse che turbano le menti dei filosofi occidentali del XIX secolo. Tutto ciò scaturisce da un quesito di fondo: come giungere alla comprensione autentica e totalizzante del mondo e dell’Io?

Da qui comincia l’epopea, la ricerca della verità del Siddharta di Hermann Hesse.

Siddharta fortunatamente appartiene, per nascita, al ceto più elevato del sistema di caste: è figlio del Brahmino, sacerdote di Brahmā. Infatti, la casta dei Brahmini è la più importante tra le tradizionali quattro caste indiane, e secondo il mito gli appartenenti sono stati generati dalla testa del dio Brahmā. Dunque, Siddharta sin da bambino conduce una vita agiata ed è destinato a incarnare, una volta adulto, la vocazione sacerdotale del padre. Tuttavia il giovane è profondamente esausto a causa del reiterarsi delle ritualità brahminiche, ormai per lui prive di senso, ragion per cui intraprende una decisione radicale, in totale contrasto con la volontà paterna: diventare un Samana, ossia un anacoreta che si spoglia d’ogni bene materiale e d’ogni costrutto sociale per accogliere pienamente la povertà e la vita frugale nei boschi, come un Diogene di Sinope o un San Francesco d’Assisi, quindi in virtù di ciò annullare la propria percezione sensoriale per entrare in contatto con il Tutto e divenire senso, materia e spirito. Tenta di realizzare la comunione tra umano e divino.

Apprende le arti del digiuno, della sopportazione estrema della fatica, dell’estraniazione dal dolore, ma non riesce a liberarsi della sensazione d’essere ancora lontano dal comprendere e dominare se stesso. Il suo desiderio spirituale si trasforma gradualmente in una brama indomabile che lo sospinge in un abisso di dolore e frustrazione. Pertanto, il giovane Siddharta di Hermann Hesse inesorabilmente prova il tormento di non poter sfuggire al circolo delle trasformazioni. Deluso dal modus vivendi dei Samana comprende, dunque, che il loro ascetismo sterile non conduce al sentiero per la conoscenza dell’Io e perciò se ne allontana. Con lui c’è l’amico Govinda, entrambi uniti da un sincero e viscerale affetto sin dalla più tenera infanzia. Il loro condiviso percorso spirituale, però, è destinato a scindersi: essenziale è l’incontro con Gotama, il Buddha, suprema autorità spirituale. Costui è l’unico che sia riuscito a infrangere il Saṃsāra e a raggiungere così il Nirvāṇa: la perfetta contemplazione e la pace dei sensi.

Però quando lui e Govinda assistono alla predicazione di Gotama, Siddharta non subisce alcuna fascinazione a differenza dei restanti astanti. Al contrario, assume un atteggiamento critico nei confronti del dettato di Buddha: Siddharta ha difatti compreso che apprendere e praticare una dottrina non equivale a vivere l’esperienza del mistero dell’Illuminazione. Il suo obiettivo è vivere il Nirvāṇa, non studiarlo, non tentare invano di conseguirlo seguendo pedissequamente i princìpi imposti da altri. È questo, per Siddharta, il momento del risveglio.

«Una cosa non era più presente in lui: il desiderio di avere maestri e di conoscere dottrine […] Dal mio stesso Io voglio andare a scuola, voglio conoscermi, voglio svelare quel mistero che ha nome Siddharta».

Risulta inutile praticare sempre i medesimi riti, con l’illusorio auspicio di carpire ciò ch’è destinato a sfuggire in eterno a chiunque pensi di poterlo cogliere mediante qualsivoglia dottrina. A tal punto il protagonista del romanzo di Hermann Hesse s’immerge nella materialità che sino ad allora ha respinto. Inizia a vivere nel mondo tra gli uomini-bambini, ossia coloro che si tribolano e s’affannano tra fatiche quotidiane e piccoli drammi senza peso, e che Siddharta osserva dall’alto verso il basso con gli occhi di un Samana. Egli apprende da Kamala, un’ammaliante cortigiana, i piaceri dell’amore, coniugando così le sensazioni della carne con le più intense emozioni dell’anima. Mentre da Kamaswami, un ricco mercante, apprende i segreti del commercio.

Anni dopo, Siddharta è un opulento e avaro mercante, un accanito giocatore d’azzardo circondato da ballerine succinte e da servi fedeli. In questo circolo vizioso persino l’amore, che ha scoperto essere il più prezioso tesoro della vita, si trasforma in un vizio. Ormai indebolito nello spirito e del tutto estraneo a se stesso, la sua ricerca di senso non gli sembra altro che il ricordo di un’aspirazione remota. Consapevole di ciò s’allontana nottetempo dalla città, giunto in riva a un fiume medita il suicidio. Nell’attimo fatale sviene, però, gli risuona nel cuore l’Oṃ, la sillaba sacra: quel suono della voce che negli ultimi anni s’è smarrito, affievolitosi sino a scomparire. Risvegliandosi rivede l’amico Govinda in abiti monacali, con cui s’intrattiene per poi accomiatarsi nuovamente.

Pertanto, la via di una pace nuova gli si apre quando s’imbatte in un vecchio traghettatore, Vasudeva, da cui impara a udire la voce del fiume. In lui Siddhartha scruta un maestro, un uomo che nella semplicità del suo vivere è riuscito a scoprire l’accesso nascosto all’armonia del Tutto. Lo stesso Siddharta, dopo aver fatto esperienza dell’amore, comprende realmente l’autentico significato dell’amore: il principio unificante del Tutto. L’amore, come l’Illuminazione, può essere soltanto vissuto ma non spiegato. La saggezza si manifesta tra gli opposti complementari: gli eccessi dell’ascetismo e della vita passionale e terrena.

In seguito al funerale di Gotama, Kamala e il figlio, cioè il piccolo Siddharta, stanchi per via del viaggio si riposano all’ombra d’un albero e nel sonno Kamala viene morsa da un serpente velenoso. I due arrivano a malapena al fiume dove li vide Vasudeva e li ospita presso la sua dimora. Kamala muore e il piccolo Siddharta scappa via da casa con la barca e il denaro di suo padre e di Vasudeva. Siddharta però lo lascia andare per la sua strada, rivedendosi nella fuga di suo figlio e avvertendo la sofferenza dell’abbandono provocata al suo stesso padre in passato.

Egli ormai giunto sul limitare della sua vita e alieno ai tumulti interiori coglie il significato dell’esistenza nel fiume, nello scroscio delle sue acque, nel suo incessante fluire verso il mare, mèta non ben delineata eppure immensa. Un giorno Vasudeva diviene come Gotama, il Sublime Buddha. Intanto Govinda sente parlare di questo barcaiolo e va a trovarlo e lì incontra Siddharta che gli rileva quello che dal fiume ha appreso e Govinda capisce che egli è come un Dio: ha raggiunto l’Illuminazione.

Hermann Hesse
Siddharta
Siddharta – Illuminazione (My India)

L’autentica saggezza non può che provenire dalla più profonda interiorità, lì dove confluiscono gioie e dolori, speranze e sofferenze.

Siddharta: la vita e il tempo sono un fiume senza rive

La vita è un fiume che scorre nell’illusorietà del tempo, è un viaggio verso l’ignoto alla ricerca di se stessi che si concretizza in ogni frangente, in ogni rapida, in ogni cascata. Il significato profondo del vivere risiede nell’infinità imponderabile di possibilità che l’anima nasconde, nel terrore e nella bellezza che adornano la complessità dell’umano. L’Io è come un fiume: sempre uguale, ma costantemente attraversato da acque differenti.

Vivere non comporta cercare una gelida e imperitura chiave di lettura capace di spiegare il Tutto, bensì accettare il divenire incessante del mondo e il suo irrisolvibile mistero. Il Siddharta di Hermann Hesse si lascia cullare nella pace del tutto. Il suo cammino attraverso l’esistenza si snoda in due direzioni parallele, una verso le profondità del proprio Io, l’altra verso il seducente e immenso mondo al di fuori. Ogni individuo compie ambedue i sentieri, che in realtà altro non sono che le due sponde del medesimo fiume: la vita. Ed è in questo fiume, quando si è capaci di comprendere, che sarà possibile ammirare il riflesso del senso mistico e profondo del viaggio compiuto e di quelli ancora da compiere alla scoperta del complesso e misterioso universo ch’è l’Io.

La vita di Siddhartha è un cammino arduo alla ricerca di sé e di un contatto con lo spirito universale che anima il Tutto. Siddhartha lungo il suo travagliato tragitto è figlio, fratello, amico, meditatore, amante, commerciante, padre e illuminato. Siddhartha è materia e anima, pensiero e sentimento. Siddhartha è umano.

Hermann Hesse
Siddharta
Hermann Hesse (Il Giardino degli Illuminati)

Il prezioso insegnamento che dispensa l’immortale opera di Hermann Hesse è che la vita si nasconde nell’ascolto delle sue innumerevoli e spesso fugaci voci, nell’esplorazione infaticabile di diversi orizzonti, nel lasciarsi trasportare dai suoi quesiti intricati ed enigmatici. Tutto ciò senza aver timore dell’errore e senza mai rinunciare a trovare le risposte in se stessi, con una consapevolezza: non sussiste alcuna verità assoluta.

«Disse Siddharta: “Che dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare?” “Come dunque?” chiese Govinda. “Quando qualcuno cerca,” rispose Siddharta “allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non avere scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi». (Hermann Hesse, Siddharta).

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Laureato in Scienze Filosofiche all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Sono marxista-leninista, a volte nietzschiano-beniano, amo Egon Schiele, David Lynch, Breaking Bad, i Soprano, i King Crimson, i Pantera, gli Alice in Chains, i Tool, i Porcupine Tree, i Radiohead, i Deftones e i Kyuss. Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, l'istituzionalismo, il moralismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, l'indie italiano, Rosa Chemical e Achille Lauro. Errabondo, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

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