sciopero generale e sindacati: è l'inizio di una nuova stagione conflittuale?
Il palco dello sciopero generale del 16 dicembre (today.it)

Il 16 dicembre i sindacati confederali CGIL e UIL, non essendo giunti a delle scelte condivise con il governo Draghi in merito alla manovra di bilancio, hanno proclamato uno sciopero generale, che ha coinvolto i settori pubblici e privati, ad eccezione di sanità, scuola e servizi ambientali. Otto ore di astensione dal lavoro e manifestazioni in cinque città: Roma, Milano, Bari, Cagliari e Palermo, sotto le parole d’ordine «pensioni, fisco e lavoro».

In Italia, secondo una ricerca Oxfam del 2018, l’1% più ricco della popolazione detiene il 23,4% della ricchezza nazionale. Il 20% più ricco degli italiani possiede oggi il 66,41% della ricchezza del paese, il 20% più povero lo 0,09%. L’economista premio Nobel Stiglitz afferma che «la disuguaglianza transita dall’economia alla politica, e le due disuguaglianze si alimentano reciprocamente in un circolo vizioso che appare sempre più difficile spezzare». Inoltre, in Italia, l’elevata disuguaglianza dei redditi si coniuga a una mobilità sociale particolarmente bassa. In pratica i ricchi tendenzialmente sono figli di ricchi e lo diventeranno ancor di più, i poveri, figli di poveri, tenderanno a vedere le loro già esigue fortune asciugarsi; le recenti proposte politiche non fanno che collocarsi entro il segno della continuità rispetto a tutto questo.

La legge di Bilancio e le rivendicazioni dei sindacati

La manovra di bilancio del governo, oggetto delle contestazioni dei sindacati, sposta circa 30 mld di euro, e contiene diverse novità sul Fisco e sul Lavoro, «strategie sulle pensioni dopo Quota 100, la revisione del reddito di cittadinanza e degli oneri fiscali». La cifra più consistente verrà impiegata per una riduzione del carico fiscale con l’utilizzo di circa 8 mld di euro. Gli emendamenti della legge che più hanno destato lo scontento dei sindacati sono quelli inerenti:

  • Lo stanziamento di 2 mld di euro, che CGIL e UIL reputano essere pochi, al fine di compensare gli effetti della crisi energetica, e quindi limitare i rincari delle bollette per il 2022;
  • La riforma dell’IRPEF (la principale imposta sul reddito personale) che potrebbe portare alla riduzione, da cinque a quattro, delle aliquote: verrebbero eliminate sia l’aliquota del 38% che quella del 41%, unificate in un’unica aliquota del 35% per una nuova fascia di reddito che va dai 28 mila ai 50 mila euro annui, insieme a una rimodulazione delle fasce di reddito. Apparentemente si tratta di una misura volta alla diminuzione della pressione fiscale per i redditi medio-bassi, ma in realtà i detentori di redditi pari a 50 mila euro pagheranno quanto un miliardario.

Si va in netto contrasto, quindi, al principio costituzionale di progressività fiscale, per cui sarebbe auspicabile l’aumento del numero delle aliquote al fine di una tassazione proporzionale al proprio reddito. I rappresentanti politici si mostrano incapaci di affrontare «le disuguaglianze sociali e territoriali, dalla mancanza di investimenti pubblici (Pnrr), salari da fame, alla precarietà che colpisce lungo linee generazionali, di genere, razza e cittadinanza, della piaga endemica dell’evasione fiscale. Di fronte a questo si continuano a proporre le solite ricette: aumentare ancora l’età pensionabile, e invece di creare lavoro stabile e remunerato ridurre il famigerato cuneo fiscale».

Fra le richieste dei sindacati in sciopero, una riforma del sistema pensionistico, il contrasto alla precarietà, più investimenti pubblici, riduzione del gender pay gap, anche se non è stato ben definito come si intenda declinare queste proposte operativamente. Lontani dal tavolo (e dal palco) dello sciopero generale, la discussione sulla questione salariale: il salario minimo, lo stop agli appalti privati e all’esternalizzazione dei servizi pubblici, l’espansione del welfare universale, l’abolizione di forme anticostituzionali di lavoro come i tirocini, la questione carovita e la sicurezza sul lavoro. In questa cornice, un dato interessante attiene alla partecipazione allo sciopero di gruppi, anche universitari, volta a portare in strada esigenze taciute da Cgil e Uil, soprattutto con riguardo ai luoghi della formazione. Il collettivo di fabbrica Gkn ha sottolineato che lo sciopero avrà avuto degli effetti positivi se solo porterà ad «ispirare la ripresa del conflitto».

Nel generale clima di assopimento del conflitto sociale, uno sciopero generale crea clamore

Successivamente alla sua proclamazione, sono stati innumerevoli gli attacchi giunti da più parti allo sciopero generale indetto dai sindacati. Politici e media hanno esternato uno «spirito classista e di demonizzazione del conflitto». Al contempo, il clamore che questo ha generato mostra che l’assopimento del conflitto sociale va avanti da troppo tempo (l’ultimo sciopero generale è stato organizzato contro il jobs act nel 2014). Il tepore in cui si muove l’azione sindacale non è cosa nuova: l’attuale sistema di relazioni industriali verte sull’integrazione dei sindacati nei processi decisionali di politica economica; al centro non vi è lo scontro, ma la concertazione, il dialogo istituzionale, non sempre volto alla negoziazione di migliori condizioni per le lavoratrici e i lavoratori.

