Caso Whirlpool sindacati
Fonte: Il Manifesto

Dopo un ottobre senza dubbio caldo, caratterizzato da mobilitazioni e scioperi per la risoluzione del “caso Whirlpool”, il braccio di ferro tra Governo, sindacati e la multinazionale statunitense sembrerebbe essersi momentaneamente acquietato: i lavori nello stabilimento partenopeo riprendono e continueranno almeno fino a marzo 2020.

Un primo, parziale, risultato che, pur concedendo una boccata di ossigeno ai lavoratori napoletani e assicurando settimane preziose per riaprire le trattative tra Stato e azienda, rischia di tradursi in un nulla di fatto, in un espediente insufficiente se non concepito come assist per la formulazione di una politica industriale concreta e sistemica per il Mezzogiorno. 

C’è infatti un evidente legame tra la vicenda dello stabilimento Whirlpool di Napoli e quella dell’ex Ilva di Taranto: un serio vuoto rappresentativo che coinvolge tanto la politica quanto il mondo sindacale, nella cornice di un meridione privo di una adeguata pianificazione strutturale per il suo sviluppo.

Oltre il caso Whirpool, un Sud sedotto e abbandonato

Sebbene dettati da differenti condizioni esogene, la tendenza all’abbandono che unisce Whirlpool e Arcelor Mittal rischia di trasformarsi da vicenda occasionale a leitmotiv strutturale della politica industriale del meridione, rendendo lo Stato italiano sempre meno credibile e autorevole agli occhi degli investitori stranieri.

C’è davvero tutto questo dietro il caso Whirlpool? Sì.

La vicenda dell’azienda statunitense va infatti letta non già come caso isolato, ma all’interno di un quadro ben più vasto, indagandone cause e possibili conseguenze.

Assunto questo punto di vista, ciò che ne consegue è l’individuazione dei bugs del sistema Italia: la difficoltà della macchina statale a interagire con un attore economico privato, vincolandolo a rispettare gli impegni precedentemente assunti; la mancata pianificazione industriale per una parte di Paese; l’inadeguatezza dei sindacati quale soggetti decisori della politica italiana.  

La posta in gioco dunque sembra essere ancora più grande dei 430 operai a rischio licenziamento. Se la decisione unilaterale di un’azienda conta più di un accordo sindacale sottoscritto con il Governo, si pone un problema di credibilità, tanto politica quanto rappresentativa

Cambiare o morire: la proposta di Landini

Senza dubbio l’ingente mobilitazione partenopea dello scorso ottobre, promossa e sostenuta dalle maggiori sigle sindacali, ha avuto un peso non indifferente nella risoluzione (momentanea) del caso Whirlpool. Nonostante ciò, il movimento sindacale non può esimersi dall’investigare le proprie responsabilità in quello che sembra essere un irreversibile processo di perdita di credibilità e incisività sul piano politico. 

Difficile stabilire quando questo processo abbia effettivamente avuto inizio ma, al contrario, sembra essere molto semplice prevederne l’epilogo. I sindacati ad oggi arrancano, incapaci non solo di porsi come efficaci intermediari tra la classe dirigente e la “classe operaia”, ma anche di tenere il passo dei continui mutamenti di un lavoro che diventa ogni giorno più “liquido”.

Tramonta il paradigma fordista, mentre si afferma la gig economy, l’orario di lavoro si deforma, si allunga, occupa gli interstizi della giornata. Accanto alla fabbrica, spuntano le biciclette dei riders e la netta divisione tra settore manifatturiero, agrario e terziario caratterizzante un intero secolo, pecca nel restituire un’immagine fedele e composita del tessuto lavorativo italiano. 

Lo stesso Maurizio Landini, attuale segretario della CGIL, nelle ultime settimane ha posto l’accento sulla crisi di credibilità e sulla possibile deriva dei maggiori gruppi sindacali, invitando i suoi parigrado a una riflessione comune. Se la necessità di attuare precisi cambiamenti è innegabile, l’auspicio però è che essi si muovano nella corretta direzione.

L’unione fa la forza (o no?)

Nonostante le rincuoranti premesse, infatti, la strada suggerita dal segretario nazionale della CGIL, piuttosto che ridurre la distanza tra sindacati e lavoratori, sembra stia facendo di tutto per acuirla, dando prova tangibile di una pericolosa miopia decisionale.  

Per intervenire sulla sempre minore capacità inclusiva e sulla continua emorragia di iscrizioni, Landini propone di unificare le tre principali sigle di sindacati (CGIL, CISL e UIL) in un unicum rappresentativo. Una sorta di restart che permetta di ricostruire la propria identità e di individuare linee comuni di azione.

Quella di Landini appare come una proposta controcorrente, soprattutto se paragonata alla imponente “deriva scissionista” che una certa parte politica ha fatto sua. Ma davvero un accentramento del genere, in una fase in cui, al contrario, si registra una frammentazione continua del lavoro e dei mestieri, può essere un’opportunità per sanare la progressiva inefficacia dell’azione sindacale? O si tratta dell’ennesima misura che cura il sintomo, e non la causa, della malattia?

Conviene rifletterci su.

Nel frattempo, i rappresentati sindacali permangono in una condizione di stasi, condannandosi a divenire soggetti decisori sempre meno centrali nella scena politica italiana.

Si potrebbe pensare, più che a un’unione acritica, a una riorganizzazione strutturale degli istituti di rappresentanza sindacale, accompagnata da un aggiornamento degli schemi interpretativi fino ad ora utilizzati, un allargamento dei soggetti di riferimento e un’apertura alle esigenze di tutela dei “nuovi operai”, bilanciando sapientemente il vecchio col nuovo.

La posta in gioco non è più la sola credibilità delle sigle sindacali -parafrasando Landini-, ma la loro reale sopravvivenza. E, ancora più importante, la tutela della dignità dei lavoratori italiani.    

Edda Guerra

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