Matteo Salvini ha commentato lo sciopero generale con queste parole: «siamo davanti a uno sciopero-farsa contro l’Italia e i lavoratori, la Cgil ci aiuti a ricostruire il Paese anziché bloccarlo». Enrico Letta si è detto sorpreso dallo sciopero – «manovra equilibrata, non me lo aspettavo». Dello stesso tenore anche le reazioni del Presidente Draghi. Sono stati in molti a richiamare «l’unità nazionale», anche la Cisl, che ha deciso di non prendere parte alla piattaforma rivendicativa, premendo sulla presunta urgenza di uno «sforzo comune».

Lo sciopero viene dunque proclamato sotto lo sguardo miope di una politica lontana da quelle che sono le condizioni materiali di buona parte della popolazione. Il sociologo Frank Parkin afferma che lo Stato costituisce «l’incarnazione politica dei valori e degli interessi della classe dominante, e gioca un ruolo importante nel conservare la struttura delle diseguaglianze», e se quanto dice corrisponde al vero, non dovrebbe stupire un tale ostruzionismo all’azione sindacale nelle strade. L’interrogativo è: le grandi confederazioni sindacali saranno ancora pronte a lanciare sfide alle istituzioni, anziché adagiarsi sulla concertazione? La mobilitazione sindacale è lo strumento adeguato per abbattere le disuguaglianze?

fonte (DirettaNews.com)

Gli studiosi Jaśko e Kosowka affermano che «il tentativo di creare armonia, enfatizzando una comune appartenenza [attraverso l’identificazione con gruppi sovraordinati], può produrre il risultato di una maggiore accettazione delle disuguaglianze». «Gli appartenenti a un gruppo svantaggiato – proseguono – giustificavano maggiormente il sistema finanziario non equo quando veniva resa saliente – ad esempio – l’identità nazionale».

Di solito le strategie sindacali, miranti a creare armonia, rafforzano lo status quo, portando anche i gruppi minoritari a sostenere i valori e le priorità del gruppo di maggioranza. Lo stesso segretario Cgil Maurizio Landini, introduce l’insoddisfazione per la manovra fiscale con le parole «pur apprezzando lo sforzo e l’impegno del Premier Draghi e del suo esecutivo»; Bombardieri, segretario Uil, dice: «questo non è uno sciopero ‘contro’, ma ‘per’ una manovra fiscale», denotano di non voler incrinare l’ormai consolidatosi dialogo con le istituzioni. Perfino l’Autorità Garante per gli scioperi ha provato a frenare le confederazioni sindacali chiedendo di posticiparne la data. Lo sciopero è stato infine proclamato, ma con l’esclusione di alcune categorie di lavoratori.

In un sistema sociale nel quale è presente una situazione di conflitto debole, il gruppo privilegiato tenderà a concedere al gruppo antagonista alcuni benefici atti a fargli accettare il suo posto nella gerarchia sociale (vedasi la proposta di stanziare fondi per compensare i rincari delle bollette, limitatamente al 2022), ma «di fronte a critiche, proteste, i membri dei gruppi privilegiati si schiereranno a difesa dello status quo rafforzando i miti di legittimazione». Nominare, invece, apertamente le classi, «crea un orizzonte simbolico che richiama a concetti di contrapposizione, lotta». Sembra inverosimile, quindi, che uno sciopero mite, convocato in sole cinque città, possa portare a modifiche della legge bilancio poco prima che se ne concluda, il 31 dicembre, l’iter di approvazione.

Azione sindacale: sovversione o negoziazione del sistema di valori dominanti?

Lo stesso Parkin fa notare che «l’impegno nell’azione sindacale implica il credere che le condizioni dovrebbero e possono essere migliorate. Tuttavia il fatto che il sindacalismo sia strettamente vincolato all’intelaiatura morale data dal sistema di valori subordinato, si riflette nei suoi obiettivi a proposito della distribuzione dei compensi».

La contrattazione collettiva e il sindacalismo implicano un’accettazione di fondo delle norme che presiedono alla distribuzione, non mettono in discussione il sistema, mirano semplicemente a migliorare, all’interno di una cornice data, le condizioni (retributive, assistenziali, etc.) dei lavoratori, non portano alcuna minaccia alle istituzioni che sostengono tale sistema. Si mira, piuttosto, ad una «versione negoziata» del sistema di valori dominante. Il fatto che molti Stati moderni offrano protezione legale ai sindacati lascia perlomeno supporre che la strategia della contrattazione collettiva, alla ricerca della «pace sociale», non porti seri disturbi ai privilegi della classe dominante.

Lenin affermava che vi sia un contrasto tra «coscienza sindacale» e «coscienza di classe», riconoscendo che solo la seconda poteva portare a una vera trasformazione sociale e politica. Non tanto i sindacati, dunque, ma le persone che continuano a scendere in strada per lo sciopero, a rivendicare le proprie istanze, a esternare la propria rabbia, possono dare adito alla scintilla che possa infiammare il corpo sociale ormai stanco di sopravvivere e capace di aprire delle, seppur minuscole, crepe nel sistema.

Celeste Ferrigno

Nata all'alba del nuovo millennio in una malinconica provincia del Sud, ora studio a Bologna. Il suono delle campane mi accompagna da tutta la vita in questa laica Italia - mi trovo sempre a vivere nei dintorni delle chiese. Mi piace scegliere bene le parole da dire. Anticapitalista, queer; i femminismi sono per me le lenti con cui guardare il mondo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui